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Lezioni viareggine - II

Lezioni viareggine #2: Princess Serendib in Sincroni-City

All'inizio dell'anno, mentre lavoravamo alla composizione delle prime schede de Il Principe - un lavoro tutto "al buio," in quanto lo stesso metodo di composizione nacque in quell'occasione - e scoprivamo che la Scrittura Industriale Collettiva funzionava davvero, ci stupirono molto le ricorrenze che continuamente trovavamo tra le schede dei vari autori (l'aspetto di Paolo, la mentalità di Anna, e tanti altri piccoli particolari).

Li per lì la cosa ci apparve non meno che prodigiosa: i membri dei gruppi scrittura non si conoscevano tra loro e non avevano comunicato in alcun modo durante il lavoro, eppure tendevano verso una direzione comune, a volte addirittura sovrapponendo parole e frasi. Nelle fasi successive (specialmente in fase stesura), poi, i quattro scrittori parevano aver lavorato almeno nella stessa stanza, consultandosi ad ogni pausa caffé. Anche questo era piuttosto stupefacente, ma poteva essere spiegato con l'indirizzo dato via via da noi Direttori Artistici e con il fatto incontestabile che un lavoro SIC col procedere delle fasi prende sempre più una determinata direzione (via via che si accumulano dati e personaggi definitivi, e gli scrittori abbandonano i loro spunti individuali per lavorare col materiale comune, la storia non può che andare in un certo modo).

Le sincronicità della prima fase erano quindi ben più impressionanti, inspiegabili se non ricorrendo all'assai poco scientifica (e tantomeno industriale) categoria della serendipità (in soldoni: non cerchiamo quello, ma lo troviamo, e però non lo troveremmo se non ci aggirassimo più o meno da quelle parti). Per un po', troppo presi dagli aspetti più pratici (la presentazione del metodo a Torino in maggio, la costruzione del sito, i lavori del secondo racconto, quelli del primo romanzo, l'attività di blogging - ahi! - qui sul sito) smettemmo addirittura di farci caso. Le schede che arrivavano, incuranti della nostra disattenzione, continuavano imperterrite ad essere sincroniche al limite della magia (o della qabbalah). Non importava se stessimo parlando di uno svincolo stradale alla periferia di Padova, della biografia di un malefico doppiogiochista del KGB o del modo in cui un nerd spiegava al direttore commerciale della Carolina Packaging la propria visione del mondo: le corrispondenze continuavano a presentarsi.

Quel giorno di sei o sette mesi fa, messi di fronte al fenomeno, avevamo azzardato, invero senza crederci troppo, un'affermazione: la SIC fa uscire allo scoperto l'immaginario collettivo. Un simile proclama non era privo di insidie: ribaltandolo, un interlocutore malizioso avrebbe avuto gioco facile nel dire che, quindi, la SIC è una fucina di stereotipi. Bene, qualche volta lo è stata, ma grazie ai processi virtuosi del metodo siamo bene o male sempre riusciti ad uscire con un risultato degno, anche dalle mandate di schede più stereotipate.

Un esempio lampante fu l'"Hotel Quilici" (locazione del Romanzo#1, attualmente in lavorazione, N.d.R.) : gli scrittori, chiamati a descrivere un normalissimo albergo a tre stelle nel centro di Roma, se ne erano usciti con quello che sembrava un set di schede assolutamente banale. In fase di composizione ci trovammo di fronte, distesi sul tavolo, sei "Hotel Quilici," tutti inesorabilmente stereotipati. La sincronicità c'era, ma su cose assai poco stupefacenti: un certo tipo di tappezzeria, un certo tipo di moglie del padrone, un banco bar spoglio e un po' polveroso. Una volta montata la scheda, però, il risultato fu ben diverso: l'Hotel Quilici definitivo era sì "un qualunque albergo a tre stelle del centro di Roma," ma era in qualche modo anche estremamente profondo. Sei livelli di realtà, assai simili tra loro, avevano dato profondità e dimensioni allo stereotipo, trasformandolo in archetipo. L'Hotel Quilici era diventato l'archetipo degli alberghi a tre stelle del centro di Roma. Di più: l'archetipo di un certo tipo di albergo che tutti ci portiamo dentro, da qualche parte.

Già che, tanto con la sincronicità quanto con gli archetipi, ci eravamo scoperti a camminare nell'universo concettuale per nulla umile di C.G.Jung, ci venne facile azzardare un'affermazione ancora più pesante della prima, questa volta credendoci un po' di più: la SIC fa uscire allo scoperto l'inconscio collettivo. Ce ne sarebbe abbastanza per stappare una cassa di Moet&Chandon, ma anche l'inconscio collettivo - abbiamo scoperto - ha i suoi problemucci: non va troppo d'accordo con gli imprevisti (almeno: con alcuni tipi di imprevisti), e certo non è bravo quanto una persona singola nel prendere decisioni.

Per una breve dissertazione sul tema delle decisioni di soggetto e delle svolte di trama nella SIC, dei soggetti chiusi e aperti, e della costruzione progressiva della storia, vi rimandiamo alla terza e ultima "lezione viareggina," sempre qui.

[II - continua]

 
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