Giammarco Sicuro del Tg3 ha dedicato un servizio al progetto SIC - Scrittura Industriale Collettiva e al Grande Romanzo, con interviste ai fondatori.
[servizio andato in onda sul Tg3 (Rai3) di sabato 9 aprile, su Buongiorno Regione (Rai3) del 14 aprile 2011 e su Tg2puntoit (Rai2) del 15 aprile 2011.]
Segnaliamo che oggi, sabato 9 aprile, alle 12:20, andrà in onda sul settimanale del TGR Toscana di Rai3 un servizio sulla SIC e sul Grande Romanzo.
Il medesimo servizio andrà in onda anche in altri programmi e fasce orarie (anche sul nazionale), che segnaleremo, ma ci stiamo comunque organizzando per registrarlo e renderlo disponibile online.
È da poco uscito, per i tipi di Einaudi Stile Libero, Anatra all'arancia meccanica, solido (e consigliatissimo) librone che raccoglie una selezione di racconti del collettivo Wu Ming scritti tra il 2001 e oggi. Quattrocento pagine – citando l'introduzione di Tommaso de Lorenzis – "manesche e facinorose". Abbiamo colto l'occasione per fare qualche domanda ai membri del collettivo.
"Slightly more than expected from a band of novelists": fin dal vostro "pay-off" vi definite romanzieri. Rispetto a questo fatto, cosa rappresenta per voi il racconto? Come vi ci rapportate?
Va detto che almeno due dei "racconti" inclusi in AaAM sono in realtà veri e propri romanzi brevi. Altri autori li avrebbero pubblicati uno per uno, allargando il font per farli sembrare ancora più lunghi e "romanzo-like". Noi invece abbiamo aspettato di poter mettere insieme qualcosa di più ampio. Abbiamo atteso che i vari racconti scritti nel corso degli anni componessero una narrazione-fiume. Certo, è un fiume dal corso tortuoso, che a volte "entra in clandestinità" e si riduce a ruscello, altre volte rallenta e forma una palude, poi, all'improvviso, si gonfia di acqua scura ed esonda, bagna e infanga i piedi anche a gente che vive lontano. Dopo tutto questo, ecco che arriva alla foce e forma un bizzarro estuario, fatto di atolli "intermittenti", precarie lingue di terra... Scusate, stavo delirando. L'ho [risponde WM1 N.d.R.] anche scritto in NIE: "L'allegoria ci scappa da tutte le parti, prot!".
Per noi la forma-racconto (o romanzo breve) è – forse banalmente – una mossa tattica, mentre il romanzo è una mossa strategica. Con un racconto puoi intervenire su un tema in tempi più brevi. Noi per scrivere un romanzo ci mettiamo fino a tre anni, e a volte servono incursioni più rapide.
Inoltre, la forma-racconto è la "palestra d'ardimento" del collettivo. Chi ricorda i fumetti di Alan Ford avrà colto la citazione: la "palestra d'ardimento" è il cortile posteriore del negozio di fiori del gruppo TNT. È dove Grunf, questa specie di meta-reduce ur-fascista di tutte le guerre del Novecento, cerca di addestrare e tenere in forma gli agenti. Noi usiamo i racconti per tenere desti i riflessi del collettivo, per riempire di narrazione le pause del lavoro sui romanzi.
Abbiamo notato che i racconti sono tutti a nome "collettivo", senza distinzioni tra i vari WM (leggendo il libro V.S. vi ha riconosciuto un racconto di WM2, Roccaserena: lui e WM2 presentarono insieme il numero di Argo su cui apparve insieme a un suo racconto, quindi presumiamo che ci siano anche altri racconti firmati da un solo WM o da "sottogruppi"). Quali le ragioni di questa scelta?
Sic! Sicché proprio voi SIC mi fate 'sta domanda un po' sick? Questa cosa un po' mi turba, è... turbante, mi fascia la testa. Un turbante da sikh. Sigh! Non importa chi di noi li abbia scritti: sono tutti racconti del collettivo. Alcuni furono scritti "a staffetta" da tutta la band, altri a quattro mani, altri da tre persone, altri da uno solo, che importa? È sempre Wu Ming. Quella del "mio" e del "tuo" – io-ho-scritto-questo e tu-hai-scritto-quello – è una cancrena, un'oscena messinscena. Il collettivo è über alles. Non ha una sua "mistica", né (siccome mostro spersonalizzante) ci mastica, ma di certo è più della somma delle parti.
Una risposta che ci rende molto felici :). Avete rimesso mano ai testi o sono riprodotti come in originale?
Una lievissima spolverata di editing per gli scritti più antichi, che furono messi on line in tempi brevissimi, "cotti e mangiati", quasi senza rilettura. Abbiamo sostituito poche parole qui e là, tolto una frase o due. Al 99,9% l'antologia presenta i testi come furono proposti all'epoca.
AaAM raccoglie testi prodotti nell'arco di 10 anni. Come è cambiato l'occhio collettivo dei WM sulla realtà in tutto questo tempo?
L'ordine prevalentemente cronologico dei racconti permette di vedere che la nostra prosa si è fatta più visionaria, surreale. Ci sono visioni anche nei testi del 2000-2001, c'è surrealtà, ma è al servizio della parodia, della satira. Più innanzi si va, e più si costeggiano fantasy, fantascienza apocalittica, scenari "metafisici" (nel senso pittorico: De Chirico etc.). Un racconto come Arzèstula è "Savinio meets Ballard e lo scambia per Celati". E poi, i racconti più recenti sono più "dark".
Una cosa che salta all'occhio è, rispetto ai toni più morbidi e sottilmente allegorici dei vostri romanzi, il carattere virulento dei racconti di AaAM, a cominciare dai titoli (Come il guano sui maccheroni, Pantegane e sangue, la title track stessa...) ma anche nello stile più diretto e "politico". Commenti?
Grazie per il "morbidi", non ce l'aveva mai detto nessuno! Diciamo che un romanzo (chessò, Manituana o Altai) è come quelle trappole dei Vietcong che si vedono nei film: è una buca nascosta da un telo coperto d'erba, e sotto c'è una distesa di pali appuntiti. Tu ci cammini sopra e, swuussshhh! Infilz! Arrrggh! Un racconto come L'istituzione-branco, invece, è un tizio che, dal fitto della giungla, ti salta addosso col machete e ti fa a pezzi seduta stante, in modo eclatante, rumoroso, sguaiato, sicuramente poco discreto.
Venerdì 20 novembre abbiamo partecipato a una splendida giornata letteraria curata da Dimitri Chimenti, Massimiliano Coviello e Francesco Zucconi presso l’Università degli Studi di Siena.
Mentre il possente Chimenti cercava di trascinarci a cena, siamo riusciti a intervistare Wu Ming 2 e Wu Ming 5, intervenuti per parlare del nuovo romanzo del collettivo.
Altai arriva dieci anni dopo Q: come è cambiato il vostro metodo di scrittura collettiva?
[wm2] Con Q il metodo era pura improvvisazione e sperimentazione; l’idea del romanzo nacque durante una riunione bolognese del Luther Blissett project, e il metodo era tutto da inventare, non c’era una direzione precisa. Ci fu all’inizio una lunga, lunghissima preparazione della scaletta, che poi ebbe il ruolo di un’ancora a cui aggrapparsi, scaletta che venne riscritta mille volte e poi superata completamente, basti pensare che all’inizio il libro si chiamava I guerrieri di Qumran e il finale era completamente diverso. Di certo in Q le varie mani erano distinguibili, mentre in Altai gli interventi di gruppo sono stati effettuati in modo molto più invasivo, in modo da generare quanto più possibile uno stile unico, e sicuramente oggi è diventato impossibile dire chi ha scritto una singola parte, anche perché ci siamo evoluti come scrittori.
In particolare dove vi sentite “cresciuti”?
[wm2] C’erano da superare certi behaviorismi, l’idea che “il personaggio lo si capisce da ciò che fa”, che di per sé è anche un’idea giusta, ma a volte rischia di diventare una scusa per non interrogarsi abbastanza sulla psicologia del personaggio...
[wm5] …Oggi facciamo grandi sforzi in questo senso: le discussioni più lunghe sono quelle sulle motivazioni dei vari personaggi, sulla loro coerenza ed evoluzione. Questo è tanto più necessario quando, come in Altai e Q, il 90% dei personaggi partono da figure reali, che devono diventare meno storiche e più consapevolmente letterarie.
Durante la presentazione avete detto che avete isolato una lista di stilemi “consigliati” o da evitare. Come siete arrivati alla definizione dei singoli stilemi e in quale ottica?
[wm5] Il collettivo partì da riflessioni sulle scritture contemporanee che sembravano più efficaci, penso ad autori come Ellroy. La ricerca è sempre andata nella direzione di un tipo di lingua che avesse una sua coerenza, che fosse agile ma permettesse anche di accedere a registri alti senza suonare stucchevole o artefatta…
[wm2] … Poi ovviamente le cose cambiano a seconda del romanzo, ad esempio in Manituana avevamo cercato di usare solo metafore e di evitare ad ogni costo le similitudini, mentre viceversa in Altai ce n’era sicuramente bisogno. È vero anche che “crescendo” abbiamo anche cercato, in modo più naturale che ponderato, di superare una prosa troppo paratattica e minimale…
[wm5]… per certi versi il culmine di una ricerca in questo senso è Free karma food, però in quel caso si va sulla prosa sperimentale che come collettivo non vogliamo perseguire.
Torniamo all’ultimo romanzo: visto che ci avete raccontato come nacque l’idea di Q, diteci anche com’è nata quella di Altai.
[wm2] L’idea nasce col decennale di Q: volevamo assolutamente fare qualcosa per celebrare i dieci anni del libro da cui è nato tutto: sicuramente rileggerlo e renderci conto di quanto eravamo cambiati, anche a livello di prospettiva e lettura delle vicende di quel personaggio. A quel punto ci siamo chiesti: questo cambiamento, il modo migliore per evidenziarlo non sarà forse tracciarlo su quella stessa mappa? Per capire dove eravamo oggi servivano gli stessi sistemi di riferimento di dieci anni fa: usando un altro universo non avremmo potuto vedere bene il nostro percorso. L'idea iniziale era di fare una cosa piccola, un racconto di qualche decina di pagine, da mettere sul sito o a margine di unanuova edizione di Q, poi come spesso accade, cominciando a ragionarci su, a pensare i possibili sviluppi, il racconto è esploso e abbiamo capito che con quella storia si poteva, si doveva, fare un romanzo.
Quali sono i principali cambiamenti nella vostra visione del mondo, sia reale che letterario?
[wm5] Servirebbe qualcuno che ci conosce meglio di quanto ci conosciamo noi! Tra un anno rileggerò Altai e lo saprò dire meglio. Sono cose difficili da definire, anche quando le si sente; sicuramente una cosa è il fatto che il rapporto tra vita personale e letteratura sta diventando sempre più importante, e questo si traduce da parte nostra in un'esigenza di profondità psicologica e biografica. Vogliamo “più passato”.
[wm2] Un aspetto di Q che volevamo superare era il fatto che in Q il protagonista è un rivoluzionario di professione, ma anche di passaggio: attraversa situazioni di rivolta, e sconfitte, da cui si trae d'impaccio, in fin dei conti perché "figo", e la consolazione dalle sue sconfitte è semplicemente l'essere dalla parte giusta, pur cambiando sempre campo. L'eroe di Q non si prende mai fino in fondo la responsabilità, né tantomeno il peso, di una comunità. Ci interessava quindi mettere in scena una situazione interiore più complessa, non fare solo salti di avventura in avventura, ma sviluppare un personaggio che avesse delle radici con cui confrontarsi.
Recentemente ci hanno chiesto di scrivere un intervento sul romanzo storico. Vi giriamo la domanda, visto che avete molta più esperienza: perché fare romanzi storici oggi?
[wm5] La ragione più evidente credo sia il fatto che il romanzo storico è un espediente efficace per parlare di dinamiche contemporanee, per metterle in luce. Certo è anche un tipo di prodotto che funziona: da noi il romanzo storico non è percepito come “di genere”, ma in Francia ad esempio è diverso, è assolutamente “romanzo di genere”, eminentemente commerciale.
[wm2] Credo che il romanzo storico possa essere utilizzato come un veicolo eminente per rompere le gabbie dei generi e mettere in campo "grandi narrazioni" fruibili non solo da una cerchia di eletti, e questa attitudine popolare rispecchia in maniera diretta uno dei momenti fondativi del collettivo Wu Ming.
Un’ultima curiosità: nel catalogo Einaudi all’inizio si leggeva un altro titolo…
[wm5] Si, era Tahammül, una parola turca dal significato simile a tolleranza, ma con una sfumatura diversa: tahammül èqualcosa che sta tra tolleranza e pazienza, con una connotazione che suggerisce che niente è un pericolo se la società in cui è calato non lo considera un pericolo. Alla fine però abbiamo scelto Altai (catena montuosa, ma anche razza di falchi, NdR)che ci è parso meno oscuro e più evocativo.