Rango: secondario
Tipologia: processo o aneddotica
Personaggi: Paolo (+ eventuali)
Locazione: a piacere
Dal soggetto: La scoperta dell’entrata in scena di Enrico scatena la rabbia di Paolo, che arriva a chiedersi se davvero è in grado di uccidere, e se davvero Anna meriti un simile gesto. Paolo una sera passa ubriaco sotto casa di Anna e vede il furgone di Enrico, allora si apposta con l’intenzione di fare qualcosa, ma poi si addormenta appoggiato al volante.
Sono passati una ventina di giorni dal litigio sulla statale. Dopo un lungo monologo telefonico in cui ha cercato senza successo di far confessare ad Anna cosa la rende così distante, Paolo riesce a strapparle un appuntamento "chiarificatore" per la sera.
Pensa a un regalo da farle, qualcosa di quelle cazzatelle che a lei sembrano piacere tanto. In momento prima di uscire di casa, il telefono prende a squillare, È la clinica. L'infermiere, non è la prima volta che succede, prega Paolo di andare subito là, che a suo zio non si sa bene cosa gli sia preso ma vuol vedere solo lui. Paolo parte bestemmiando ad alta voce e maledicendo tra sé lo zio.
Appena giunto in clinica, richiama Anna e dice di non poter passare, ne riparliamo domani. In quella sente distintamente, sotto la voce indifferente di Anna, una voce maschile dire "Ma è ancora lui che chiama? Ma che vuole?”.
"Chi cazzo c'è lì con te?” chiede infuriato. Dopo un tira e molla di accuse e di tentativi di Anna di negare l'evidenza, questa finalmente sbotta: "È il mio nuovo tipo! E ce l'ha più grosso di te!” Anna riattacca e si gira imbarazzata verso Enrico, sperando di non averlo urtato. L'espressione di Enrico è indecifrabile.
Giunto al capezzale dello zio, Paolo sbotta: "Non me ne frega un cazzo di quel che ti passa per la testa, ora mi hai proprio rotto i coglioni: credi che io i cazzi miei non ce li ho?" Lo zio reagisce in modo inaspettato, chiedendogli cosa lo assilli. Paolo, incerto, dice di essere mezzo cotto per una tipa, la quale però da un po' non se lo fila più. Lo zio in un lampo di lucidità gli dice vai pure, che se c'è di mezzo la figa vien prima quella, ma poi torna.
Paolo ritorna al suo appartamento, scalda una cena nel microonde, se la mangia a morsi rabbiosi, lava i piatti.
Contempla le scelte che ha a disposizione: far finta di nulla, aspettare, mettere alle strette. E se Anna la sta veramente tradendo? Quel tipo merita una lezione, del resto Paolo è sinceramente innamorato di Anna, la percepisce come una cosa sua e da proteggere. Il dado è tratto, l'intruso, se di intruso si tratta, è la causa degli strani comportamenti di Anna e anche di tutte le litigate...
Corre a casa di Anna. Non sa se attaccarsi al campanello: nel dubbio si ritrova fermo in mezzo alla strada. La finestra della cucina è accesa, altro non vede. Sente di dover fare del male a qualcosa ma non sa di preciso che fare [al Tamagotchi?]: fosse mai che quel tizio era solo un amico?
Non trovando una risposta, si dirige a un bar poco distante per farsi un Montenegro. Che stronzata, l'intera situazione.
Nel bar Paolo stride tra sé e sé, appoggiato col gomito al bancone, bevendosi il quarto Montenegro, per la paura che la verità gli si affacci ad un angolo della mente.
"Ti ha lasciata per un grassone... Fai schifo, Paolo, sei un perdente nato, un mediocre."
"Non sono un mediocre!”, e giù il quinto Montenegro.
“Ma io lo ammazzo, così vede, quella troia, se sono un fallito, un mediocre (non pensarlo Paolo, non è così, bevi, dammi retta). Vado lì e gli spacco la testa, crede non abbia il coraggio di farlo?”
“Preparami un altro Montenegro, vado a fare una telefonata”, Paolo si avvia verso il telefono.
"Quella puttana, ma io faccio fuori anche lei, altroché. Pronto? Anna, sì, sono io, ascoltami, non riattaccare, ascoltami, io quel maiale lo ammazzo, no non sono ubriaco, ascoltami, e se sono ubriaco non ti riguarda, non sono cazzi tuoi... Anna! Anna? Cazzo..."
Richiama... Segnale di occupato.
"Fammene un altro, che stasera succede un casino."
Il barista lo guarda, gli versa il Montenegro, vede che è ubriaco, ma non gliene può fregare di meno.
"Stasera succede un casino, sai?”
Il barista lo guarda, mancano ancora due ore alla chiusura, sarà lunga la serata.
“Le donne son tutte troie, vero?”
"Eh..." , il barista si stringe nelle spalle, sorride come ad annuire. Son troie perché non te la danno, sfigato che non sei altro, pensa senza smettere di sorridere.
"Te sei un grande, lo sai?” esclama Paolo, "Fidati, te lo dico io, se vuoi un consiglio, stai alla larga dalle donne, tutte puttane”, butta giù il suo Montenegro, paga il conto ed esce. È fresco fuori, ma non abbastanza da farlo rinsavire.
"Io vado da lei, così ci ripensa prima di riattaccarmi il telefono in faccia”.
Paolo arriva sotto casa di Anna, passa lento, col naso alto a vedere le finestre illuminate. È sicuro di riuscire a distinguere, all'interno della cucina, la sagoma di Anna e quella di un'altra persona che è sicuramente troppo grassa per essere uno dei coinquilini.
"E quello sarebbe il nuovo uomo? Quel minchione lardoso!?" pensa Paolo.
I suoi sentimenti finalmente si coordinano in una rabbia furiosa e intensa, profondamente sincera. Da dove viene quel troiaio? Dal mio personalissimo inferno per toccare il culo alla mia donna? E che l' inferno se lo porti, lui e quella puttana. Che tale è la donna che pur non amando ti fa del male. Dovrebbe morire, la stronza. E quel grasso pezzo di merda obesa, che entra prepotentemente nella mia scena come un moscone malato in un piatto di minestrone, dovrebbe, deve subire lo stesso destino, pensa Paolo. La morte. Perché se un ingranaggio adesso ruota perfettamente, un altro è uscito dai gangheri, e dove prima Anna era l'amore, ora Enrico è il male. E del male Paolo ne ha fin sopra i coglioni: adesso che lo ha di fronte, vivo e grasso, sa che esiste un modo pratico, oggettivo, di eliminarlo: Enrico deve morire.
"Io li aspetto giù, dovranno pur scendere, lui andrà a casa sua, lo aspetto qui, appena scende gli faccio un culo così, cazzo dovrà scendere prima o poi…”
Paolo è in una guerra meccanica: Anna è una troia e non merita un radicale gesto d'amore, ma Enrico merita la morte. E dunque staremo a vedere. "Staremo a vedere", pensa, ubriaco, appostato nella sua macchina parcheggiata sotto casa di Anna e guarda il caso davanti al furgone di Enrico.
"Staremo a vedere..." se non fosse che si addormenta, patetico, dopo essersi appoggiato giusto per un attimo al volante.

