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Nella tristezza di questo angolo di città, anche i colori del tramonto sembrano sbiadire dietro il cavalcavia dell’autostrada che, in lontananza, incornicia quella figura mastodontica. La struttura è schiacciata, sembra uno stadio: rivestito senza simmetria da blocchi di un materiale che sembra granito, ruvido e di un grigio chiaro che un tempo dev’ essere stato bianco, alternato a grandi tratti di vetro che permettono di vedere l’interno.
Il grande centro commerciale sta fermo e impassibile come un monumento fuori luogo, imponente, precario, come fosse stato appoggiato solo temporaneamente in uno spazio infinito, in attesa di trovare una nuova dimensione.
Il parcheggio esterno è un alveare composto da innumerevoli rettangoli colorati e le macchine degli ultimi clienti scemano a poco a poco, in un esodo programmato. Dentro, ancora luci e colori frastornanti, ressa di prodotti e volti sconvolti dal bombardamento incessante del consumare: annunci variopinti di fantastiche e impedibili offerte scritti a mano - per ricordare la familiarità del posto, per farti sentire a casa - si alternano ad etichette incomprensibili e ribadiscono così la forma eccentrica del progresso. Dietro l’apparente pulizia, a tratti emerge quella sporcizia grigia e infida che si annida negli angoli.
Dall’interno è difficile indovinare forma e grandezza dell’ipermercato, le pareti di ogni singolo reparto non raggiungono il soffitto a cupola e, mentre si cammina, si scorgono in diversi punti delle strutture rialzate e diverse che emergono dai vari settori. Qui non ha infatti senso parlare di “piani”: ogni reparto può avere o meno un piano superiore, un’appendice sopraelevata. Il soffitto a cupola sovrasta tutto: i reparti già ultimati e quelli ancora in costruzione; i quattro tapis roulant – riforniti di umanità dalle enormi scale mobili del parcheggio sotterraneo - che partono dal centro verso nord, sud, est e ovest; le varie appendici che disegnano i settori, pensati e costruiti in maniera indipendente tra loro.
Nel ventre della grande balena anche i commessi sembrano smarrirsi, i profumi delicati dei cibi biologici si mischiano al luccicare incessante degli ultimi ritrovati tecnologici e le indicazioni dislocate in alto, tra uno scaffale e l’altro, costringono ad alzare lo sguardo verso lo sconfinato cielo. Un cielo coperto però, al riparo da ogni pericolo.
I ritardatari si muovono in questa metropoli in miniatura, un labirinto dalla geometria perfetta ed intricata, in cui l’uscita si materializza solo dopo un incessante peregrinare. Qui un’immensa vetrata illumina tutto l’ingresso, come il rosone variopinto di una chiesa, e il rosso di questo crepuscolo di periferia screzia di sangue il pavimento immacolato.
Ormai stanno tutti scemando verso l’uscita e si accalcano lungo la fila delle casse: la grande barriera autostradale all’ entrata o all’uscita di una grande città, un’enorme pettine che attraverso i suoi denti filtra gli ultimi clienti.
Il grande animale, di giorno un brulichio di anime in cerca di loro stesse, la notte un covo adombrato, si prepara infine al riposo.
Gli ennesimi ritardatari finiscono sempre per concentrarsi nel reparto libri. Sui divani per la lettura qualcuno è rimasto intrappolato nella trama di un giallo senza assassino, qualcun altro ancora cerca il volume che sognava nella pila di libri che lo circonda. E i libri davvero sono ovunque: sugli scaffali, per terra, sulle sedie, nascosti tra i cuscini. E’ certo prevista una divisione per genere ma, chissà come, ogni volta i volumi si ribellano al sistema, costantemente riluttanti a rimanere nella loro giusta collocazione.
Questo reparto è completamente in legno, dalle scaffalature ai tavolini del “bar letterario”, dal parquet presente in alcune piazzole ai divani per la lettura. Anche le pareti sembrano essere state modellate per ricordare delle cortecce d’albero. I libri ricevono una luce calda e mai esagerata, e lampade indipendenti sono a disposizione dei clienti accanto ai tavolini e ai tanti divanetti. Gli scaffali sono rossi, disposti uno di fronte all’altro: regolari forme rettangolari, accolgono tutti lo stesso numero di libri.
In alto ci sono i saggi e le opere di storia, recuperati, di tanto in tanto, da qualche coraggioso appassionato. Al centro i romanzi con i best seller raccolti in un’unica fila con sporadici buchi vuoti.
In basso faccette ammiccanti e folletti colorati salutano i clienti che passano alla loro altezza.
Fra i best seller troneggia il cartonato a grandezza naturale dell’ultimo romanziere in voga. Qui i volumi sono sempre un po’ gonfi, le pagine fatte scivolare tra l’indice e il pollice come una serie di diapositive, pagine ombrate dalle mani che le hanno delicatamente aperte per rubare qualche frase, nella speranza di capire se valesse la pena acquistarli.
In fondo ad uno degli scaffali, una serie di libri di arte, grandi e timorosi che aspettano l’occasione giusta per essere sfogliati e magari portati via.
I libri di arte, con le loro rigide copertine, riposano solitari e immobili nelle loro dimensioni spropositate. come animali preistorici. Sono gli unici ad essere costantemente in ordine, tutti tranne uno: un libro sulle opere di Klimt, che si trova sempre nascosto sotto altri due di tecnica di disegno a mano libera. All’interno del libro manca una pagina, ma nessuno se n’è accorto.
Posto al centro del reparto per costringere il passante a girargli intorno, c’è infine un piano con le imperdibili offerte dei libri che ormai anche le case editrici hanno dimenticato tra gli archivi. Aspettano impazienti che venga il loro momento, mentre in un angolo della copertina si sovrappongono inesorabilmente etichette con numeri sempre più bassi. Alcuni hanno la copertina ingiallita, altri si sforzano di mantenere gli scintillanti colori, ma tutti osservano silenziosi i passanti che li girano distrattamente per poi riporli in bilico sopra un compagno dal titolo ancor meno interessante.
Marcello si fermava sempre ad osservare con occhi da esterno l’ ipermercato in cui lavorava. Ogni sera rimaneva affascinato dalle luci basse che avvolgevano la vastità dell’ambiente, i faretti degli scaffali che sembravano dei lampioni e sottolineavano la puntuale geometria delle strade e dei quartieri di quella città addormentata.
L’Ipermercato respirava piano, profondamente assopito, mentre lui si aggirava tra le corsie dei vari reparti con la sua macchina elettrica. Aveva sempre un’espressione corrucciata mentre manovrava quel vecchio macinino rosso, tappezzato di logori adesivi pubblicitari.
Viveva l’ipermercato al contrario: entrava quando tutti uscivano, andava via quando i primi clienti cominciavano ad entrare.
Dopo anni trascorsi in diversi paesi Europei, Marcello era tornato in Italia per prendersi cura della madre e, per sbarcare il lunario, aveva accettato il posto di guardiano. Il servizio notturno aveva una caratterista che gli piaceva molto: gli permetteva di godersi la tranquillità del luogo. Normalmente, soprattutto d’inverno, non vedeva mai il centro commerciale alla luce del giorno, se non negli specchietti della Y10. Solo quella mattina aveva cambiato idea. Era arrivato sotto il cavalcavia dell’autostrada e si era detto che forse, per una volta, poteva fare finta di essere un cliente. Un cliente e non un guardiano notturno. Per una volta aveva voluto girare nell’ipermercato e guardare la gente, le mamme con le scarpe basse, i bambini dentro i carrelli con la macchinina. Voleva guardare che effetto gli avrebbe fatto il rumore, il brusio di fondo, la musica dalla radio, “Un addetto del reparto tessili è desiderato in cassa centrale”. Era entrato in fondo, comunque un po’ titubante, vicino alla cassa centrale ed era stato tutto il tempo con la testa bassa, gli sembrava di essere abusivo, di non avere diritto ad entrare come un cliente qualsiasi e aveva concluso in pochi minuti che non sarebbe entrato mai più di giorno.
Ogni sera s’immergeva nei vicoli della metropoli seguendo sempre gli stessi percorsi e vagava guidato da una coscienza inconscia, lui che odiava gli imprevisti, le avventure e tutto quello che fosse fuori dall’ordinario. Anche quella sera si stava muovendo all’interno del suo schema, fermandosi davanti alle colonnine promozionali all’inizio di certe corsie, osservando le immagini e facendo apprezzamenti ad alta voce: «Bella foto.. Se fosse così anche nella realtà, sarebbe un prodotto di qualità, invece apri la scatola, sono tutte schiacciate e il cioccolato si frantuma..». Poi leggeva il messaggio di comunicazione, storceva un po’ il naso e immaginava come sarebbe stato entrare in una sala riunione e illustrare la propria geniale trovata pubblicitaria ai colleghi di lavoro, seduti intorno a un grande tavolo ovale. Mentre si abbandonava a queste visioni, sussurrava a se stesso “Tu Marcellus eris..”, come gli ripeteva da piccolo suo padre, professore di latino. Puntualmente in questa fase della fantasia, una voce arrabbiata nella sua mente gli suggeriva “Silly boy.. Go, and do your job!”
Indispettito, anche quella sera si era rimesso in marcia sul suo triciclo elettrico e per calmarsi si era diretto verso il suo reparto preferito, quello dei libri. Timido e scostante com’era, alle chiacchiere inutili del suo compagno di lavoro Cosimo, preferiva la compagnia e il silenzio frusciante dei libri.
Aveva dunque guidato lungo i corridoi illuminati per circa cinque minuti e senza fermarsi a controllare a destra e sinistra come avrebbe dovuto. Alla fine si era ritrovato davanti all’entrata del reparto buio. Come sempre aveva freddo, si era vestito poco, e in più aveva quel dolorino al ginocchio che sempre affiorava con il maltempo.
Era sceso ma prima di entrare si era detto ancora una volta che lo pagavano per un motivo preciso e si era voltato. Una veloce occhiata a destra: l’ascensore rosso. A sinistra: i bagni e la scala mobile che portava ai parcheggi. Il corridoio vuoto appena percorso con il tapis-roulant spento. Tutto normale.
Non era invece normale che il reparto fosse al buio: durante i giri insieme al collega era capitato spesso che proprio Cosimo spegnesse alcune luci o ne accendesse altre, ma che al loro arrivo un settore fosse già al buio, questo non era mai successo. E comunque il Martedì al reparto libri ci arrivava prima lui di Cosimo.
Si abbassò per allacciarsi l’anfibio destro e sorrise ripensando al collega, alla moldava che voleva farsi la settimana prima: quando avevano incrociato le due ragazze, con i grembiuli azzurri sciatti e i guanti, Cosimo gli aveva sussurrato “Testadigallina, ma quando ci provi con una di quelle? La bionda, ti giuro che se la trovo da sola, me la porto ai bagni del terzo piano e le faccio vedere la luna”.
Lo sguardo gli andò al veicolo rosso alla sua sinistra: stava fermo come lo aveva lasciato, il manubrio inclinato rispetto al corpo ingombrante, sembrava volesse mimetizzarsi con l’ascensore dietro, lontano. Esitò prima di rialzarsi e si voltò ancora verso il corridoio, poi guardò di nuovo il nero che aveva davanti e si decise ad entrare.
Si diresse con le chiavi verso la porta che nascondeva il pannello elettrico e proprio in quel momento si rese conto che il reparto non era in realtà completamente al buio: a sud, dove stavano Marcello e il pannello luci, l’oscurità era totale, tanto che per qualche istante dopo essere entrato si era trovato spaesato e senza riferimenti, dall’ala opposta, invece, arrivava un po’ di luce. Poca.
Fece qualche passo in avanti per vedere meglio. Sgranò bene gli occhi ancora non abituati al buio e fece per portare la mano destra alla tasca posteriore della tuta dove teneva la sua torcia elettrica.
Quando col braccio sfiorò un volto rigido e freddo, si ritrasse e imprecò. Qualche secondo dopo associò il rumore del cartonato che cadeva a terra alla sagoma a grandezza naturale dello scrittore del mese. Era Stephen King. La notte prima lui e Stephen avevano discusso a fondo sul fatto se i libri horror potessero o meno essere considerati letteratura. Marcello continuava a dire che si tratta di intrattenimento, ben fatto, ma di intrattenimento. Il cartone gli aveva ricordato di quando aveva preso dallo scaffale “Il miglio verde” e l’aveva letto in un’ora e tre quarti; e Shining? E It? E la volta che aveva pianto per un quarto d’ora dopo aver visto”Stand by me” in tv?
“Ma quello non è horror”, aveva ribattuto Marcello. “Ma l’ho scritto io”, aveva obiettato il cartone. Sia come sia, Stephen lo aveva spaventato a morte una volta di più e la torcia, nel frattempo, era anche caduta a terra. La prese e provò ad accenderla ma la lampadina lampeggiò un paio di volte prima di spegnersi del tutto.
A tentoni, cercò la sagoma di cartone rigido e la risistemò in piedi. Allo scrittore rivolse un altro paio di insulti in inglese, ma già la sua attenzione era rivolta al di là di quello che a lui sembrava un muretto ma che ricordava essere la serie di scaffali che delimitava il passaggio all’area nord, dove vedeva chiaramente alcune luci basse, i faretti e le lampade che non dipendevano dal pannello centrale. Pensò che la cosa giusta da fare a quel punto sarebbe stata accendere tutte le luci del reparto. Avanzò invece, provando un disagio interiore al quale le gambe non rispondevano. Sapeva che avrebbe perso il controllo della situazione - gli era capitato altre volte - ma non riuscì a farne a meno. Attraverso la cupola sopra la sua testa, della notte non si poteva vedere né la luna né la luce che rimandava. Le nuvole coprivano tutto. Sapeva di essere un tipo con molte paure ma di sicuro non aveva paura del buio.
Oltre gli scaffali di separazione, il paesaggio che gli si presentava agli occhi era fatto in basso da gruppetti di luce soffusa che rischiaravano chiazze di tessuti morbidi, legno, e quello che gli appariva come terra dalle sfumature calde, proprio come le foglie autunnali che emergevano nei punti in cui più sorgenti luminose si concentravano. Un numero imprecisato di quelli che sembravano sassi spigolosi spezzavano infine la regolarità del terreno creando ulteriori ombre.
Un panorama già visto, pensò, al quale mancavano solo alberi e sole, e suo padre.
Guardando ad altezza d’uomo davanti e tutto intorno a sé, vedeva fasci di luce circolare tagliare piccoli spazi imbrigliati da gruppi di monoliti regolari, come per inquadrare minuscole scritte verticali sulle loro pareti.
Si chinò e raccolse uno dei sassi illuminati: sulla copertina era raffigurata in bianco e nero una bambina con l’hula hop e un cane in un prato fiorito. Si sedette e iniziò a leggere, il libro non era incellophanato e le sue pagine odoravano di stampa fresca, appena uscita.
“Lucilla quella mattina aveva sognato sua madre che si suicidava…”. Lesse quelle parole e portò istintivamente le dita umide alla cicatrice sul sopracciglio: il ricordo del ciccione del quinto piano che aveva insultato sua madre, che l’aveva chiamato il figlio della scema. Prima di finire all’ospedale col naso rotto, il ciccione gli aveva tirato una sassata sul sopracciglio.
Chiuse il libro, si alzò e cominciò a passare in rassegna gli altri libri sparsi per il reparto. In realtà sapeva perfettamente dove cercare, ma amava pregustare il momento in cui le sue mani avrebbero sfiorato la copertina del volume prescelto e avrebbero cercato il segno che vi aveva amorevolmente apposto la notte prima. Lo aveva nascosto sotto la pila delle offerte, in un angolo remoto dove sperava che nessuno sarebbe andato a rovistare.
Marcello infilò la mano in fondo alla pila e riconobbe il libro subito, al tatto. Se lo rigirò un poco tra le mani, come per accertarsi della sua consistenza, poi si sedette ancora e aprì la pagina che aveva marcato. "Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrovava un suo passato che non sapeva più di avere: l'estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t'aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti”. Marcello leggeva e si ritrovò a pensare a tutte le cose che si era lasciato indietro, alle delusioni, ai dolori, ai rari momenti di felicità che gli erano scivolati tra le dita. Forse per capire davvero chi era non c’era miglior luogo di quell’ ipermercato, dove tutto gli risultava estraneo e non posseduto, dove le centinaia di vite che non aveva mai vissuto gli si srotolavano davanti in quel silenzio assordante e dove le tracce del giorno appena finito luccicavano di fronte ai suoi occhi: un nastro per capelli perso forse da una bambina, un pezzo di biscotto sbriciolato rimasto negli angoli del divanetto, un profumo di donna che chissà come aleggiava ancora nell’aria.
Leggeva tanto, da sempre. Amava i libri per quello che gli avevano dato: cultura e sicurezza, quel minimo che basta per cavarsela senza troppe pretese. Il rito era sempre uguale. Sfilava prima alcune novità per leggerne le prefazioni e qualche riga per valutare se valesse la pena leggerli, poi li riponeva diligentemente al loro posto e prendeva quello che aveva già iniziato. Non lo sapeva, ma da quando era morto suo padre leggeva ogni cosa come se appartenesse a un unico immenso scrittore, onnisciente, con alti e bassi e capolavori e cadute di stile. A volte erano poesie, a volte racconti o libri di storia o scienza. In quel momento era un romanzo piuttosto bizzarro, e lui aveva preso a leggerlo, suo malgrado, in uno stato di totale abbandono. Suo malgrado così come si era abbandonato al bosco il giorno dell’incidente, con il padre andato via in mezzo a un momento qualsiasi, una vita a caso. Una morte idiota, impallinato da un maresciallo della finanza con cui andava a caccia tutte le domeniche, scambiato per un animale.
Gli serviva un segnalibro.. E intorno a lui c’erano solo altri libri. Cercò e tirò fuori dalla tasca un pezzo di carta ripiegato male. Chiuse gli occhi e pensò a quella ragazza del mare di cui neanche sapeva il nome, la lettera che non riusciva ad inviarle. Pensava al mare, alla calura delle giornate estive e si sentì bene, sereno. In quell’istante non sapeva di essere un guardiano notturno, sapeva solo di essere in mezzo a colori e oggetti che lo tenevano al sicuro. A luci che gli colpivano il viso in quel modo così discreto. A pagine morbide al tatto.
A occhi che lo fissavano immobili.
Gli occhi.
Gli occhi erano quelli di un cane vero. Non di cartone.
Come le luci, anche quegli occhi erano stati discreti, tanto che non si sarebbe accorto del cane se non avesse dovuto alzare la testa dal libro per ripiegare meglio la lettera e farne un segnalibro. Invece per caso aveva scorto il riflesso di una luce, che dalla lampada del divanetto accanto a lui era andata a finire su quello specchio che era l’occhio destro del cane.
Un enorme pastore tedesco si affacciava all’angolo della libreria, a meno di due metri da lui: era bellissimo, anche se dal pelo arruffato e dagli occhi leggermente calati sembrava essere anziano.
Per la sopresa il libro gli cadde dalle mani. Il pastore tedesco seguì la caduta e abbaiò al tonfo. Marcello non credeva a quello che vedeva. Cominciò a tremare cercando al tempo stesso di farsi coraggio e guardarsi intorno.
Solo buio e silenzio.
Non sapendo che fare, sussurrò: “Bb.. bello, vieni. Qu.. qui! Q..qui bello!”.
Il cane, guardandolo fisso, abbaiò di nuovo. Due volte.
Marcello pensò alla radio di servizio, lasciata appesa al suo veicolo appena fuori dal reparto. Si voltò per cercare di calcolare lo spazio che lo separava dall’uscita, ma tutto finiva a pochi metri da lui, con l’ultima lampadina accesa su un tavolino. Quando tornò a guardare il cane lo vide correre via, verso ovest. Non ci mise molto a sparire dietro uno degli scaffali, e a quel punto Marcello poteva soltanto sentire il rumore delle zampettate, quando dai tappeti il pastore passava al parquet.
Senza pensarci ancora cominciò a correre verso l’uscita, inciampando sui libri a terra e andando a sbattere contro la piramide dei best-seller, invisibile. Il fragore con cui caddero tutti a terra non gli impedì di udire un movimento poco dietro di lui. Un abbaio e poi un guaito da qualche parte. Si rialzò, superò gli scaffali tra le due aree e già si sentiva meglio. Non gli sembrava di sentire rumori da quella parte. Alle fine raggiunse la parete e, ancora tremante, cercò di illuminare la porta del quadro elettrico col suo accendino zippo.
Era come cercare di notte un tarlo in un tronco, con la fiamma dello zippo che si muoveva veloce lungo la parete e la mano sinistra che tastava a caso. Dopo un po’ l’indice trovò la serratura. Il metro e mezzo per quaranta centimetri del vano era pieno di pulsanti. All’interno ogni blocco era illuminato, ma Marcello non ci fece caso e continuò a tenere lo zippo acceso in una mano, mentre col palmo dell’altra spingeva alla rinfusa tutti i pulsanti. Dietro di lui le luci al neon, posizionate nei punti più nascosti, cominciavano a mostrare la vera faccia del reparto, che a Marcello sembrava crearsi lì per lì in quel momento, un pezzo in più ogni volta che si voltava a controllare.
Con il fiatone per la corsa fatta, si spostò spalle al muro fino all’uscita. Fuori, dal corridoio interminabile che lo aveva portato fino a lì, la voce di Cosimo arrivò come un abbraccio caldo: “Testadigallina, è dieci minuti che ti chiamo su quel coso! Che cacchio combini?”

