Rango: locazione base, teatro secondario
Livello e localizzazione: secondario, Brusegana
Scena: incontro Anna - Enrico
Descrizione
- Giuro, è entrato e s'è portato via dieci bottiglie di vecchia romagna, più tre che avevo in magazzino.
Enrico si sfila la penna da dietro l'orecchio e consegna un foglietto di carta gialla a un cliente dall'aria incredula. Il tizio paga scuotendo la testa e dice - sarà, incrociando una ragazza che per poco non scaraventa per terra, biascica un buonasera che indirizza verso di lei solo in extremis e parzialmente, la porta si richiude alle sue spalle zittendo i fari che sfrecciano irregolari lungo la statale.
- Buonasera, esordisce Enrico sorpreso da un volto nuovo, cosa posso servirle?
Anna lo guarda e, perdio, quella faccia è sicura d'averla già vista. A parte loro due, il negozio ora è deserto, la luce dei vecchi neon dietro al bancone è stranamente accogliente, giallognola. Enrico osserva la cliente, il suo sguardo interrogativo si piega verso il basso con un po' di imbarazzo quando si accorge che la sconosciuta deve aver appena finito di piangere.
- Veramente...veramente avrei solo bisogno di un telefono.
Enrico si da una pulita alle mani stropicciando il grembiule, un lungo pezzo di stoffa fatto di macchie dal colore ormai indefinibile, accompagna la cliente verso il retro. Armeggia nel buio per qualche secondo, finché dopo qualche esitazione parte un'altra coppia di neon, se possibile più antichi di quelli al bancone. Per un attimo Enrico è travolto da una certezza: quella ragazza è il primo volto nuovo che vede da almeno due anni, da quando hanno aperto quel cazzo di supermercato gigante giusto prima di entrare dentro Padova.
- Spero funzioni ancora, dice sollevando una vecchia cornetta di bachelite, questo qua non lo uso più da anni. Ecco, appunto. Fa niente, può usare il mio cellulare.
Lo stronzo si rifiuta di rispondere. Il padre non è raggiungibile, un terzo tentativo con l'unico altro numero che ricorda a memoria è frutto di un ricordo sbagliato cui risponde un certo Luigi, non c'è nessuna Laura. Paola è lì lì quando il commesso dell'alimentari la guarda e le blocca le lacrime.
- Senta, se le serve un passaggio io chiudo fra mezz'ora. Sono Enrico, dice prima di tornare dietro al bancone.
Paola gli afferra la mano e qualcosa ricorda, Enrico, la mano di Enrico. Uno strano miscuglio di lavoro e grasso di maiale l'ha resa morbida eppure rugosa, un pezzo di legno umido e caldo.
- Enrico? Paola. Lei è davvero troppo gentile, accetto lo strappo ma solo se prima mi riconosci.
La mezz'ora seguente ha un che di surreale, a intervalli regolari di cinque minuti entra un cliente, prende mezzo chilo di pane ed esce dopo aver lasciato un qualche genere di commento su questo Cesare. Enrico taglia via un pezzetto di prosciutto crudo e lo passa alla ragazza.
Il via vai elimina un po' di quell'imbarazzo che ti obbliga a parlare di qualsiasi cosa con un semisconosciuto che non vedi da anni pur di evitare i silenzi, perché appena uno dei due fa per aprir bocca lo scampanellio della porta lo interrompe. Il cliente esce, Paolo attacca alcune croste di pecorino e mentre sta per dire qualcosa ding, altro mezzo chilo di pane finché il pane non finisce quando è il turno di una certa signora Malva.
- Per la miseria, di nuovo. Quanto pane ha preso oggi, il Cesare?
- Due e mezzo, più tredici bottiglie di brandy.
- Al diavolo...
I due finalmente si lasciano dietro la saracinesca abbassata. Quando Anna sale in macchina e chiede chi sia questo Cesare di cui tutti parlano, Enrico fa uno strano sorriso.
- Non parlo mai di lavoro una volta che ho staccato. Padova, dico bene?
Specificità, aneddotica e trivia rilevanti ai fini della scena

