Sia nel blog che alla presentazione della SIC al LitCamp di Torino la domanda più frequente è stata quella circa il depotenziamento del ruolo dello scrittore. Essendo i due tenutari del sito due direttori artistici (al momento gli unici, che io sappia) vorrei dedicare uno spazio del forum agli scrittori SIC. Specialmente quando si venga paragonati a polli allevati in batteria.
[Non ce l'ho con chi ha proposto il paragone sul blog, lo so che non voleva essere offensiva, solamente ne approfitto per dire la mia sull'argomento).
Dunque, per quanto mi riguarda:
"Polli": pensare a me stesso come uno scrittore-pollo tutto sommato mi aggrada non poco. Se poi mi si potesse dare una divisa di KFC (Kentucky fried chicken), giuro che prima di mettermi a scrivere la indosserei con un piacere al limite dell'orgasmo. Nell'epoca dei blog siamo già tutti commessi-prodotti dello Splinder Fast Food e questo, a parer mio, è un dato di realtà. Che si offrano Happy Meal di cazzi propri o Mc Royal Deluxe di pura avanguardia il risultato, dal punto di vista della produzione, cambia di poco. Per questi motivi, arrivando alla SIC da blogger, essere pollo mi va benissimo. Anzi, lo trovo onesto e liberatorio.
"Allevati": su questo mi tocca dissentire. Nessuno ci fa da tutore mentre scriviamo: ognuno mette autonomamente in gioco le sue idee per ogni scheda, nessuno ci accompagna tenendoci per la manina.
Di quello che abbiamo scritto non c'è traccia nella scheda finale? Amen. Nella scheda successiva si ricomincia da capo: si spinge per far emergere una propria idea in un nuovo contesto. Questo è un proprio problema, di cui il direttore artistico non saprà mai niente.
Siamo alienati rispetto al prodotto finale? Certo, ma lo sarà anche il direttore artistico che avrebbe scritto la stessa storia in modo del tutto differente (ma di questo, in realtà, non so nulla).
Si perde la nostra individualità? Sì: per una volta si è fatto qualcosa che non sia uno stendardo di sé stessi. No: una bella descrizione, una propria competenza emergerà comunque.
Certo, non si vedrà il simbolo "R" del marchio registrato, ma è questo il bello. Temere la perdità dell'individualità nella società dell'egolatria è quantomeno paradossale. E non si sottovaluti il fatto che lavorare su materiale sempre sconosciuto (trasformato) è parecchio più divertente che seguire una storia che abbiamo già in mente.
"In batteria": assolutamente, per fortuna. Tutti in una bella fila orizzontale: così impariamo un'altra volta a voler scrivere! Un metodo è necessario e, si badi:
A) non è imposto, si può non aderire;
B) come ogni altro metodo propone certamente una serie di limitazioni operative (magari anguste e fastidiose), ma propone una direzione in cui il cammino è potenzialmente illimitato;
C) poco cuore e troppo cervello?
C1-ma di cuore non ce n'è fin troppo in giro, una vera ipertrofia?
C2-finchè si parla di metodo, in ogni caso, "o'sentimente" ha poco da dire;
C3-nel momento del riempimento delle schede ognuno mette ciò che vuole: un lamento di un pastore errante della bassa lodigiana come un'esposizione sintetica del sillogismo di quarta figura. Sono fatti suoi (miei).
Ed ora, per favore, qualcuno si accodi nella discussione. Non lasciatemi qui a fare la figura dell'idiota.
(Saluti ossequiosi ai due detentori dei mezzi di produzione ed agli altri scrittori oppressi)


dalla parte del direttore
Quante volte, di fronte a quelle pile di schede, abbiamo lottato contro l'impulso creatore, contro la voglia di aggiustare "solo quella cosina" e renderla ai nostri occhi perfetta. Quante volte abbiamo dovuto ingoiare qualcosa che non ci piaceva, "ma, oh, l'hanno messa in tre su quattro!"
Quanti sacrifici: ma quanto belli, quanto necessari.
Concordo con Raputt nell'indicare l'ipertrofia cardiaca, spalleggiata dalla sua degna compagna l'assenza di disciplina, come una delle piaghe peggiori della narrativa odierna (e forse anche di quella passata, ma certo chi ne pativa non è pervenuto fino a noi). E' a causa di questa consapevolezza che siamo pronti a un sacrificio supremo, a far entrare il ferro nella carne e nel cuore, novelli Tetsuo votati a una causa che gioiosamente farà rabbrividire più d'un poeta.
Seriamente: grande post Raputt, attendo di sentire gli altri del gruppo scrittura ^^
(Il post precedente abbia
(Il post precedente abbia come titolo "Dalla parte dei direttori artistici.")
Nota alla parte scherzosa
Anche a me pareva che certi dubbi avessero un piglio un po' troppo serioso ed il mio intervento originariamente doveva essere:
[i]"Mi alzo dalle sudate carte del mio scrittoio di castagno illuminato da una candela ormai languente mentre già la notte avvolge l'eremo maniero ed in lontananza s'ode il canto della nottola di Minerva che mena il can per l'aia. Aia solinga e sola.
Ed una cosa io pongo con gran fermezza: che il mio cor facemi cagar di molto.
Ché non v'è avvenimento mio interior
che non possa apparir in una sit-com.
Ché par non esservi aspirazion miglior d' aprir a voi l'anima mia
come lo maniaco apre la patta in mezzo alla via.
E allora ben venga la catena, orsù passatemi la chiave inglese!
E scusate s'io qui intervengo come Bruce Harper in guizzante scivolata, ma s'il gestor del sito viene accusato di avicoltora conclamata, io, dalla mia, sarei un pollo, bestia decerebrata"[/i].
M'è mancato il cuore.
Per come la vedo io (o
Per come la vedo io (o meglio per quanto ho avuto modo di sperimentare con mano) la legittimità di questi dubbi è confinata nell'ambito in cui si intende dare il medesimo ruolo a scrittura collettiva e scrittura individuale: come più volte sottolineato le due entità procedono su strade parallele presentando (a chi si cimenta) problematiche differenti e diversi stimoli. Per me ha dunque poco senso ritenere un "problema" la serializzazione e meccanizzazione del processo di scrittura collettiva: è semmai un'evoluzione naturale e comunque distinta, che nulla toglie alla scrittura individuale e che qualcosa può aggiungere (si spera) alla scrittura in generale. Ovvio che la scrittura collettiva non ha nulla di necessario, molto banalmente si intende fornire un metodo che dia senso e peso alle mille sperimentazioni presenti in rete (quelle sì tempo spesso "sprecato", ho toccate con mano anche questo aspetto).
Resta valida la regola di sempre: provare per credere, non costa nulla e chi ci ha provato è rimasto soddisfatto dall'esperienza (e intravede prospettive di ulteriore miglioramento).
[url]http://www.ciumeo.it/[/url]
dalla parte dell'ignoranza
cari amici direttori artistici, vorrei sottoporvi questo breve e forse incomprensibile quesito: è ben accetta l'ignoranza tanto quanto la cultura?
Quote:Per me ha dunque poco
[quote]Per me ha dunque poco senso ritenere un "problema" la serializzazione e meccanizzazione del processo di scrittura collettiva: è semmai un'evoluzione naturale e comunque distinta, che nulla toglie alla scrittura individuale e che qualcosa può aggiungere (si spera) alla scrittura in generale.[/quote]
Hai perfettamente ragione, anzi, la meccanizzazione è l'aspetto fondamentale. Si parte da una situazione in cui ci sono un direttore artistico e più scrittori (situazione assolutamente neutra: a questo livello dire "questo è male" sfiora la mania di persecuzione), si tratta poi di ottimizzare questa organizzazione del lavoro in modo da sfruttarla nella direzione ad essa più congeniale ed in generale più proficua.
re: looplab
Direi che è ben accetto ciò che è ben accettabile, ma il quesito è proprio incomprensibile.
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