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Il reparto più tradizionale dell’intero ipermercato è quello alimentari. Date le dimensioni le casse sono presenti in diversi punti ed Ogni “punto cassa” è costituito da una lunga distesa di dodici casse ..dodici come i componenti dell’ultima cena escluso Gesù. Non c’è tempo per distrarsi: spesa e cassa – cassa e uscita - non ci si sbaglia, non ci si perde, così dicono. La realtà è un'altra, la geometria non aiuta, l’ipermercato è labirintico al suo interno.
Dall’aspetto semplice e ordinato, il reparto si sviluppa lungo un solo piano e maschera un intreccio infinito di corridoi cui non si viene a capo neanche con l’aiuto dei cartelli con le indicazioni per i singoli settori. Così la metropoli del consumo si lascia vivere amabilmente: suggerendo e guidando per mano il cliente intrappolato nel labirinto della scelta, ma lasciandolo anche vagare, un po’ sognante, tra le sue affollate vie.
Nelle vie del reparto Generi Alimentari vetri colorati sfilano allegramente proponendosi come soluzione al tempo tiranno e alla mancata ispirazione culinaria. Le fantasiose confezioni sono pronte a decorare la cucina meno assortita con golosi lampi di design. Le tonalità che spiccano attraverso la trasparenza, ammaliano, rivelando colori che la natura non sembra possedere ad occhio nudo.
Scatole dalle forme semplici e ordinate lasciano appena intravedere, attraverso l’oblò trasparente, le meraviglie e la qualità del contenuto.
L’etichetta sostiene con nomi scritti in corsivo da mano sapienti una garanzia di qualità.
I prezzi si rincorrono confondendosi nelle lunghe file, da cui spuntano a intervalli regolari, virgole con la parola offerta in giallo fluorescente.
I banchi dei prodotti pronti emanano delicati profumi, convincenti quanto quelli di un agriturismo a conduzione familiare, tanto giusti da ricordare quanto vale il tempo risparmiato per godersi la serata.
Così come i cesti con le confezioni pronte, per chi ha fretta e non può aspettare il suo turno al bancone.
Aromi pungenti si mischiano al soffice profumo del pane appena sfornato e allo zucchero sciolto dei dolci. La nazione dei sapori si riunisce in grande famiglia per assaggiare le bontà di luoghi che nessuno ha mai visto, per curare la nostalgia di chi è emigrato in cerca di lavoro.
Serviamo il numero 27 serviamo il numero 27 e c’è sempre la vecchietta che chiede la vicino: “Scusi mi controlla che numero ho?”
Il settore ortofrutticolo è ricco dei più svariati tipi di frutta e ortaggi: frutti esotici, verdura di stagione.. Le cassette di frutta e verdura sono sistemate come i giardini pensili di Babilonia. Il pavimento sale e pepe si mimetizza perfettamente con le più svariate forme vegetali.
Le cassette di frutta e verdura sono sistemate come i giardini pensili di Babilonia. Al centro le dieci bilance centrali, dove, a pesare, ci pensano tre ragazze in abiti succinti.
La salumeria è ellittica e divisa per regioni, con l’angolo gourmet che ospita la degustazione del sabato sera con accoppiamenti formaggi-salumi e vini. Il forno ha alle pareti i classici addobbi delle pizzerie napoletane. Nella pescheria, su letti di ghiaccio finemente tritato, giacciono inermi i pesci infilzati da cartellini bianchi con cifre sbiadite.
La macelleria si estende come un arco che abbraccia tutti gli altri reparti. Le luci dei neon qui paiono più opache e ingiallite, come un neonato colpito da ittero. I visi degli acquirenti che vagabondano in cerca di carni appetibili da cucinare si tingono di quella carnagione da febbre gialla. L’atmosfera è tesa e incombente, un’illusoria stasi che potrebbe trasformarsi, da un momento all’altro, in caos generale.
Quello delle carni è un reparto profano, contrassegnato da macabri cartelli con il disegno dell’animale macellato e le varie parti disponibili all’acquisto. Pezzi di variegate forme di un puzzle che si materializza nel muso rosa di un vitello al pascolo.
Bovino adulto, vitello, suino, pollame, tacchino, cavallo, struzzo.. Qui si allineano le grandi vasche della carne. Divise per nomi di animali di cui non vestono più le sembianze, le vaschette di polistirolo e velina colorano di rosso e bianco le grandi vasche. Le etichette riportano con certezza la provenienza di un allevamento.
La confezione famiglia gran risparmio fa concorrenza al delicato drappeggio del carpaccio, la dura consistenza dell’osso si contrappone ai riccioli del macinato.
Cubi rossi ammassati nella loro vaschetta o infilati in lunghi bastoncini di legno con tocchi di verde ad alleggerirne la cubica monotonia.
Il magro rosso vermiglio striato di bianche vene, si alterna al rosa chiaro dei suini e a quello ingiallito del pollame e, nella trasparenza della confezione, sembrano emanare l’odore di ciò che sono stati nella precedente vita e sembrano dire, in maniera definitiva, che di vita, non ce n’è un’altra.
La musica propinata dal supermercato e amplificata dalle casse appese sul soffitto, disturba la quiete allucinante del posto.
“Che fai? Io guarderei avanti fossi in te.”
“Sei serio? Sto quasi più ore col sedere su questo affare che sul divano di casa. Ormai va da solo, che non lo vedi?” Cosimo faceva zigzagare il veicolo mentre ripeteva “Eh? Eh, vedi?” Poi all’incrocio tra due corridoi tolse le mani dal manubrio e accelerò. “Oooh, oo-ooohh”- fece con voce buffa mentre agitava goffamente spalle e braccia.
«Stai andando storto, andrai a sbattere contro gli scaffali!»
Marcello faceva fatica a credere che l’uomo che gli guidava davanti si avvicinasse ai sessant’anni. Fisicamente Cosimo dimostrava almeno dieci anni di meno. A parte la vermiglia coloritura del naso e la pancetta accumulata tra l’alcool e un debole per i dolci, era piuttosto in forma e manteneva ancora gran parte del fascino che aveva da ragazzo, in particolare grazie alle spalle larghe e a un sorriso che rivelava denti perfetti.
In serate come quella normalmente i due sarebbero partiti insieme dal settore macelleria per poi prendere direzioni diverse a caso, avrebbero girato per il labirinto di scaffali finchè non avessero raggiunto le casse in fondo e chi fosse arrivato per primo avrebbe deciso per sé e per l’altro il reparto successivo da controllare. Fino alla settimana prima almeno era andata così.
“Un giretto al fresco?” Cosimo prese a ridacchiare. “Che ne dici Testadigallina?” Che poi ancora mi devi spiegare che ti è preso l’altra sera.”
La settimana prima Cosimo era arrivato alle casse già da un quarto d’ora ma di Marcello non c’era traccia, e dalla radio di servizio proveniva a tratti solo il rumore del motore elettrico. Alla fine lo aveva trovato a girare in tondo accanto ai banchi frigo con lo sguardo perso nel vuoto. A Cosimo però piaceva stuzzicarlo un po’ ogni tanto.
“Non mi piace il freddo.” Rispose Marcello.
Per non parlare di tutto quello spazio vuoto tra i banchi, pensò, ma respinse subito l’immagine.
Il reparto macelleria era il più facile e fastidioso da riconoscere: la temperatura che si abbassava gradualmente e l’odore nauseabondo della carne sanguinosa, di giorno coperta dalla moltitudine e dall’intensità emanata dai corpi umani, la sensazione inquietante che aleggiassero presenze appena sussurrate tra le vasche piene di rosso.
Marcello ci pensava sempre e ogni volta la sensazione lo infastidiva a tal punto da renderlo ancora più taciturno. Cosimo invece sembrava trovare divertente quello scenario di morte e resurrezione in altra forma, commestibile trasmutazione d’essere vivente. Sosteneva anzi che agli animali del reparto fosse stata concessa un’altra possibilità. La sua fantasia, che aveva il compito di nascondere agli altri e a se stesso la sua profonda infelicità e i suoi fallimenti, trasformava sempre l’inquietudine in allegria.
Cosimo scoppiò a ridere. Rallentò un po’ finchè l’altro non lo ebbe raggiunto. “Ma che risposta è? Certo che sei bello strano tu eh? Anch’io preferisco sole e mare ma mica cado in trance davanti ai surgelati..” Marcello trovava l’umorismo di Cosimo davvero pessimo, ma il sorriso del collega riusciva ad essere quasi sempre contagioso e gli strappò una smorfia. “Bravo! E fattela una risata ogni tanto che fa bene, fidati”.
“E poi parla per favore. Stai sempre zitto.. ma a che pensi? Guarda che a stare zitti succedono cose strane, te lo dico io. Tipo quella volta che mia moglie m’ha detto che era incinta! A un certo punto stavamo a cena e mi fa: “Saremo in tre” e sorride. Considera che Federica non sapeva scherzare, quindi mi sono alzato e sono uscito. Oh non ho parlato con nessuno per tutto il giorno, non facevo altro che camminare e pensare pensare pensare. A un certo punto mi ritrovo davanti al negozio d’armi quello che sta lì a .. va beh tanto non lo conosci. Insomma, ci credi che io seriamente stavo per fare una cazzata? M’hai capito no che intendo? Oh guarda che c’avevo pensato veramente eh..”
Marcello non ne poteva più degli aneddoti del collega. Non c’era situazione, pensò, che lui non avesse vissuto e per la quale non avesse un aneddoto da raccontare. “La mia ragazza non è incinta Cosimo.”- disse secco.
“Perché non ce l’hai! E non ce l’hai perché stai zitto. Capisci dove voglio arrivare?”
“Che c’entra questo? Spiegami il nesso tra tua moglie incinta, il mio silenzio e una strage.”
Cosimo si mise a ridere, e avanzò leggermente per sorpassare il collega. Una mossa programmata, un rituale per poter tirar fuori la sua bottiglietta di Ferrarelle “colorata”.
“Non dovresti bere in servizio.”
“Ex-moglie, grazie. L’hai sentito questo rumore?”
“Sì, vabbè, cambia discorso..”
Accanto a loro i settori si susseguivano infiniti.
Spezie.
Pasta e biscotti.
“Ti sei fatto la barba stasera.” - osservò Marcello.
“Perché? Che c’è di strano, me la faccio sempre la barba.”
“No, te la sei fatta bene. Sotto al mento è sempre tutta a chiazze.”
“Tu vaneggi. Guida che è meglio. E tu allora, perché hai gli occhi a mandorla? Mammina cinesina?”
“Mammina è americana. E non sono a mandorla, mettiti gli occhiali.”
“Vedo quello che mi basta.”
“Tranne gli scaffali a quanto pare.” – disse indicando le ammaccature sul veicolo di Cosimo.
Cosimo si distanziò ancora di più per sorseggiare il suo vino e poi si fermò improvvisamente sbuffando un po’ di vino davanti a sé.
Marcello che si era avvicinato distrattamente, inchiodò il suo triciclo quasi andando a sbattere e vide che l’altro fissava un punto indefinito con il mento sporco di rosso.
“Ehi…che cavolo fai?”
“Ancora quel rumore. Lo senti, come un fruscio.”
“La pianti con questa storia? Io non sento niente.”
“Mmh, amen.”
Alcolici.
Pesce.
Frutta e verdura finalmente, pensò Marcello, l’unico posto decente qua in mezzo. Le verdure a cascata sembravano accogliere la loro entrata come spettatori capelluti protesi sugli spalti, si sentiva benvoluto in quel luogo.
“E’ per Carla.”- fece Cosimo interrompendo il suo ragionamento e indicando le bilance disposte esattamente al centro del settore. Davanti a loro già si intravedeva il tratto d’arco della macelleria che avvolgeva il settore ortofrutticolo.
“Eh? Chi è Carla?”
“Dico.. la barba. Avevi ragione. E’ per Carla, quella che pesa la frutta. Ma ci vieni mai di giorno tu? Guarda che dovresti, non hai idea delle sventole che girano!”
Marcello non capiva di cosa stesse parlando, non sapeva chi fosse questa Carla, pensò, ma era sicuro che di lì a poco si sarebbe innervosito.
“La vedo stanotte.”- continuò Cosimo facendogli un occhiolino complice -“Quindi volevo essere a posto.”
“Stanotte? Stanotte qui intendi?”- Marcello non credeva alle proprie orecchie.
Solo due giorni prima, al reparto alimentari era entrato un barbone ed era successo un finimondo. Il barbone aveva preso una paella preconfezionata dal banco della gastronomia e l’aveva mangiata con le mani. Dopo che mezza paella era finita per terra, il barbone aveva capito dove poteva andare a riposarsi. La corsia del vino era tre quarti l’Italia, da nord a sud e il restante quarto Francia, Spagna, Cile, Australia e California; il barbone aveva attraversato tutta la penisola e girato il mondo, poi si era fermato di fronte al paradiso. Liquori. Liquori di tutti i tipi. Whisky, bourbon, pastis, porto, cherry, grappe, un chilometro quadrato di alcol. Il barbone aveva preso una bottiglia di Vov, aveva squarciato la fascetta dell’imposta di fabbricazione e aveva bevuto a canna, con la gioia e la rapidità con cui gli atleti nelle pubblicità si scolano gli integratori di sali minerali. L’avevano trovato lì, in una puzza immane di piscia e di Vov. La notte dopo, dopo litri disinfettante, la corsia dei liquori ancora puzzava.
Non si sapeva cosa stessero facendo quelli della vigilanza; si sapeva soltanto che quella sera ne licenziarono un paio e che da allora la direzione aveva adottato una particolare fermezza, una certa facilità alla sostituzione dei dipendenti.
Marcello frenò di colpo e scese dal veicolo rosso -“Sei pazzo? Hai davvero dato appuntamento a una qua dentro?”
“Ci lavora qua dentro.”
“Si, ma di giorno. Guarda che non è che puoi fare come ti pare. Se ci beccano ci licenziano.”
“Ci? No, forse hai capito male Testadigallina, mi dispiace ma non è una cosa a tre. Io tra meno di un’ora ho appuntamento con Carla all’entrata.”
“Tu sei completamente scemo secondo me! Questo posto è pieno di telecamere, ti vedranno di sicuro. E dato che io faccio il turno con te, penseranno che sapevo tutto e ti coprivo.” Aveva preso a camminare a piedi verso le ultime cassette di frutta dando le spalle al collega, che nel frattempo riluttante era sceso e lo seguiva.
“Mica stanno ovunque le telecamere. E poi conosco uno dei tizi della sicurezza. Stai tranquillo che è tutto calcolato. Continuiamo il giro adesso per favore? Non ho tutta la notte se non l’avessi capito. E smettila di camminare! Monta su quel coso!”
“A me serve questo lavoro Cosimo. Magari per te non ha importanza ma io ho bisogno di questo lavoro!” Marcello cominciava a scaldarsi, già si vedeva di nuovo davanti ai fornelli di un fast-food circondato dalla confusione, o dentro un taxi per strade che lo mandavano in tilt emotivo. Ormai erano arrivati nel settore macelleria.
“Che vuol dire che per me non ha importanza? Che credi, che la faccio per passatempo la guardia qua dentro? Ti ricordo che io prima ero un…” Cosimo si interruppe, e facendo segno con l’indice all’altro di tacere, stette fermo con la testa inclinata da un lato e gli occhi verso l’alto, come per ascoltare qualcosa. “Hai sentito questa volta?”- disse a bassa voce guardando l’altro ma restando immobile.
“Ancora con questa storia? E non cambiare discorso come al solito! Tu sei uno stronzo Cosimo, e io ancora ti do retta.”
“Guarda che non scherzo. Ho sentito davvero un rumore, sono quasi sicuro che veniva da laggiù.” – indicò un punto imprecisato tra i banconi della carne.
“Io non sento niente ti dico.”
“Era come un fruscio, veniva da lì credo.”
“C’è un silenzio di tomba che fa venire i brividi invece.. Cerca di bere di meno, così forse la smetterai di avere allucinazioni.”
“Se ti dico che l’ho sentito vuol dire che c’è.”
“No, vuol dire che sei vecchio, alticcio e oltre a non vederci più cominci anche a sentirci male.”
Marcello corse verso un bancone a caso tra quelli indicati da Cosimo. - “Dov’era? Qui? Sei contento adesso? Non c’è niente, come volevasi dimostrare. Adesso dove vuoi andare? C’è qualche altro rumorino nella tua testa che ti indica la strada?”
“Stronzetto, impara il rispetto. Non sono io quello che si intrippa per i reparti.”
“Devi rinfacciarmelo ancora per molto?”
“No, ma non mi faccio prendere per il culo da uno con la metà dei miei anni.”
“Scusa, è che sentendoti parlare ho sempre l’impressione di avere a che fare con un sedicenne.”
“Razza di idiota…come ti permetti?? Ho detto che ho sentito un rumore, perché non cerchi di chiudere il becco e mi lasci ascoltare”
“E io ti ho detto che non ho sentito un bel nulla, tu stai male! You fool!”
“Che hai detto bastardo? Che cavolo hai bofonchiato in quella lingua schifosa?”
“Che sei un idiota e sei ubriaco per giunta e senti il rumore della tua stupidità in quella testa piena di segatura!”
“Hai voglia di litigare? Guarda che se continui così va a finire male. E piantala di parlare inglese,
a che cazzo ti serve di sapere l’inglese per stare qui dentro?”
Marcello non rispose.
“Ma certo, è che tu devi fare la figura dell’intellettuale, di quello che sta qui per sbaglio, che sta parcheggiato, che adesso ci fa vedere a tutti. Ma quando servi non ci stai mai. Non servi a un cazzo, pure tua madre lo sa, anche se continua con le sue telefonate, Marcello vieni qua, Marcello riparami questo, comprami quello; del resto quanto sei alto? Uno e sessanta, non riesci a sollevare un ramoscello”
Squillò il telefonino di Marcello.
“Rispondi che è mammina di sicuro”
“Fuck you… Mà, sì mà, ma guarda che devi chiamare il tecnico… è l’antenna… sicuro che è l’antenna… ma non dormi che sono le tre… lo so… te li prendo in farmacia quando stacco… Lo so che papà non te li compra mai i sonniferi…”
Un raptus, fu certamente un raptus. Marcello riattaccò e, dopo un penoso silenzio, afferrò il thermos di Cosimo. Marcello la conosceva bene la regola. La regola di Cosimo: toccami tutto ma non il thermos del caffè. E, regola numero 2, mai aprire la busta con i panini e il vino dentro la bottiglia della Ferrarelle. Il resto, puoi fare tutto.
“Mia madre la devi lasciare stare!” urlò Marcello “Capito, stronzo?”
Marcello scagliò il thermos per terra. Il rimbombo si dovette sentire fino al cavalcavia dell’autostrada.
Caffè per terra. Cosimo realizzò: thermos per terra, niente caffè, sono le tre, ancora tre ore di lavoro e niente caffè.
Lo schiaffo di Cosimo fu talmente veloce che Marcello non fece in tempo a vederlo arrivare. Incredulo, non sapeva se rispondere o mettersi a piangere. L’altro era forse rimasto più colpito dal suo gesto di quanto non lo fosse stato Marcello, e già aveva portato le mani avanti in segno di scusa, ma se lo era ritrovato addosso con il pugno pronto a colpire mentre sbraitava - “Bastardo questa me la paghi!” – ma non guardava, e Cosimo lo schivò per tempo spingendolo di riflesso contro il bancone che aveva dietro. Marcello si ritrovò con la faccia davanti a quelle che gli sembravano mille confezioni di salsicce. Senza pensarci, ne prese una per ogni mano e si voltò di scatto lanciando la prima in direzione di Cosimo, che si piegò da un lato per evitarla. Contemporaneamente, approfittando del vantaggio, si avvicinò e gli circondò il collo col braccio sinistro mentre lo colpiva in pieno volto con l’altra confezione. Il polistirolo nell’impatto si spezzò. I pezzi di salsiccia fuoriusciti dalla plastica cadevano ovunque, per terra e sul viso di Cosimo che nel frattempo cercava di liberarsi. Presto riuscì a scivolare via dalla stretta, si ripulì dai pezzetti di carne e fissò Marcello per qualche secondo. – “Ti stavo chiedendo scusa, stronzo. Ti sembra una reazione normale?”
“Mi hai dato uno schiaffo, io ti ho solo rovesciato il caffè, you fucking paranoid!”
“Che c’è, papà non ti ha insegnato le parolacce in italiano? Tra poco te ne arriva un altro se non la smetti.”
Marcello s’irrigidì e prese in mano alcune le polpette; a tenerle nel palmo sembravano come le bombe che si fanno con la sabbia bagnata. Poi urlò.
“Lascia in pace mio padre o te ne penti. Vieni avanti, che aspetti?”
Pacco famiglia. Otto polpette. A raffica. Sette colpirono Cosimo tra il collo e il fianco. La carne macinata gli inzaccherava il volto e la divisa ma Cosimo rimaneva impassibile. Una prese la busta. La bottiglia di Ferrarelle col vino si salvò, ma il pane e frittata finì per terra, a inzupparsi di caffè. I suoi occhi divennero due fessure.
“Eh no, caro il mio stronzetto. Adesso niente più mani. Hai cominciato a giocare pesante, quindi…” Dal bancone accanto, Cosimo armeggiò con qualche scatola e tirò fuori dall’involucro uno spiedino gigantesco. Il rosso acceso dei peperoni spiccava innaturale in mezzo ai pezzi di maiale e manzo. Dietro di lui, Marcello non aveva che da scegliere la fiorentina più grande da scagliare addosso all’avversario. Lanciò un’occhiata all’orologio. –“Mi sa che ti salta la seratina galante, vecchietto.”
“Io di seratine ne ho quante ne voglio. Non ho mica scelto la castità come te.”- replicò ridendo.
“Dì un po’ amico, ma te sei non-scopante? Sarai mica ancora vergine?
“ Sono cose che non ti riguardano”
“Ohi, dì un po’.. Mica sarai una di quelle checche isteriche?”
“ Smettila, falla finita, lasciami in pace.”
“ Lasciami stare uh.. Sei proprio una checca amico.”
A quelle parole, Marcello sentì il sangue che gli saliva nuovamente al cervello.
Una fiorentina da undici Euro. Scartata. Lanciata contro il collega. Il rumore dell’osso sullo zigomo.
Cosimo si era abbassato ma non era riuscito a schivare il colpo. Con un gemito, di rimando fece un balzo in avanti, afferrò la coscia destra di Marcello e ci piantò lo spiedino senza pensarci due volte. Marcello urlò e prese ad agitarsi mentre con l’altra gamba prendeva a calci Cosimo alla cieca, il quale perse l’equilibrio e cadde spalle indietro. Senza perdere tempo, con il legno ancora nella coscia, Marcello aprì in fretta la confezione che aveva preso in mano e ne estrasse un’altra fiorentina di dimensioni impressionanti.
Cosimo provava a rialzarsi ma alcuni pezzetti di salsiccia si erano schiacciati sul pavimento e lo facevano scivolare di continuo. Muovendosi sui gomiti, era appena riuscito a raggiungere il bancone lì vicino, quando Marcello lo afferrò da dietro e gli si sedette sopra. Cosimo riuscì a voltarsi, ma solo per rimanere incastrato con le braccia tra le gambe del collega, che prese a schiaffeggiarlo con il pezzo di carne pesantissimo. Destra, sinistra. Destra, sinistra, lentamente, tra i mugugni di Cosimo sotto di lui.
Nonostante la posizione, Marcello era leggero in confronto a Cosimo che tra un colpo e l’altro liberò un braccio e lo allungò dietro la testa tentando di afferrare quello per cui si era spinto fin là. Dopo qualche tentativo, con uno strattone si ritrovò in mano la collana di salsicce che pendeva dalla parete dietro al bancone. Rapido, come fosse una frusta, la passò attorno al collo di Marcello. Un paio di giri poi strinse bene e tese il braccio, approfittando dello stupore del ragazzo per prendere una salsiccia in bocca e tirare coi denti dalla parte opposta. Marcello, troppo tardi, portò le mani al collo e tentò di liberarsi, ma più affondava le mani nella carne rossastra, più lo spago si avvicinava al collo e stringeva, in una morsa sempre più intensa. Con gli occhi girati mollò la presa e col pugno chiuso da una parte e la fiorentina ancora nell’altra, riprese a colpire Cosimo in faccia. Il pavimento e le loro divise si coloravano di rosso e grasso calpestato e tra gli insulti e i mugugni, il tonfo della carne morta che si schiantava a terra rendeva la situazione ancora più surreale.
Un lamento acuto pose fine alla stretta e Marcello potè liberarsi dal collare di carne e rialzarsi tra i conati. Ci era andato un po’ pesante coi colpi finali, perché il collega si era rannicchiato e singhiozzava. Dopo qualche secondo di silenzio, la voce di Cosimo arrivò bassa e amplificata attraverso le mani a conca ancora strette attorno a naso e bocca, rideva.
“Che dici Testadigallina…ce la facciamo a pulire tutto?”
“Ce la facciamo per forza razza di idiota, se non vogliamo essere licenziati.”
“Se ci licenziano ci troviamo un altro lavoro.”
“Parla per te.”
“Se mi hai rotto il naso comincia a scappare.”
Subito dopo, proveniente dall’altra parte della sala, tra la carne e le cassette di frutta che si erano lasciati dietro, Marcello udì distintamente un fruscio.

