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Evoluzione del metodo

Il metodo di scrittura collettiva che utilizziamo è ancora, più che imperfetto, rudimentale. Il fatto che altri modi correnti di scrivere insieme poggino su metodi ancor meno elaborati, o – nella maggior parte dei casi – non utilizzino affatto un metodo, non può nasconderci le nostre mancanze.

Rimando al futuro prossimo un'analisi dettagliata dei limiti del metodo, e passo direttamente a un'approssimativa impostazione di un progetto per il suo miglioramento.

La strada da seguire per evolvere il metodo SIC è secondo me duplice: dobbiamo da un lato osservare il modo in cui gli scrittori scrivono e le persone collaborano in modo da trarre generalizzazioni basate sulle pratiche passate e correnti, un po' come una macchina viene costruita imitando modelli naturali (biologici, anatomici) che svolgono funzioni simili; e parallelamente dobbiamo studiare le costruzioni teoriche afferenti la narratività che possono aiutare ad approcciarci a una soluzione pragmatica del problema: "come si programma la scrittura di una storia?"

Il primo è un approccio a posteriori, che credo sia meglio perseguito semplicemente proseguendo nel lavoro di sperimentazione sul metodo che stiamo portando avanti con ogni nuovo racconto. Questa sperimentazione (sulla costruzione del soggetto, sugli approfondimenti tematici, sullo stile, ecc) – e i nostri scrittori più attenti se ne saranno accorti – non è infatti solamente tesa a scoprire nuove modalità di interazione fra Direttori Artistici e scrittori, ma anche a sondare la reazione degli scrittori a stimoli diversi, nel tentativo di metterli in condizione di scrivere il più liberamente e felicemente possibile all'interno di un progetto in cui comunque la loro libertà è limitata dagli imperativi del lavoro collettivo.

Il secondo approccio, a priori, richiede una discesa nell’antro dello studioso. Anche se probabilmente un qualsiasi campo dello scibile potrebbe donare per serendipità alla SIC degli apporti utili o interessanti, come è già accaduto, per esempio, con C. G. Jung, le discipline che invece per campo di studi più si prestano a trasposizioni pratiche di spunti teorici sono la semiotica – nello specifico della narratologia –, la linguistica computazionale e la critica letteraria.

Dalla narratologia e dalla linguistica computazionale potremmo imparare a scomporre il testo nelle sue parti fondamentali, partendo però dal presupposto che le "parti fondamentali" di un testo saranno diverse a seconda che debbano essere utili allo studioso, a un programmatore di software di scrittura automatica, o come nel nostro caso a un gruppo di scrittori. Un’interessante, benché limitata, intersezione dei due ambiti è per esempio digital propp, un generatore di fiabe che utilizza una versione molto semplificata della famosa formalizzazione proppiana.

La critica letteraria (ma potremmo ampliare il campo a studi di stilistica, retorica, estetica, filosofia del linguaggio, teorie della ricezione, e chi più ne ha più ne metta), potrebbe invece aiutare, grazie a una maggiore comprensione delle dinamiche che portano dalle intenzioni di scrittura alle interpretazioni del lettore, i Direttori Artistici a formulare i loro quesiti agli scrittori in modo più preciso ed efficace – e a trarre di più dalle loro risposte. Il Direttore Artistico, infatti, non può e non deve essere semplicemente un organizzatore e un editor, ma svolge pienamente la sua funzione solo se si fa critico e lettore in corso d'opera.

Stiamo raccogliendo una bibliografia nel forum, e siamo aperti a qualsiasi apporto e suggerimento.

E ora è tempo di mettersi a leggere.

 

Intervista ad Andrea Angiolino

Proseguendo nella nostra indagine sulle intersezioni, convergenze e disseminazioni culturali intorno alla scrittura collettiva – qui Vanni Santoni sui giochi di ruolo – abbiamo chiesto ad Andrea Angiolino, scrittore e inventore di giochi, di parlarci della sua attività:

 

1) Una presentazione di Andrea Angiolino per i nostri lettori.

Nato a Roma nel 1966, ho sempre vissuto qui anche se ho una base a Capranica, nel Viterbese: una casetta dove accumulo tutti i miei giochi, i miei libri e le mie riviste. Che non sono pochi, proprio perché le mie tre attività principali sono quelle di autore di giochi, di giornalista e di scrittore, con qualche parentesi da traduttore e curatore.

Come autore di giochi ho spaziato in un po' tutti i campi: dal gioco da tavolo e di carte a quello di ruolo e ai libri-gioco, dai giochi per riviste a quelli per computer, dai giochi radiotelevisivi ai giochi a concorso. Quando ho l'ispirazione faccio giochi non richiesti che poi propongo ai vari editori, i quali li pubblicano e distribuiscono sul mercato italiano ed estero: tra gli ultimi successi c'è Wings of War, un gioco di carte e più recentemente anche di miniature dedicato agli assi della prima guerra mondiale. Ideato con Pier Giorgio Paglia, è pubblicato da Nexus Editrice e tradotto finora in una dozzina di lingue. Spesso invece faccio giochi su commissione, finalizzati alla comunicazione o alla pubblicità: tra i più recenti una caccia al tesoro online per il lancio della nuova Twingo e "Fair play", creato per Pangea - Niente troppo e altri operatori del commercio equo e solidale di cinque paesi, finalizzato a divulgare i problemi ecologici ed etici legati alla produzione del cotone.

Scrivo poi libri e collezionabili da edicola: in buona parte sui giochi, ma anche di divulgazione in altri campi. Per Giunti Progetti Educativi ho per esempio realizzato alcuni volumetti per ragazzi sui temi più diversi, dalla New Economy ai terremoti, dal risparmio energetico all'attività della Protezione Civile. A tema ludico ho appena pubblicato "101 giochi con carta e matita" (edizioni Sonda), uno dei repertori più ricchi su questo tema. Tra i collezionabili spiccano una storia della penna a sfera pubblicata con Fabbri in 45 fascicoli e qualche contributo al recente "Scrivere" realizzato da Scuola Holden e De Agostini, ora riproposto in volumetti da La Repubblica e L'Espresso. Mi piace inoltre scrivere racconti, soprattutto a carattere fantastico: ho collaborato a diverse antologie. Inoltre ho compilato un'enciclopedia del fantastico mondo di Warhammer trattato come se esistesse davvero, per un collezionabile a fascicoli di una dozzina di anni fa: è forse la più ampia opera di finzione che io abbia mai dato alle stampe.

In quanto alle riviste ho scritto di parecchie cose, tutte alquanto futili: come appunto il gioco ma anche il collezionismo e la preservazione dei vecchi aeroplani.

 

2) Qual è il tuo lavoro nell'ambito della scrittura collettiva?

Molte delle cose che faccio sono a quattro o più mani: ho per esempio realizzato giochi di ruolo con una squadra di cinque autori. Ultimamente ho poi iniziato a collaborare con la Carboneria Letteraria, in cui il progetto di scrittura si fa decisamente collettivo: abbiamo pubblicato una piccola antologia intitolata "Primo incontro" con le edizioni Centoautori di Napoli e ci stiamo ora lanciando in progetti più impegnativi, tutti basati su un impianto stabilito collettivamente e su racconti scritti talvolta singolarmente, talvolta in gruppo.

La cosa più originale di cui mi occupo, in questo ambito, è comunque la scrittura di libri-gioco: quella forma di racconti a bivi in cui ogni tanto la storia si interrompe e chiede al lettore di effettuare una scelta, affinché la vicenda possa proseguire in maniera diversa continuando la lettura a paragrafi o pagine differenti. Sono stato il primo autore italiano a pubblicare un libro di questo tipo a cui sono seguiti diversi altri, scritti con vari coautori: questo anche perché, a seconda dei casi, le mie capacità ludiche sono state integrate dalle preziose conoscenze di coautori come l'archeologa Francesca Garello per un'avventura nell'antica Roma, lo storico aeronautico Gregory Alegi per un libro-gioco sugli aerosiluranti della seconda guerra mondiale, il capo scout Pier Giorgio Paglia per una storia a bivi di ambientazione scoutistica. Tutti coautori che sono peraltro assai esperti di giochi, ma con ulteriori competenze in campi specifici che a me mancano.

Su questa curiosa forma di narrazione interattiva ho anche pubblicato due manuali, "Costruire i libri-gioco" per le edizioni Sonda e il più agile "Come scrivere un libro-gioco" per De Agostini. Nel manuale della Sonda racconto tra l'altro le mie esperienze di scrittura collettiva durante le quali ho realizzato racconti-gioco in scuole di vario ordine e grado, con classi intere di ragazzi o anche con gruppi di insegnanti interessati poi ad applicare il mio metodo lavorando a loro volta con i propri alunni. Il bello dei racconti-gioco è che quando si scrive una storia lineare, tradizionale, e si lavora in gruppo, occorre di norma scegliere uno solo dei possibili sviluppi della trama e tralasciare invece tutti gli altri. In un libro gioco, invece, si possono recepire più idee contemporaneamente, ramificando il racconto: sarà poi il lettore a decidere quale utilizzare a ogni lettura. L'esperienza di scrittura si fa così più coinvolgente e meno frustrante per tutti.

 

3) Qual è secondo te l'utilità didattica della scrittura collettiva?

Trovo che unire la fantasia con la necessità di condividere il processo creativo sia doppiamente utile: da un lato si esercitano la fantasia e la capacità di scrivere, ma dall'altro anche tutte le qualità necessarie a lavorare in gruppo, a costruire assieme. Un'arte fatta di capacità di coordinamento ma anche di apertura mentale, cortesia, diplomazia, compromessi. Ritrovare qualcosa di proprio nel testo finito è sicuramente fonte di soddisfazione e stimolo a proseguire sulla strada della creatività, ma rendersi conto che il risultato finale è più ricco ed eventualmente anche meno faticoso da raggiungere grazie al contributo degli altri è una lezione di vita che vale in parecchi altri campi.

 

4) Ti interessano i risvolti artistici della scrittura collettiva? Quali potenzialità ci vedi?

Anche se per ora ho scritto poco di narrativo e in qualche modo artistico, e ancor meno a più mani, sono estremamente incuriosito e interessato: per questo ho aderito prontamente all'invito della Carboneria Letteraria e mi lasco coinvolgere nei suoi esperimenti.

Ma il mio interesse è di vecchia data, se pensiamo ad alcune espressioni della letteratura di genere. Da quasi trent'anni mi occupo di giochi di ruolo e altre forme di "letteratura interattiva", in cui i giocatori contribuiscono tutti alla formazione di una storia collettiva: la quale a volte assume la forma di racconto, come nel recente "L'erede del Grifo" nato sul forum di Lux in Tenebra con meccanismi e dinamiche da gioco di ruolo fantasy ma già fin dall'origine con il fine esplicito di produrre un romanzo collettivo.

Negli squattrinati anni della mia giovinezza ho comprato il mio primo motorino (sia pure usato) traducendo in italiano le antologie del Mondo dei Ladri, che il curatore Robert Asprin ha organizzato come una sorta di gioco fra gli scrittori anglosassoni di fantasy e fantascienza proponendo loro un'ambientazione condivisa e dando a ciascuno i personaggi ideati dagli altri da utilizzare come comparse nel proprio racconto, creando così una galleria di figure di inusuale ricchezza. E proprio dalla voglia di sfidare al limite i vincoli imposti sull'uso dei personaggi altrui, immodificabili e non "ammazzabili", sono nate in maniera assai ludica alcune intriganti situazioni narrative.

Del resto i libri-gioco, prima di essere prodotti, sono stati teorizzati ed esemplificati dal'Oulipo, l'Opificio di Letteratura Potenziale, cui appartenevano tra gli altri Perec, Queneau e Calvino. Anche la letteratura "alta" ha una plurimillenaria tradizione di vincoli e altri elementi giocosi fra acrostici, bisticci e giochi di parole. Io penso che se si accentuano gli aspetti più giocosi della scrittura collettiva, che può averne parecchi e diversificati, il processo si fa più interessante e anche divertente. La speranza è che poi i risultati prodotti siano comunque considerabili di qualità, indipendentemente dal processo adottato per crearli: ma anche da questo punto di vista si può auspicare che la capacità autocritica e di rifinitura di una collettività possa garantire livelli almeno pari, se non superiori, a quella di un singolo.

 

 

Scrittura collettiva e didattica

Segnaliamo l'esperimento di scrittura collettiva ad opera dell'associazione "Progetto e materia," che ha portato alla realizzazione di una fiaba, "Righetto di Monsilente", che può essere letta qui

http://progettoemateria.splinder.com/

Il progetto di scrittura collettiva ha visto coinvolte varie classi delle scuole materne ed elementari, invitate ad inviare soluzioni narrative via via che la storia incontrava i vari punti critici. Il tutto per cinque volte, seguendo lo schema di analisi semiotica della fiaba di A.J. Greimas.

 

Nuovo racconto: Notturni per ipermercato

È disponibile per il download e la lettura online il nuovo racconto SIC,  "Notturni per ipermercato".

Siamo particolarmente orgogliosi di questo traguardo perché "Notturni per ipermercato" è il primo racconto SIC che non vede i fondatori (Vanni Santoni e Gregorio Magini) tra i Direttori Artistici, e neanche tra gli scrittori. Rappresenta quindi un po' la controprova dell'effettivo funzionamento del nostro metodo.
"Notturni per ipermercato" è stato infatti diretto da Umberto Grigolini, che si è approcciato alla SIC come semplice scrittore (partecipando con ottimi risultati alla scrittura di "Un viaggio d'affari" e al romanzo SIC #1) per poi essere promosso sul campo a Direttore Artistico.
Ci ha presentato un soggetto; gli abbiamo affidato un gruppo di scrittori (Emily Forlini, Ilaria Giannini, Cristina Battaglini, Roberto Sacco e Stefano Pizzutelli, più Matteo Gallo che ha partecipato solo alle schede personaggio), tutti neofiti della SIC e reclutati tramite il sito, e lo abbiamo lasciato solo.

Il risultato può essere letto o scaricato qui: http://www.scritturacollettiva.org/gruppo/notturni-per-ipermercato/leggi

(Come sempre, suggeriamo di scaricare la più completa e accurata versione .pdf)

 

SIE (Sic Italian Epic?)

Ieri io e peterpoe abbiamo dedicato l’intera nottata all’editing del Racconto #5, “Notturni per supermercato.” Siamo andati a letto al mattino, distrutti: il sonno è sopraggiunto subito profondo ma, verso il primo pomeriggio, la luce che si faceva strada dalle imposte chiuse male, e il brusìo assordante dei turisti del centro che nei giorni di festa filtra sempre dalle imposte, che siano chiuse o aperte, mi ha trasportato in uno stato febbrile di sogno.
Per quella scienza infusa che si ha talvolta nei sogni, sapevo di trovarmi in Westfalia, in una città di medie dimensioni; all’inizio pensai a Bochum, ma il fatto che ci trovavamo in pianura mi disse che ero a Münster. Nella piazza della cattedrale di San Paolo pascolava un branco di pony. Mi parve inusuale, ma avevo troppa fretta per pensarci. Non sapevo perché, ma avevo una fretta del diavolo. Ne capii la ragione un attimo dopo, o almeno: un attimo dopo trovai una buona ragione per avere fretta. Dal fianco invisibile del branco sorse un’orda fantastica di lancieri e arcieri a cavallo. Avrei detto che fossero cheyenne, viste armi e cavalcature, eppure sapevo che erano irochesi. Alla loro testa, un uomo vestiva un’impeccabile mise da cowboy. Mi sarei potuto aspettare il volto Gary Cooper, e invece sotto la tesa scorsi quello di Cary Grant. In breve fui circondato. Gli indiani tirarono fuori da chissà dove gabbie di ferro e tenaglie arroventate, con la chiara intenzione di torturarmi. Mi sono svegliato di soprassalto, e per qualche inesplicabile ragione ho sentito il bisogno di scrivere questo post, che parte da tre punti:

  1. Il New Italian Epic. Ammettiamo che esista. Quello che penso delle categorie l’ho detto (frettolosamente) nei commenti del post precedente. Tuttavia, dal momento che la mia principale critica ruota intorno al fatto che la categoria creata da WM1 trova giustificazione solo nelle opere selezionate, e viceversa (ovvero: lo sguardo è un po’ troppo selettivo e orientato al fine), è sufficiente non uscire dal seminato tracciato da WM1 per ammettere che – o almeno: giocare con l’idea che –  il NIE esista. E anche se non esistesse, nulla vieta di provare ad applicare quelle categorie a un’opera e vedere se è possibile includerla nel NIE o meno.
  2. Senza Wu Ming probabilmente non esisterebbe la SIC: anche se la suggestione SIC nasce da tutt'altri mondi (specificamente: la collaboratività telematica e la narrazione collettiva dei giochi di ruolo), e quando abbiamo impostato il metodo non avevamo letto le opere dei WM (solo io avevo cominciato Q), è evidente che è il lavoro degli Wu Ming ad aversi suggerito che il lavoro collettivo, in letteratura, può produrre risultati. Senza questo esempio concreto di fattibilità la SIC probabilmente sarebbe rimasta solo una fantasia, e io e peterpoe ci staremmo solo dedicando a opere individuali, che è poi la nostra vocazione originaria. Per questo, se un WM scrive un saggio e anzi viene qui a dibattere, ci sentiamo in dovere di non chiudere troppo presto la questione, anzi applicarla subito al nostro lavoro (questa alta considerazione vale tanto per peterpoe, che è quello pacato e saggio dei due, che per me, che mi diverto molto di più a buttarla là e fare arrabbiare la gente ^_^).
  3. Un paio di amici mi hanno detto: “guarda che Alba di Piombo (il quarto Racconto SIC, N.d.R.) è assolutamente NIE!”

A partire da questi punti, senza prenderci troppo sul serio (siamo pur sempre figli degli anni ’90 essendoci formati in quel periodo), passo a vedere se, dove e quando le opere SIC finora pubblicate possono essere ascritte al NIE (ammettendo naturalmente che un racconto possa far parte della  categoria, pensata per i romanzi o al massimo per gli UNO).
Oltre a Il Principe, Un viaggio d’affari e Alba di piombo, includerò nell’analisi anche Notturni per ipermercato, il Racconto #5 il cui editing abbiamo da poco terminato e che presto sarà online.
Per fare riferimento alle categorie utilizzerò i titoletti che WM1 ha dato nel saggio e i mini riassunti di peterpoe, onde permettere anche a chi non ha ancora letto il saggio di capire che cosa sto dicendo.
 

1. Don't keep it cool-and-dry - Rifiuto del tono ironico tipico della narrativa postmoderna, in favore di un etos accorato e partecipe. 

In “Alba di piombo” la caratteristica #1 emerge chiarissima. Benché l’opera sia volutamente esorbitante e per certi versi pop, pulp, postmoderna (buon dio…), e la suggestione da cui siamo partiti fosse “scrivere un racconto d’azione che stia al ’77 come Rambo sta al Vietnam,” non c’è alcun tono ironico. Ci si diverte MA ci si piglia sul serio.
In “Il Principe” e “Un viaggio d’affari” lo scenario è contemporaneo, entrambe le storie giocano sull’assenza di percezione di senso e sulla precarietà esistenziale dell’uomo della società contemporanea (a voler fare un passo indietro si può intravedere l’ombra di Simmel e Durkheim), ma in entrambi casi l’humour distaccato con cui spesso, altrove e in anni recenti, sono state affrontate queste questioni (specie quando calate in ambienti quali supermercati-uffici-stazioni-appartamenti di periferia-bar, etc.) è assente. Non ci si perde dietro allo scenario potenzialmente assurdo, ma si sta addosso al vissuto e al dramma del personaggio, comunque vada.
Questo avviene anche più fortemente in “Notturni per ipermercato” del Gruppo Scrittura #5 (DA Grigolini – GS Forlini/Giannini/Battaglini/Sacco/Pizzutelli): uno sterminato centro commerciale si presta enormemente a considerazioni postmoderne (nel senso espresso da WM1) eppure gli autori scelgono la strada più difficile, quella di stare subito dietro gli occhi dei personaggi e trasformarlo in luogo metafisico. Anche in fase di editing (editor: Magini/Santoni) abbiamo scelto di valorizzare questa scelta e tagliare ulteriormente tutti quei passi dove si fa (facile) ironia sulla società dei consumi e sull’inevitabile alienazione che genera per “spingere” di più sullo sguardo dei protagonisti e sulla “voce segreta” dell’ipermercato.
Va detto che questo scaturisce anche dall’impostazione del metodo: la centralità avuta finora dalle schede personaggio (e, in molti casi, dalla voce “biografia”) difficilmente permette quella disumanizzazione necessaria per l’“operazione postmoderno.” Su questo, il DA Grigolini, che ammise di trovarsi “spiazzato” rispetto al soggetto da lui scritto, all’arrivo delle schede personaggio, potrà chiarire maggiormente. Non è un caso che Magini, dovendo scrivere un racconto SIC fantastico, lieve e ironico (il Racconto #7, attualmente in fase di lavorazione), ha scelto di usare schede personaggio “ridotte”.

2. "Sguardo obliquo", azzardo del punto di vista - Particolarità e molteplicità dei punti di vista narrativi all'interno dell'opera, che giungono in molti casi ad adottare lo sguardo di oggetti inanimati e di entità immateriali.

Nei racconti SIC, finora, l’istanza narrativa è sempre stata esterna. Onnisciente in “Un viaggio d’affari,” parallela alla narrazione in “Il Principe” e “Alba di piombo,” ma senza mai (mi pare) uscire dai parametri classici del punto di vista.
In “Notturni per ipermercato” si sente forte la “voce” dell’edificio, ma non si arriva ad adottarne il punto di vista.
 

3. Complessità narrativa, attitudine popular. - Ricerca di un connubio tra complessità narrativa e leggibilità.

Nella SIC, per la struttura stessa del metodo, la “ricerca di un connubio tra complessità narrativa e leggibilità” è uno dei principali compiti del Direttore Artistico (anche se in senso del tutto diverso dalla ricerca dell'autore): dopo aver “sfrondato” le schede delle cose brutte, inutili o contrastanti, il lavoro di composizione si trasforma in un’accurata selezione e un subseguente intarsio volto a valorizzare la complessità che esce dalla molteplicità dei punti di vista (4, 5, 6 autori che raccontano la stessa cosa) e a combinarla in una scheda funzionale e leggibile.
Ed è proprio usando in modo creativo e non meccanico gli stratagemmi propri della genre fiction, il narratore spesso riesce a collocare i migliori tra gli spunti che inizialmente non possono rientrare nella linea narrativa principale, e quelli usciti nelle Schede Personaggio e Locazione e non ancora usati in fase Schede Situazione.
 

 4. Storie alternative, ucronie potenziali. - Frequente ricorso a una sorta di "ucronia potenziale", ossia alla narrazione di fatti e momenti storici in cui era presente il germe di un futuro alternativo.

 “Alba di piombo” si basa su un’ucronia potenziale. Gli eventi scatenanti sono enormi ma partono dal verosimile. Un paio di settimane dopo l’uscita, leggemmo la notizia dell’ipotesi di golpe in italia fatta da USA e UK, proprio nel settembre 1976… Se il piano fosse stato attuato sarebbe avvenuto proprio mentre Radovan e soci occupavano la facoltà.
Si basa anche su un “uso alternativo” (ovvero: da action movie) di BR, massoneria deviata e sovietici, riletti da un lato luce dell’immagine dei cattivi tipica della cultura pop, dall’altra da quella con cui quei soggetti furono e sono rappresentati dai media, mainstream e underground.
In “Un viaggio d’affari” e in “Il principe,” il futuro alternativo è solo nelle teste dei protagonisti, quindi non si può parlare di ucronia, ma resta il fatto che la riflessione sui futuri potenziali è il principale motore dell’agire dei protagonisti.

 5. Sovversione "nascosta" di linguaggio e stile. - Una sperimentazione e stilistica "dissimulata", che si nasconde cioè sotto una superficie linguistica solo apparentemente "semplice", "chiara" e "diretta".

Questo punto è il più complesso da affrontare, dal momento che la questione si interseca inevitabilmente con quella (affrontata in diversi post precedenti e non ancora risolta) dell’esistenza o meno di un stile SIC. In genere, ai membri di un Gruppo Scrittura si chiede di non essere troppo sperimentali perché questo renderebbe più complesso il lavoro del DA (inoltre molti “esperimenti” andrebbero perduti o, scollegati dal resto del loro testo, diventerebbero inutili e fuorvianti). La sperimentazione di linguaggio e stile, quindi, avviene soprattutto quando il DA compone. Dal momento però che il processo di composizione del DA è un atto creativo del tutto diverso dalla scrittura, non ha molto senso confrontarlo con le sperimentazioni linguistiche e stilistiche di un singolo. Si potranno forse un giorno confrontare lavori di direzione artistica SIC più o meno sperimentali, ma per ora il materiale su cui impostare il dibattito è troppo esiguo.

6. "Oggetti narrativi non identificati" (UNO). - Ossia, molti dei prodotti del NIE non sono romanzi, o meglio, non sono classificabili né come romanzo né come altro tipo di testo, perché sono composti in maniera inestricabile di troppi e troppo e troppo diversi tipi, dal saggio alla poesia, dall'inchiesta alla diaristica.

Questa categoria nel nostro caso non si applica in quanto tutti i racconti SIC possono essere tranquillamente considerati racconti. (anche il Romanzo SIC #1, in lavorazione anche se al momento parcheggiato, è indubbiamente un romanzo), per quanto un'opera collettiva sia sempre "un tipo diverso di testo".
C’è un momento iniziale di ricerca (la SIC prevede anche la costituzione di Gruppi Ricerca nel caso di opere con forti connessioni alla storia o all’attualità), ma è una cosa ovviamente comune in narrativa.

7. Comunità e transmedialità. - Sono opere transmediali e in qualche modo "collettive". Danno infatti spesso avvio a una serie di spin-off e "riappropriazioni", in una modalità che i Wu Ming associano alla "natura 'disseminata'" dell'epica greca antica.

Questa caratteristica è intrinseca alla SIC. Tutti i racconti SIC sono opere collettive (nella declinazione più forte del termine, dal momento che vengono scritte da gruppi di persone che non si conoscono minimamente tra loro), hanno origine da una comunità online e Internet è lo strumento usato per scriverle e pubblicarle (quindi se per caso vedessero la carta stampata diventerebbero immediatamente transmediali).
Finora, senza che ci fosse alcuna decisione a monte, abbiamo avuto una certa tendenza allo spin-off e alla contaminazione: “Un viaggio d’affari” è uno spin-off puro del Romanzo #1 (John J. Rose altri non è che il padre della Lindsay che nel Romanzo #1 indaga a Roma), una delle prime cose che hanno suggerito alcuni membri del GS#4 dopo l’uscita di “Alba di piombo” è stato scrivere un prequel sul passato di Virginia Manfredi nel Golan e di Gipo Acquachiara nella Legione Straniera (Mi viene in mente una cosa: tornando un secondo al punto #1, Virginia e Gipo di “Alba di piombo” sono personaggi da action movie postmoderno MA raccontati con etos accorato e partecipe), inoltre spesso, più o meno scherzosamente (e più o meno volontariamente), le opere SIC si citano a vicenda. Esiste quindi una natura disseminata dell’immaginario SIC, anche se per ora questa semina avviene solo all’interno della comunità di riferimento.
Per aprire la questione alla letteratura italiana contemporanea, poi, sicuramente in fase di stesura del soggetto di “Alba di piombo,” ha avuto un ruolo importante il fatto che tra i contemporanei si stesse iniziando a lavorare letterariamente sugli anni di piombo (il fatto che molti di questi lavori partissero da un approccio storico e/o giornalistico ha fatto sì che scegliessimo un approccio di pura fiction, ma questa è una scelta più che altro dettata da ragioni estetiche e di cosa-ci-divertiamo-a-fare). Questo non è avvenuto in altri casi dal momento che, in tutti gli altri casi, la sperimentazione metodologica è stata la discriminante principale nella scelta del soggetto del racconto, essendo il metodo ancora (e per sempre, dirà qualcuno, essendo aperto) in fase di sperimentazione.

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