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nuove recensioni e interviste

La nostra rassegna stampa non smette mai di crescere, e segnaliamo dunque:

La lettrice rampante – 22 ottobre 2013
In territorio nemico - Scrittura Industriale Collettiva

No borders magazine – 30 ottobre 2013
Vanni Santoni tra terre ignote e territori nemici

 

la messe quotidiana di articoli

Il passo di In territorio nemico è quello di una colonna blindata; segnaliamo cinque articoli usciti ieri (mentre molti altri ci piovono addosso).

Quote magazine, Intervista a Vanni Santoni

La Stampa, voci di Milano, Raccontare la Resistenza: un romanzo per cento autori

L'Unità online, Scrittura collettiva per la Liberazione

La vetrina, Intervista al compositore SIC Stefano Pizzutelli

Il mio TG, Tre anni di lavoro e 230 mani

 

SIC intervista Simone Sarasso su J.A.S.T.

Qualche mese fa è uscito per i tipi di Marsilio Just Another Spy Tale, un  romanzo a sei mani presentato al pubblico con l´intrigante lancio "il primo serial TV su carta" e firmato da Lorenza Ghinelli, Daniele Rudoni e Simone Sarasso, che abbiamo intervistato.

Ciao Simone, cominciamo con l'inevitabile introduzione a J.A.S.T.

J.A.S.T. è un curioso oggetto narrativo. Sta a metà tra carta stampata e TV. Sia come linguaggio (l'estrema paratassi simula il sincopato del montaggio ossessivo à la LOST e 24) che come formato (un cofanetto, in tutto e per tutto simile a quelli che raccolgono intere stagioni di serie televisive, al cui interno sono presenti tre libri dello stesso formato di un dvd). A vederlo incartato, il cofanetto di JAST, si pensa che sia una serie TV. E' esattamente quello il cortocircuito che occorre fare prima di immergersi nella lettura. Una volta dentro, le dinamiche di entertainment saranno le stesse: ogni episodio di JAST (ciascuno libro ne raccoglie 3 o 4) dura (se si calcola il tempo medio di lettura) quanto un episodio di un serial americano.

Da dove è uscita questa idea? Quali le sue potenzialità? Credi che questo approccio possa vedere ulteriori sviluppi?

L'idea m'è venuta una tarda mattinata di luglio. Era il 2007, l'inizio della nuova età dell'oro dei serial televisivi americani. Durante quell'estate ero in piena frenesia da serie TV: macinavo decine di puntate di LOST, PRISON BREAK, 24... Dormivo poco, m'inebriavo molto: di nuove storie, di narrazioni lunghe e mature, di colpi di scena straordinari, di personaggi finalmente tridimensionali (al cinema era pieno zeppo di figurine e nient'altro..). Era l'alba di un nuovo giorno nella grande storia della narrazione e io volevo farne parte.
Sfortunatamente, non avevo nè un produttore che credesse in me, nè milioni di dollari con cui costruire un serial con tutti i crismi. Per cui feci come faccio sempre: iniziai a scrivere. La carta è economica e non pone limiti econimici alla produzione.
La prima intuizione fu il packaging: per convincere il lettore che non si trattatava di un romanzo ma di una serie TV (benchè su carta), doveva "assomigliare" a una serie TV. Da qui l'idea del cofanetto.
Ora che l'opera è finita, confezionata e finalizzata e che cammina con le sue gambe, sono davvero contento di come sta esprimendo il suo potenziale. Il successo di pubblico di J.A.S.T. dice qualcosa sui bisogni narrativi dei lettori: molti di loro sono anche (come il sottoscritto e i miei soci) spettatori di serie TV. E ci hanno messo pochissimo a fare il salto cognitivo dallo schermo alla carta. J.A.S.T. è un primo passo verso una nuova forma di narrazione "ibrida", a metà strada tra pagina e schermo. Il prossimo passo potrebbe essere quello di aggiungere una terza dimensione al prodotto: l'interattività. Immagino un ponte tra libro, serial e videogame. Con il resto della crew stiamo ragionando sulle possibilità offerte dall'ebook e dalle nuove tecnologie d'interazione.

Come nasce l'idea di impegnarsi in un romanzo a sei mani?

Avevo in mente la storia e sapevo che due mani non bastavano. Ecco perchè ho coinvolto i miei soci.

In un articolo (*) il collettivo all'origine di J.A.S.T. viene definito "capitanato da Simone Sarasso". Questo significa che nei lavori hai avuto un ruolo direttivo?

Sì. Ho stabilito fin dall'inizio che la direzione artistica del progetto sarebbe stata mia. La storia è stata costruita con un brainstorming a tre teste, ma poi ho steso io il canovaccio scena per scena. E ho affidato a ciascun autore (me compreso) un numero variabile di episodi.

Qual è stato il ruolo e l'apporto di ciascun autore?

Ogni autore ha seguito un personaggio attraverso gli episodi che ha scritto e "diretto". Ogni tanto, è inevitabile, ci sono stati incroci tra i vari personaggi. In quelle occasioni, i personaggi degli altri sono stati presi in prestito e gestiti dall'autore che "girava" l'episodio in questione.

Come ti sei trovato a lavorare con i personaggi altrui, e come ha preso ciascuno di voi il lavoro fatto dagli altri sui "propri" personaggi?

L'approccio di tutti nei confronti dei personaggi degli altri è stato molto rispettoso del carattere delineato dall'autore "proprietario" di ciascun personaggio. Per quanto mi riguarda, è stato parecchio interessante "interpretare", scrivendo, altre parti oltre a quelle (da schifosi pezzi di merda) dei miei characters abituali. Lavorare con realtà così diverse fa vivere una vera e propria sensazione di "regia". Credo che l'esercizio sia molto salutare per chi scrive di professione.

Puoi riassumere brevemente la metodologia di lavoro con la quale avete scritto il romanzo?

Creazione collettiva della storia (documentazione collettiva su temi diversi), definizione collettiva dei personaggi e delle loro psicologie, stesura mia della scaletta scena per scena e assegnazione (sempre mia) degli episodi ai vari autori, scrittura individuale dei singoli episodi.

 

Mangialibri intervista Magini su “La famiglia di pietra” (si parla anche di SIC)

Navigando ho scoperto che sei uno dei fondatori del SIC (scrittura industriale collettiva), ci parli del tuo progetto e della necessità di affiancare la scrittura, che di solito è qualcosa che scaturisce dalla nostra fantasia, ad un termine (industriale) che nell'ambiente culturale spesso viene utilizzato in tono dispregiativo?

La risposta a questa e altre domande potete leggerla su Mangialibri.

 

SIC intervista Kai Zen

È da poco uscito per i tipi di VerdeNero il nuovo romanzo del'ensemble narrativo Kai Zen, ovvero Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani. Per l'occasione li abbiamo intervistati.

Cominciamo col chiedervi una vostra introduzione a Delta Blues.
Un uomo si inoltra nel cuore nero del mondo alla ricerca di qualcosa che possa dare un senso alla sua vita, e varca il limite delle proprie facoltà mentali, della propria salute. Un secondo uomo lo segue fino a perdersi. Entrambi cercano quello che non dovrebbero e trovano quello che non vorrebbero. Il tutto al ritmo del blues primordiale del Delta del Niger. È anche un romanzo sull'alterità, sull'altro da sé. È un romanzo, che a discapito del titolo è jazz, un romanzo in cui ogni momento è una crisi e fa parte del affresco alchemico che stiamo tracciando con ogni nostro libro, La Strategia dell'Ariete era la parte del sangue, Delta Blues è la parte dell'acqua e il romanzo che stiamo finendo è la parte del metallo.

Inevitabile allora la richiesta di qualche indizio sulla "parte del metallo"...
Diciamo che la parte del metallo è l'ultima fase della nostra opera al nero, della nigredo, ossia della fase alchemica che comporta la decadenza e il disfacimento della materia. In alchimia questa fase verrebbe seguita da altre due, albedo e ribedo, in cui la materia si sublima e infine si ricompone nella forma voluta. Noi viviamo una fase di decadenza e di quella parliamo. Il metallo oggetto del nuovo romanzo è quello più diffuso e ambito, tristemente, da sempre, ma non è l'oro, non è un metallo nobile, è il "ferro" delle armi... In ogni lavoro di Kai Zen c'è un leggero approccio filosofico che si può leggere in filigrana, ne La Strategia dell'Ariete la questione era morale, i personaggi dovevano fare i conti con l'imperativo categorico kantiano mentre erano alle prese con un astrazione del male, in Delta Blues è la questione gnoselogica a prevalere: come conosciamo il mondo e come questa conoscenza diventi assoluta eliminando ogni altra possibile conoscenza del mondo che non sia la nostra. Nel prossimo in concomitanza con il  disfacimento della materia emerge l'illusorietà del reale e il potere che le storie hanno di controllare o meno il velo di maya. Insomma cosa fareste nel momento in cui vi rendeste conto di aver vissuto una vita fatta di menzogne?

Sono passati tre anni da La strategia dell'Ariete: come è cambiato il metodo di scrittura collettiva dei Kai Zen tra i due libri?
Siamo più consapevoli e più indaffarati. Per questi motivi, dunque, siamo diventati più esigenti e più lenti. Il metodo di lavoro si basa sempre su un continuo scambio del materiale narrativo, sul quale ognuno interviene con aggiunte, correzioni e suggerimenti a modificare l'unità narrativa di partenza elaborata da chi ha scritto per primo. A seconda della struttura del libro possono cambiare tempi e sequenze di intervento, ma l'approccio base è sempre lo stesso.  La scrittura per noi è come un progetto da condividere, un lavoro da svolgere in team. Siamo una band finita tra gli scaffali di una biblioteca per trovare una vita artistica più consona alla nostra età e condizione fisica, rispetto a quella della rock star.

Avete nuovamente lavorato a distanza o ci sono stati più incontri?
Abbiamo lavorato come sempre a distanza, ma in questa occasione a ranghi serrati e tappe forzate perché i tempi erano molto più stretti e dovevamo consegnare in pochi mesi. E' stato ancora più stimolante scrivere con l'acqua alla gola (visto che era la parte dell'acqua).

Avete definito Delta Blues una cover di Cuore di Tenebra: in che termini il vostro romanzo si rapporta al capolavoro di Conrad? E rispetto al suo adattamento più celebre, Apocalypse Now?
Dal principio abbiamo deciso che Cuore di tenebra sarebbe stato la traccia da rielaborare, e così è stato. Abbiamo evitato di rileggerlo subito, riservando la rilettura alla fase successiva della riscrittura, durante la quale abbiamo potuto constatare, con un certo piacere, che nonostante l'originale lo avessimo letto tutti molti anni fa, nella nostra versione risuonavano chiarissimi gli echi delle parole immortali di Conrad. Apocalypse Now ovviamente non può non esserci; l'impatto visivo di un'opera cinematografica è fortissimo, soprattutto quando quell'opera è un capolavoro assoluto di arte visiva oltre che di scrittura. Diciamo che da quel film abbiamo tratto alcune luci e ombre. Tra le varie cover (anche se per lo più ispirato alle memorie di Gaspar de Carvajal) c'è stata anche l'influenza sotterranea di Aguirre, furore di Dio.

Questo libro, visto il tema trattato, ha sicuramente richiesto anche molta ricerca: come si è svolto il lavoro collettivo in questo senso?
Siamo tutti molto interessati alle dinamiche economiche e politiche del mondo, allo scacchiere internazionale, e tutti convinti che il sistema petrolio abbia non da poco fatto il suo tempo. Dunque abbiamo cominciato a discutere tra di noi le tematiche raccogliendo spunti e approfondimenti, poi ci siamo documentati leggendo testi, consultando qualche sito e guardando vari documentari disponibili sul tema specifico. E ci siamo poi avvalsi della preziosa collaborazione dello staff 'scientifico' di Verdenero. Andare in Nigeria sarebbe stato impossibile, avevamo bisogno di molto più tempo e molto più denaro.

 

Intervista SIC su Storia Continua

Segnaliamo una breve intervista ai fondatori SIC su Storia Continua, weblog dedicato alla scrittura in generale e a quella collettiva in particolare, alla quale seguiranno altri due interventi a nostra firma dedicati alla SIC e al Grande Romanzo.

 
 

Intervista ad Andrea Angiolino

Proseguendo nella nostra indagine sulle intersezioni, convergenze e disseminazioni culturali intorno alla scrittura collettiva – qui Vanni Santoni sui giochi di ruolo – abbiamo chiesto ad Andrea Angiolino, scrittore e inventore di giochi, di parlarci della sua attività:

 

1) Una presentazione di Andrea Angiolino per i nostri lettori.

Nato a Roma nel 1966, ho sempre vissuto qui anche se ho una base a Capranica, nel Viterbese: una casetta dove accumulo tutti i miei giochi, i miei libri e le mie riviste. Che non sono pochi, proprio perché le mie tre attività principali sono quelle di autore di giochi, di giornalista e di scrittore, con qualche parentesi da traduttore e curatore.

Come autore di giochi ho spaziato in un po' tutti i campi: dal gioco da tavolo e di carte a quello di ruolo e ai libri-gioco, dai giochi per riviste a quelli per computer, dai giochi radiotelevisivi ai giochi a concorso. Quando ho l'ispirazione faccio giochi non richiesti che poi propongo ai vari editori, i quali li pubblicano e distribuiscono sul mercato italiano ed estero: tra gli ultimi successi c'è Wings of War, un gioco di carte e più recentemente anche di miniature dedicato agli assi della prima guerra mondiale. Ideato con Pier Giorgio Paglia, è pubblicato da Nexus Editrice e tradotto finora in una dozzina di lingue. Spesso invece faccio giochi su commissione, finalizzati alla comunicazione o alla pubblicità: tra i più recenti una caccia al tesoro online per il lancio della nuova Twingo e "Fair play", creato per Pangea - Niente troppo e altri operatori del commercio equo e solidale di cinque paesi, finalizzato a divulgare i problemi ecologici ed etici legati alla produzione del cotone.

Scrivo poi libri e collezionabili da edicola: in buona parte sui giochi, ma anche di divulgazione in altri campi. Per Giunti Progetti Educativi ho per esempio realizzato alcuni volumetti per ragazzi sui temi più diversi, dalla New Economy ai terremoti, dal risparmio energetico all'attività della Protezione Civile. A tema ludico ho appena pubblicato "101 giochi con carta e matita" (edizioni Sonda), uno dei repertori più ricchi su questo tema. Tra i collezionabili spiccano una storia della penna a sfera pubblicata con Fabbri in 45 fascicoli e qualche contributo al recente "Scrivere" realizzato da Scuola Holden e De Agostini, ora riproposto in volumetti da La Repubblica e L'Espresso. Mi piace inoltre scrivere racconti, soprattutto a carattere fantastico: ho collaborato a diverse antologie. Inoltre ho compilato un'enciclopedia del fantastico mondo di Warhammer trattato come se esistesse davvero, per un collezionabile a fascicoli di una dozzina di anni fa: è forse la più ampia opera di finzione che io abbia mai dato alle stampe.

In quanto alle riviste ho scritto di parecchie cose, tutte alquanto futili: come appunto il gioco ma anche il collezionismo e la preservazione dei vecchi aeroplani.

 

2) Qual è il tuo lavoro nell'ambito della scrittura collettiva?

Molte delle cose che faccio sono a quattro o più mani: ho per esempio realizzato giochi di ruolo con una squadra di cinque autori. Ultimamente ho poi iniziato a collaborare con la Carboneria Letteraria, in cui il progetto di scrittura si fa decisamente collettivo: abbiamo pubblicato una piccola antologia intitolata "Primo incontro" con le edizioni Centoautori di Napoli e ci stiamo ora lanciando in progetti più impegnativi, tutti basati su un impianto stabilito collettivamente e su racconti scritti talvolta singolarmente, talvolta in gruppo.

La cosa più originale di cui mi occupo, in questo ambito, è comunque la scrittura di libri-gioco: quella forma di racconti a bivi in cui ogni tanto la storia si interrompe e chiede al lettore di effettuare una scelta, affinché la vicenda possa proseguire in maniera diversa continuando la lettura a paragrafi o pagine differenti. Sono stato il primo autore italiano a pubblicare un libro di questo tipo a cui sono seguiti diversi altri, scritti con vari coautori: questo anche perché, a seconda dei casi, le mie capacità ludiche sono state integrate dalle preziose conoscenze di coautori come l'archeologa Francesca Garello per un'avventura nell'antica Roma, lo storico aeronautico Gregory Alegi per un libro-gioco sugli aerosiluranti della seconda guerra mondiale, il capo scout Pier Giorgio Paglia per una storia a bivi di ambientazione scoutistica. Tutti coautori che sono peraltro assai esperti di giochi, ma con ulteriori competenze in campi specifici che a me mancano.

Su questa curiosa forma di narrazione interattiva ho anche pubblicato due manuali, "Costruire i libri-gioco" per le edizioni Sonda e il più agile "Come scrivere un libro-gioco" per De Agostini. Nel manuale della Sonda racconto tra l'altro le mie esperienze di scrittura collettiva durante le quali ho realizzato racconti-gioco in scuole di vario ordine e grado, con classi intere di ragazzi o anche con gruppi di insegnanti interessati poi ad applicare il mio metodo lavorando a loro volta con i propri alunni. Il bello dei racconti-gioco è che quando si scrive una storia lineare, tradizionale, e si lavora in gruppo, occorre di norma scegliere uno solo dei possibili sviluppi della trama e tralasciare invece tutti gli altri. In un libro gioco, invece, si possono recepire più idee contemporaneamente, ramificando il racconto: sarà poi il lettore a decidere quale utilizzare a ogni lettura. L'esperienza di scrittura si fa così più coinvolgente e meno frustrante per tutti.

 

3) Qual è secondo te l'utilità didattica della scrittura collettiva?

Trovo che unire la fantasia con la necessità di condividere il processo creativo sia doppiamente utile: da un lato si esercitano la fantasia e la capacità di scrivere, ma dall'altro anche tutte le qualità necessarie a lavorare in gruppo, a costruire assieme. Un'arte fatta di capacità di coordinamento ma anche di apertura mentale, cortesia, diplomazia, compromessi. Ritrovare qualcosa di proprio nel testo finito è sicuramente fonte di soddisfazione e stimolo a proseguire sulla strada della creatività, ma rendersi conto che il risultato finale è più ricco ed eventualmente anche meno faticoso da raggiungere grazie al contributo degli altri è una lezione di vita che vale in parecchi altri campi.

 

4) Ti interessano i risvolti artistici della scrittura collettiva? Quali potenzialità ci vedi?

Anche se per ora ho scritto poco di narrativo e in qualche modo artistico, e ancor meno a più mani, sono estremamente incuriosito e interessato: per questo ho aderito prontamente all'invito della Carboneria Letteraria e mi lasco coinvolgere nei suoi esperimenti.

Ma il mio interesse è di vecchia data, se pensiamo ad alcune espressioni della letteratura di genere. Da quasi trent'anni mi occupo di giochi di ruolo e altre forme di "letteratura interattiva", in cui i giocatori contribuiscono tutti alla formazione di una storia collettiva: la quale a volte assume la forma di racconto, come nel recente "L'erede del Grifo" nato sul forum di Lux in Tenebra con meccanismi e dinamiche da gioco di ruolo fantasy ma già fin dall'origine con il fine esplicito di produrre un romanzo collettivo.

Negli squattrinati anni della mia giovinezza ho comprato il mio primo motorino (sia pure usato) traducendo in italiano le antologie del Mondo dei Ladri, che il curatore Robert Asprin ha organizzato come una sorta di gioco fra gli scrittori anglosassoni di fantasy e fantascienza proponendo loro un'ambientazione condivisa e dando a ciascuno i personaggi ideati dagli altri da utilizzare come comparse nel proprio racconto, creando così una galleria di figure di inusuale ricchezza. E proprio dalla voglia di sfidare al limite i vincoli imposti sull'uso dei personaggi altrui, immodificabili e non "ammazzabili", sono nate in maniera assai ludica alcune intriganti situazioni narrative.

Del resto i libri-gioco, prima di essere prodotti, sono stati teorizzati ed esemplificati dal'Oulipo, l'Opificio di Letteratura Potenziale, cui appartenevano tra gli altri Perec, Queneau e Calvino. Anche la letteratura "alta" ha una plurimillenaria tradizione di vincoli e altri elementi giocosi fra acrostici, bisticci e giochi di parole. Io penso che se si accentuano gli aspetti più giocosi della scrittura collettiva, che può averne parecchi e diversificati, il processo si fa più interessante e anche divertente. La speranza è che poi i risultati prodotti siano comunque considerabili di qualità, indipendentemente dal processo adottato per crearli: ma anche da questo punto di vista si può auspicare che la capacità autocritica e di rifinitura di una collettività possa garantire livelli almeno pari, se non superiori, a quella di un singolo.

 

 

Interviste a Wu Ming e Kai Zen

Vi proponiamo le interviste cui abbiamo sottoposto i due più noti gruppi di scrittura collettiva d'Italia, Wu Ming e Kai Zen:

 

 
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