peterpoe, 15 Settembre 2008 - 17:46
"C'è un autobus che va a Pomona?"
Dunque alla fine non c'era proprio niente da ridere. Anche se a ripensarci il più delle volte ero più divertito che ridanciano. Infatti: quel sentimento di gioconda olimpica meraviglia davanti al disastro che ho provato leggendo i suoi libri, non l'avevo mai provato non dico con altri libri, ma con nient'altro proprio.
È forse per questo genere di emozioni che ero così legato a lui. Al di là della bravura e della profondità, dell'arte insomma, gli ero riconoscente come quando ci si innamora la prima volta e oltre a tutto si è riconoscenti alla persona che si ama per averci permesso di provare quei sentimenti nuovi, per averci mostrato zone della nostra sensibilità che non conoscevamo. Dev'essere così, altrimenti non soffrirei per la sua morte.
Ma anche altro: cavalcava il drago. Credevo che fosse il drago della vita: terrificante per immensità, spietato nel giudizio per il numero di spire, nascosto per il vertiginoso potere di rifrazione delle sue squame; ma della vita. Lo cavalcava, e anche se a volte nel suo cavalcare sembrava confondersi con il drago stesso, era pur sempre un ipersensibile, ipersuscettibile cavaliere della realtà. Un tenero eroe.
Sembrava una tenue vittoria, e invece era (o: ma era anche) una parentesi tra i deliri dell'adolescenza e la sorda angoscia della maturità, una dilazione concessa dal drago della morte per una partita di tennis, gioco da lui estenuato di analisi, e che fra l'altro definì "scacchi in corsa".
La morte gli ha concesso questo ventennio di bonus per godersi lo spettacolo. So, con la vergogna di una coscienza che si scopre sporca nel momento in cui si accarezza con gli affetti più disinteressati, di aver partecipato a quello spettacolo. Ero in tribuna, un po' defilato, ma c'ero. Credevo di assistere a qualcosa di divertente, ma prendevo parte a un rito sacrificale. Assieme ai milioni di spettatori miei prossimi facevo la parte ammirata, interessata, riconoscente della morte che incombe.
E adesso la sola cosa che posso fare per non essere abietto, per non far finta di dimenticare ancora una volta che c'è chi muore per, e a causa di, uno sguardo, è cercare di trovare il modo giusto di morire anch'io per qualcun altro.