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TRANSMEDIA. STORIA, MEMORIA E NARRAZIONI ATTRAVERSO I MEDIA

Segnaliamo l'uscita, per Mimesis, del saggio Transmedia – Storia, memoria e narrazioni attraverso i media, a cura di Emanuela Patti e Clodagh Brook, che raccoglie eccellenti saggi di vari studiosi sulle più recenti e rilevanti esperienze di narrazione transmediale, italiane e non, tra le quali figura anche il nostro In territorio nemico (e la SIC in generale).

La "prima" del libro avrà luogo il prossimo venerdì 27 febbraio a Londra, presso l'Institute of Modern Languages Research della University of London, nell'ambito del convegno Experimental narratives: from the novel to digital storytelling (qui il programma).

 

Vanni Santoni intervista Wu Ming sull'Armata dei Sonnambuli

Domenica 18 maggio alle 17:00, nell'ambito di Inchiostri Ribelli, il collettivo Wu Ming presenterà il suo nuovo romanzo L'armata dei sonnambuli al CSA nExt Emerson. Per l'occasione, il cofondatore SIC Vanni Santoni li ha intervistati per il dorso toscano del Corriere della Sera. Il pezzo è leggibile qui.

 

Wu Ming 2 intervista i SICster

 

Intervista esplosiva e a 360°: Wu Ming vs SIC, su Giap.


...e poi oggi siamo a Roma (
Giufà, ore 19:30), domani a Frosinone (Ubik, ore 18:00) e presto pubblicheremo il calendario completo del tour.

 
 

Timira: intervista a Wu Ming 2 e Antar Mohamed

In occasione dell'uscita del romanzo Timira di Wu Ming 2 e Antar Mohamed (romanzo che cogliamo l'occasione per consigliare incondizionatamente), abbiamo intervistato gli autori. Ecco cosa ne è uscito:

1) Scrivete, a margine di Timira: "Qualsiasi narrazione è un’opera collettiva". E ancora: "è tempo di rendere giustizia alla natura collettiva dell’autobiografia". Spiegateci.
Siamo convinti che il raccontare storie sia un'attività collettiva, comunque la si pratichi: da soli, in coppia o in gruppo. In maniera simile, anche l'identità – il concetto che ciascuno ha di sé stesso – è una storia che costruiamo insieme agli altri e nella quale ci attribuiamo un ruolo. Dunque, nell'autobiografia come genere letterario, si incontrano due poiesis, due "fare" di natura collettiva: il raccontare storie e il costruirsi un'identità. Ecco perché riteniamo che il memoir, il biopic e l'autofiction dovrebbero svelare, mettere in mostra questa loro natura. Invece, nella maggior parte dei casi, vanno nella direzione opposta, e si presentano come scritture solipsiste, intime, private.

2) Ci vengono in mente diverse ragioni per cui questo può essere definito "romanzo meticcio", come recita il sottotitolo. Diteci le vostre. Ma poi, ricollegandoci alla domanda precedente... Non sarà che tutti i romanzi sono meticci?
Tutti i romanzi sono meticci, proprio come gli individui. Eppure, così come ci sono persone che riescono a occultare questa loro caratteristica, allo stesso modo ci sono romanzi che negano la loro natura ibrida, che preferiscono non metterla in piazza. Questo, invece, è un romanzo programmaticamente meticcio, che dichiara di esserlo fin dalla copertina, che poteva presentarsi ai lettori solo rivendicando una lingua, una struttura e un autore esplicitamente ibridi. Ce lo imponeva la vicenda, anch'essa meticcia, che abbiamo raccontato.

3) Al di là di quanto avete detto sulla natura collettiva di ogni opera, un libro a quattro mani tecnicamente non è (ovviamente) scrittura individuale, ma neanche collettiva. Raccontaci come avete lavorato tu e Antar Mohamed.

A dire il vero, Timira non è scritto a quattro mani. Nella quarta di copertina spieghiamo che gli autori sono tre: un cantastorie italiano dal nome cinese, un somalo con due cittadinanze e quattro lauree e un'attrice italo-somala di ottantacinque anni. Poi in copertina abbiamo scritto solo due nomi perché al momento di firmare il lavoro finito, l'autrice e protagonista Isabella Marincola/Timira Hassan non era più su questa terra, e non ci sembrava onesto attribuirle la co-responsabilità di uno scritto sul quale purtroppo non ha potuto dare un parere definitivo.
All'inizio, infatti, il romanzo nasce come lavoro a quattro mani di Isabella Marincola e Wu Ming 2. Ma prima ancora di parlare di un romanzo, c'erano tante ore di chiacchiere, interviste, pomeriggi passati insieme e registrati su nastro. Quindi la decisione di metterci a scrivere, il lavoro sulla scaletta, le discussioni su come e quanto romanzare la vicenda, cosa inventare e cosa no, quali episodi mettere sulla pagina. A quel punto, stabilita la successione dei diversi capitoli, abbiamo cominciato a scrivere assegnandoci via via le diverse parti e poi riscrivendole a ruoli invertiti. Quando Isabella è morta, e Antar mi ha domandato di finire il romanzo insieme, è cambiata ovviamente la dinamica, il rapporto interno alla coppia, ma non il modo di lavorare.

4) Sempre dal paratesto si vede come Timira abbia avuto una gestazione lunghissima, ben nove anni. Qual è stato il flusso di lavoro in questo arco di tempo?
 ANTAR: Ho conosciuto Giovanni nel 2003, in una struttura psichiatrica: io all'epoca facevo l'educatore, mentre lui era amico di un ragazzo che viveva là. Avevo appena letto "Asce di guerra" – di Wu Ming e Vitaliano Ravagli – con tutte quelle vicende sepolte di partigiani, e volevo parlare a Giovanni di mio zio, Giorgio Marincola, che credo sia l'unico partigiano italo-somalo ad aver combattuto nella Resistenza. Però di lui sapevo molto, molto poco.
Caso vuole che nello stesso periodo, a Roma, Carlo Costa e Lorenzo Teodonio si siano imbattuti nella vicenda di mio zio grazie a Mario Fiorentini, vera e propria leggenda vivente della resistenza romana. Lorenzo, grande ammiratore di Wu Ming, ne ha parlato con Giovanni e da lì è nato una specie di progetto a più mani: Carlo e Lorenzo avrebbero scritto un saggio biografico su Giorgio – "Razza Partigiana" – poi Wu Ming 2/Giovanni lo avrebbe trasformato in uno spettacolo di musica e letture – "Basta uno sparo", edito da Transeuropa.
Il tutto ha visto la luce nel 2008.
A quel punto, "sistemato" Giorgio, Giovanni si è presentato da Isabella e le ha domandato di raccontargli meglio la sua vita.
E così, un po' alla volta, senza una chiara destinazione, parte una lunga conversazione fra loro due, e nel settembre 2009 decidono di scrivere un romanzo a quattro mani e iniziano a scrivere i primi capitoli.
Purtroppo Isabella muore nel marzo 2010 e a me dava un grande dolore vedere il romanzo a cui lei teneva tanto chiuso per sempre in un cassetto. Così ho chiamato Giovanni e gli ho chiesto se il romanzo lo voleva finire assieme a me. E così è stato.

5) Parlando di tempo, Timira si articola e si muove su vari piani temporali. Raccontateci un po'.
 ANTAR: Fin dalle prime discussioni con Isabella intorno alla scaletta, si era deciso di prendere il 1991/92 come presente narrativo del romanzo e di far partire da lì i flashback sul passato, sulla vita di Isabella/Timira dal 1925, quando è nata a Mogadiscio, fino al 1990, poco prima dello scoppio della guerra civile in Somalia.
Ci sembrava interessante porre l'accento sull'Italia di quel periodo: confusa, spiazzata dalla fine della Guerra Fredda e dall'inizio di Tangentopoli, spaventata dai profughi albanesi e dagli "extracomunitari". In quest'Italia precaria, Isabella si ritrova profuga, anche se cittadina italiana, senza fissa dimora, Migrante da un tetto a un altro, in un condizione esistenziale che è la cifra del nostro tempo, dove il concetto di "cittadino" suona spesso vuoto, o peggio salvo, visto che gli Stati nazionali non sembrano offrire più alcuna garanzia, mentre i diritti umani sono spesso lettera morta.

6) Difficile non avere un brivido di emozione, ma anche di sorpresa, leggendo la poesia di Timiro Ukash che apre la terza parte del libro. Ma in generale tutto Timira apre fronti nuovi. Trovate che il colonialismo italiano sia stato finora, per così dire, "sottoraccontato"?

Angelo Del Boca, che ha fatto da apripista agli studi sul colonialismo italiano, alla fine della sua opera monumentale sull'Africa Orientale, passa il testimone ai romanzieri, nella speranza che essi raccontino ciò che lo storico non può far emergere, potremmo chiamarla la "verità pasoliniana" sul colonialismo, cioè quel genere di verità che puoi scoprire con il metodo narrativo ma che non puoi dimostrare con la ricerca scientifica.
Ci sono scrittori che hanno seguito l'invito (o che l'avevano raccolto ante litteram, come Flaiano con "Tempo di Uccidere", che risale al 1950). Tuttavia, se ci fa ancora effetto leggere una poesia  come quella di Timiro Ukash, ispirata dal sacrosanto furore di una somala contro gli italiani, significa che in molti casi il punto di vista adottato in quei romanzi è ancora coloniale, maschio e bianco. Sono convinto invece che solo uno sguardo femminile, meticcio e post-coloniale ci può aiutare a capire meglio la nostra criminale "avventura" africana e quanto questa ancora influisca nel definire il carattere, l'identità degli italiani, soprattutto di genere maschile, perché le colonie italiane furono per lo più "colonie per maschi", frequentate da soldati e funzionari molto più che da famiglie di lavoratori. Per fortuna, questo punto di vista comincia ad emergere, e non è davvero un caso se i migliori romanzi postcoloniali italiani sono scritti da donne: penso a Gabriella Ghermandi, Igiaba Scego, Cristina Ali Farah, Shirin Ramanzanali Fazel, Carla Macoggi, Kaha Mohamed Aden, Fatima Ahmed. Nomi che spesso sono ancora sconosciuti al grande pubblico, ma che insieme costituiscono ormai una "massa critica" difficile da ignorare.

7) Possiamo dire che Timira e il reading di WM2 "Basta uno sparo" siano "parenti". Spiegateci come sono legati.

Il reading racconta la vicenda di Giorgio Marincola, fratello di Isabella, partigiano italo-somalo che combatté a Roma e a Viterbo, a Biella e in Val di Fiemme, dove morì ventunenne, il 4 maggio 1945, a guerra ormai finita, nell'ultima strage nazista sul territorio italiano.
Il reading si basa sulle ricerche di Carlo Costa e Lorenzo Teodonio, che hanno scritto un ottimo saggio biografico sulla vita di Giorgio, "Razza Partigiana", edito da Iacobelli nel 2008. L'avventura di Isabella poteva sembrare una semplice nota a margine rispetto a quella eroica del fratello. Invece mi sono detto che poteva essere ancor più interessante raccontare la sua lunga, caparbia, disarmata resistenza. E da questa piccola intuizione si è poi sviluppato tutto il progetto intorno a Timira.

8) In Anatra all'arancia meccanica avete scelto di unificare gli autori dei vari racconti, listandoli tutti come scritti da Wu Ming; allo stesso modo, all'inizio di Timira sono elencati tutti i libri dei Wu Ming, sia individuali che collettivi. Diteci dunque come si colloca questo romanzo nel "canone" wuminghiano.
Il mio compadre Wu Ming 4, appena l'ha letto in bozze, mi ha scritto che Timira gli sembrava riprendere, rilanciare e vincere le sfide narrative che avevamo affrontato (e non sempre superato) in "Asce di Guerra". In effetti, gli ingredienti dei due lavori sono piuttosto simili: memoria, archivio, storia orale, cronaca, oblio. Al di là di questo, mi pare che Timira sia anche una tappa del nostro percorso intorno ai personaggi femminili, e per la prima volta nella sua storia, il collettivo si allarga oltre i confini di genere. Credo si possa parlare anche di una "nuova fase" dei nostri romanzi "solisti", nella quale il singolo membro del collettivo, invece di scrivere il "suo" romanzo, sente il bisogno di aggregare un nuovo collettivo, diverso da Wu Ming. Non a caso, il prossimo romanzo di Wu Ming 1, "Point Lenana", sarà scritto a 4 mani con Roberto Santachiara, il nostro agente letterario.

9) Leggiamo su La Stampa che con Wu Ming 2 il collettivo Wu Ming sarebbe entrato nella fase 2. Spiegateci un po' ;)
Sì, appunto, fase 2, però tra poco torneremo alla fase Wu Ming 1, dopo che nel 2008, con "Stella del Mattino", avevamo attraversato la fase Wu Ming 4 e nel 2001, con Havana Glam, eravamo partiti addirittura dalla numero 5... In realtà i numeri, dopo il nome del collettivo, indicano i suoi singoli membri in ordine alfabetico. Su Wikipedia c'è addirittura l'elenco. Tuttavia, non bisogna stupirsi. Anche l'Unità, nel recensire il libro, ha inserito due riferimenti a "i Wu Ming 2". Pazienza, mica tutti possono conoscere il nostro percorso. (anche se magari, sulle pagine culturali di un giornale italiano, un po' più di attenzione non guasterebbe). E poi va detto che ce la siamo cercata: la nota biografica che mi riguarda, nella bandella di Timira, è troppo criptica, chi non sa nulla di noi può rimanere spiazzato. La prossima volta saremo più precisi.

 

SIC a Roma

Oggi, giovedì 23 giugno alle 17:00 presso l'Urban Center del XI Municipio, via Niccolò Odero 13, pareciperemo all’incontro “Pensare Collettivo, Scrivere Collettivo” insieme a Wu Ming, Kai Zen, Epimeteo, Laser, Ippolita, CRS, Equipe sperimentale di storia. 

 

SIC intervista Wu Ming su Anatra all'arancia meccanica

È da poco uscito, per i tipi di Einaudi Stile Libero, Anatra all'arancia meccanica, solido (e consigliatissimo) librone che raccoglie una selezione di racconti del collettivo Wu Ming scritti tra il 2001 e oggi. Quattrocento pagine – citando l'introduzione di Tommaso de Lorenzis – "manesche e facinorose". Abbiamo colto l'occasione per fare qualche domanda ai membri del collettivo.

"Slightly more than expected from a band of novelists": fin dal vostro "pay-off" vi definite romanzieri. Rispetto a questo fatto, cosa rappresenta per voi il racconto? Come vi ci rapportate?

Va detto che almeno due dei "racconti" inclusi in AaAM sono in realtà veri e propri romanzi brevi. Altri autori li avrebbero pubblicati uno per uno, allargando il font per farli sembrare ancora più lunghi e "romanzo-like". Noi invece abbiamo aspettato di poter mettere insieme qualcosa di più ampio. Abbiamo atteso che i vari racconti scritti nel corso degli anni componessero una narrazione-fiume. Certo, è un fiume dal corso tortuoso, che a volte "entra in clandestinità" e si riduce a ruscello, altre volte rallenta e forma una palude, poi, all'improvviso, si gonfia di acqua scura ed esonda, bagna e infanga i piedi anche a gente che vive lontano. Dopo tutto questo, ecco che arriva alla foce e forma un bizzarro estuario, fatto di atolli "intermittenti", precarie lingue di terra... Scusate, stavo delirando. L'ho [risponde WM1 N.d.R.] anche scritto in NIE: "L'allegoria ci scappa da tutte le parti, prot!".
Per noi la forma-racconto (o romanzo breve) è – forse banalmente – una mossa tattica, mentre il romanzo è una mossa strategica. Con un racconto puoi intervenire su un tema in tempi più brevi. Noi per scrivere un romanzo ci mettiamo fino a tre anni, e a volte servono incursioni più rapide.
Inoltre, la forma-racconto è la "palestra d'ardimento" del collettivo. Chi ricorda i fumetti di Alan Ford avrà colto la citazione: la "palestra d'ardimento" è il cortile posteriore del negozio di fiori del gruppo TNT. È dove Grunf, questa specie di meta-reduce ur-fascista di tutte le guerre del Novecento, cerca di addestrare e tenere in forma gli agenti. Noi usiamo i racconti per tenere desti i riflessi del collettivo, per riempire di narrazione le pause del lavoro sui romanzi.

Abbiamo notato che i racconti sono tutti a nome "collettivo", senza distinzioni tra i vari WM (leggendo il libro V.S. vi ha riconosciuto un racconto di WM2, Roccaserena: lui e WM2 presentarono insieme il numero di Argo su cui apparve insieme a un suo racconto, quindi presumiamo che ci siano anche altri racconti firmati da un solo WM o da "sottogruppi"). Quali le ragioni di questa scelta?

Sic! Sicché proprio voi SIC mi fate 'sta domanda un po' sick? Questa cosa un po' mi turba, è... turbante, mi fascia la testa. Un turbante da sikh. Sigh! Non importa chi di noi li abbia scritti: sono tutti racconti del collettivo. Alcuni furono scritti "a staffetta" da tutta la band, altri a quattro mani, altri da tre persone, altri da uno solo, che importa? È sempre Wu Ming. Quella del "mio" e del "tuo" – io-ho-scritto-questo e tu-hai-scritto-quello – è una cancrena, un'oscena messinscena. Il collettivo è über alles. Non ha una sua "mistica", né (siccome mostro spersonalizzante) ci mastica, ma di certo è più della somma delle parti.

Una risposta che ci rende molto felici :). Avete rimesso mano ai testi o sono riprodotti come in originale?

Una lievissima spolverata di editing per gli scritti più antichi, che furono messi on line in tempi brevissimi, "cotti e mangiati", quasi senza rilettura. Abbiamo sostituito poche parole qui e là, tolto una frase o due. Al 99,9% l'antologia presenta i testi come furono proposti all'epoca.

AaAM raccoglie testi prodotti nell'arco di 10 anni. Come è cambiato l'occhio collettivo dei WM sulla realtà in tutto questo tempo?

L'ordine prevalentemente cronologico dei racconti permette di vedere che la nostra prosa si è fatta più visionaria, surreale. Ci sono visioni anche nei testi del 2000-2001, c'è surrealtà, ma è al servizio della parodia, della satira. Più innanzi si va, e più si costeggiano fantasy, fantascienza apocalittica, scenari "metafisici" (nel senso pittorico: De Chirico etc.). Un racconto come Arzèstula è "Savinio meets Ballard e lo scambia per Celati". E poi, i racconti più recenti sono più "dark".

Una cosa che salta all'occhio è, rispetto ai toni più morbidi e sottilmente allegorici dei vostri romanzi, il carattere virulento dei racconti di AaAM, a cominciare dai titoli (Come il guano sui maccheroni, Pantegane e sangue, la title track stessa...) ma anche nello stile più diretto e "politico". Commenti?

Grazie per il "morbidi", non ce l'aveva mai detto nessuno! Diciamo che un romanzo (chessò, Manituana o Altai) è come quelle trappole dei Vietcong che si vedono nei film: è una buca nascosta da un telo coperto d'erba, e sotto c'è una distesa di pali appuntiti. Tu ci cammini sopra e, swuussshhh! Infilz! Arrrggh! Un racconto come L'istituzione-branco, invece, è un tizio che, dal fitto della giungla, ti salta addosso col machete e ti fa a pezzi seduta stante, in modo eclatante, rumoroso, sguaiato, sicuramente poco discreto.

 

Scrittura collettiva al Bartleby occupato con Wu Ming 2 e SIC

 

Domani mercoledì 19 maggio, ore 20:30 al Bartleby occupato (Via San Petronio Vecchio 30/a, Bologna) Wu Ming 2 e i fondatori SIC Santoni e Magini parleranno prima un po' del Grande Romanzo Aperto SIC, e poi un po' del futuro (?) della scrittura collettiva.

Venite, venite!

 

 

SIC intervista Wu Ming

Venerdì 20 novembre abbiamo partecipato a una splendida giornata letteraria curata da Dimitri Chimenti, Massimiliano Coviello e Francesco Zucconi presso l’Università degli Studi di Siena.

Nel corso della giornata, oltre al reading nostro e di Scrittori precari, ci sono state le presentazioni di Servi di Marco Rovelli e Altai dei Wu Ming.

Mentre il possente Chimenti cercava di trascinarci a cena, siamo riusciti a intervistare Wu Ming 2 e Wu Ming 5, intervenuti per parlare del nuovo romanzo del collettivo.

 

Altai arriva dieci anni dopo Q: come è cambiato il vostro metodo di scrittura collettiva?

[wm2] Con Q il metodo era pura improvvisazione e sperimentazione; l’idea del romanzo nacque durante una riunione bolognese del Luther Blissett project, e il metodo era tutto da inventare, non c’era una direzione precisa. Ci fu all’inizio una lunga, lunghissima preparazione della scaletta, che poi ebbe il ruolo di un’ancora a cui aggrapparsi, scaletta che venne riscritta mille volte e poi superata completamente, basti pensare che all’inizio il libro si chiamava I guerrieri di Qumran e il finale era completamente diverso. Di certo in Q le varie mani erano distinguibili, mentre in Altai gli interventi di gruppo sono stati effettuati in modo molto più invasivo, in modo da generare quanto più possibile uno stile unico, e sicuramente oggi è diventato impossibile dire chi ha scritto una singola parte, anche perché ci siamo evoluti come scrittori.

 

In particolare dove vi sentite “cresciuti”?

[wm2] C’erano da superare certi behaviorismi, l’idea che “il personaggio lo si capisce da ciò che fa”, che di per sé è anche un’idea giusta, ma a volte rischia di diventare una scusa per non interrogarsi abbastanza sulla psicologia del personaggio...

[wm5] …Oggi facciamo grandi sforzi in questo senso: le discussioni più lunghe sono quelle sulle motivazioni dei vari personaggi, sulla loro coerenza ed evoluzione. Questo è tanto più necessario quando, come in Altai e Q, il 90% dei personaggi partono da figure reali, che devono diventare meno storiche e più consapevolmente letterarie.

 

Durante la presentazione avete detto che avete isolato una lista di stilemi “consigliati” o da evitare. Come siete arrivati alla definizione dei singoli stilemi e in quale ottica?

[wm5] Il collettivo partì da riflessioni sulle scritture contemporanee che sembravano più efficaci, penso ad autori come Ellroy. La ricerca è sempre andata nella direzione di un tipo di lingua che avesse una sua coerenza, che fosse agile ma permettesse anche di accedere a registri alti senza suonare stucchevole o artefatta…

[wm2] … Poi ovviamente le cose cambiano a seconda del romanzo, ad esempio in Manituana avevamo cercato di usare solo metafore e di evitare ad ogni costo le similitudini, mentre viceversa in Altai ce n’era sicuramente bisogno. È vero anche che “crescendo” abbiamo anche cercato, in modo più naturale che ponderato, di superare una prosa troppo paratattica e minimale…

[wm5]… per certi versi il culmine di una ricerca in questo senso è Free karma food, però in quel caso si va sulla prosa sperimentale che come collettivo non vogliamo perseguire.

 

Torniamo all’ultimo romanzo: visto che ci avete raccontato come nacque l’idea di Q, diteci anche com’è nata quella di Altai.

[wm2] L’idea nasce col decennale di Q: volevamo assolutamente fare qualcosa per celebrare i dieci anni del libro da cui è nato tutto: sicuramente rileggerlo e renderci conto di quanto eravamo cambiati, anche a livello di prospettiva e lettura delle vicende di quel personaggio. A quel punto ci siamo chiesti: questo cambiamento, il modo migliore per evidenziarlo non sarà forse tracciarlo su quella stessa mappa? Per capire dove eravamo oggi servivano gli stessi sistemi di riferimento di dieci anni fa: usando un altro universo non avremmo potuto vedere bene il nostro percorso. L'idea iniziale era di fare una cosa piccola, un racconto di qualche decina di pagine, da mettere sul sito o a margine di una  nuova edizione di Q, poi come spesso accade, cominciando a ragionarci su, a pensare i possibili sviluppi, il racconto è esploso e abbiamo capito che con quella storia si poteva, si doveva, fare un romanzo.

 

Quali sono i principali cambiamenti nella vostra visione del mondo, sia reale che letterario?

[wm5] Servirebbe qualcuno che ci conosce meglio di quanto ci conosciamo noi! Tra un anno rileggerò Altai e lo saprò dire meglio. Sono cose difficili da definire, anche quando le si sente; sicuramente una cosa è il fatto che il rapporto tra vita personale e letteratura sta diventando sempre più importante, e questo si traduce da parte nostra in un'esigenza di profondità psicologica e biografica. Vogliamo “più passato”.

[wm2] Un aspetto di Q che volevamo superare era il fatto che in Q il protagonista è un rivoluzionario di professione, ma anche di passaggio: attraversa situazioni di rivolta, e sconfitte, da cui si trae d'impaccio, in fin dei conti perché "figo", e la consolazione dalle sue sconfitte è semplicemente l'essere dalla parte giusta, pur cambiando sempre campo. L'eroe di Q non si prende mai fino in fondo la responsabilità, né tantomeno il peso, di una comunità. Ci interessava quindi mettere in scena una situazione interiore più complessa, non fare solo salti di avventura in avventura, ma sviluppare un personaggio che avesse delle radici con cui confrontarsi.

 

Recentemente ci hanno chiesto di scrivere un intervento sul romanzo storico. Vi giriamo la domanda, visto che avete molta più esperienza: perché fare romanzi storici oggi?

[wm5] La ragione più evidente credo sia il fatto che il romanzo storico è un espediente efficace per parlare di dinamiche contemporanee, per metterle in luce. Certo è anche un tipo di prodotto che funziona: da noi il romanzo storico non è percepito come “di genere”, ma in Francia ad esempio è diverso, è assolutamente “romanzo di genere”, eminentemente commerciale.

[wm2] Credo che il romanzo storico possa essere utilizzato come un veicolo eminente per rompere le gabbie dei generi e mettere in campo "grandi narrazioni" fruibili non solo da una cerchia di eletti, e questa attitudine popolare rispecchia in maniera diretta uno dei momenti fondativi del collettivo Wu Ming.

 

Un’ultima curiosità: nel catalogo Einaudi all’inizio si leggeva un altro titolo…

[wm5] Si, era Tahammül, una parola turca dal significato simile a tolleranza, ma con una sfumatura diversa: tahammül è qualcosa che sta tra tolleranza e pazienza, con una connotazione che suggerisce che niente è un pericolo se la società in cui è calato non lo considera un pericolo. Alla fine però abbiamo scelto Altai (catena montuosa, ma anche razza di falchi, NdR) che ci è parso meno oscuro e più evocativo.

 

 

Solve et Coagula - La funzione autoriale nell'epoca della sua riproducibilità telematica

Segnaliamo l´uscita, sulle pagine di Carmilla, di un nuovo saggio breve dei fondatori SIC. L´articolo prende le mosse dall´intervento di Gregorio Magini e Vanni Santoni al VeneziaCamp e può essere letto a questo indirizzo: http://www.carmillaonline.com/archives/2009/11/003240.html#003240.

Chi preferisce il fulgore pristino del pdf, può scaricarlo dal link seguente:

 
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