(S3) Reparto articoli sportivi

Scheda Stesura

Scheda Stesura Definitiva
Note di Produzione: 

n/a

Svolgimento: 

I tre livelli su cui si sviluppa il reparto esprimono tre tipi di caos, un delirio di oggetti, suoni, materia, di luci. Che si sovrappongono, si disturbano e respingono.
L’ultimo piano, pesante come acciaio, è cosparso di una quantità infinita di macchine per il corpo. Panche, cyclette, pesi, attrezzi da casa che sembrano sul punto di implodere, tanto è minimo lo spazio in cui operano. Stonano e disturbano i cartellini dei prezzi che, leggeri come il vento, fluttuano al passaggio di ogni cliente riportando prezzi impedibili e finanziamenti studiati per riprodurre una palestra a domicilio. Stonano e disturbano le bici ultraleggere che fendono il vento con una delicata evoluzione del pedale.
Lungo i muri portanti, bevande dagli strani colori pastello per vincere la sete in modo drastico e integratori con nomi fantasiosi in fluorescenti confezioni, attirano le speranze di veri e finti atleti.
E ancora sacchi per la boxe, sci, pattini, racchette, tavolini da ping pong, il tutto disposto senza un’apparente logica, che è invece quella dell’abbondanza.
Al primo piano c’è il settore di abbigliamento sportivo. Alla parete attrezzata per accogliere le grucce si alternano inespressivi manichini vestiti nell’ultima comoda tenuta sportiva. Loro così immobili sembrano svilire quelle promesse di comodità ed eleganza.
Articoli di abbigliamento si mescolano con allegri colori, mentre i loghi fanno bella mostra di se nei punti più strategici. La musica è altissima e piena di bassi, le luci sono forti e spesso fastidiose, ma il settore è talmente pieno di qualsiasi cosa, e i prezzi talmente competitivi, che si è costretti ad andare avanti.
La parte delle scarpe da ginnastica è gigantesca e arriva quasi al soffitto, tanto che i venditori per mostrare le scarpe più in alto si servono di strane pertiche con in cima un uncino.
Le cabine camerino optical rappresentano una vera e propria opera da collezione, con le loro luci fluorescenti blu e rosse e le poltrone sacco blu.
La presenza di un marchio interno, che nel giro di pochi anni si è fatto conoscere per la grande qualità offerta e i prezzi davvero bassi, è il fiore all’occhiello del reparto, e i capi con il simbolo dell’omino accanto alla mezzaluna sono quasi moda ormai.
Al piano terra ci sono le vere attrazioni del reparto, gli angoli–intrattenimento: la parete per provare il freeclimbing, un canestro - tenuto un po’ basso per non frustrare la media dei visitatori che normalmente si cimentano -, un simulatore di golf e d’estate il terrazzo prospiciente, centro di esibizioni di beach volley. Un minibowling, a dieci corridoi non molto larghi ma dal design moderno, con bar interno annesso, è diventato ormai il punto di riferimento dei più giovani.

In mezzo all’enorme salone principale del piano terra c’era un elemento poco attinente. Di notte durante l’inverno venivano sparati fasci di luce verso l’esterno attraverso alcune delle vetrate. I fasci provenivano da potenti faretti posizionati accuratamente in vari punti dei reparti più esterni. Ma nel reparto sport i faretti non erano l’elemento poco attinente. Neanche le basi circolari bianche davanti alla serie di megaschermi spenti dietro al bar lo erano. Di giorno quel teatrino scarno e minimalista animato da energia elettrica e qualche accessorio avrebbe entusiasmato più di un cliente. Di fronte al bar, solo pochi gradini più in basso cominciavano le piste del minibowling e da qui si poteva anche salire ai piani superiori del reparto. Parcheggiato davanti ai gradini stava l’elemento poco attinente.
Data la forma, avrebbe forse stonato meno al terzo piano, tra le cyclette e gli attrezzi da palestra. Oltre a dimostrare tutti i suoi anni, era sporco e l’arancione del telaio era sbiadito in più punti. Dallo strato di polvere e dalle cartacce buttate nel vano anteriore, qualcuno avrebbe potuto concludere che fosse stato abbandonato lì da giorni e riutilizzato come cestino. Il sedile era rattoppato male e i pezzi di nastro adesivo nero avanzato erano stati appiccicati al cruscotto. Si potevano vedere facendosi largo tra i mozziconi di sigaretta e le carte della cioccolata.
Al contrario, il veicolo era stato spento solo pochi minuti prima e il suo padrone era al piano di sopra ad armeggiare con qualcosa.
Se Marcello fosse stato lì, affianco alla macchina, nel silenzio totale del reparto avrebbe udito ogni tanto i passi di Cosimo. Lo avrebbe sentito lassù canticchiare e tossire in continuazione come faceva lui e poi avrebbe riconosciuto il rumore dei palloni di cuoio che cadevano e rimbalzavano seguito da un’imprecazione. Infine lo avrebbe visto sbucare dalla soglia del settore abbigliamento e scendere le scale trascinando per la testa un manichino piuttosto ingombrante.
Arrivato al reparto, Cosimo era infatti sceso dalla macchinetta e con una chiave che aveva fregato, aveva aperto quella specie di armadio delle meraviglie e si era preso un Powerade, di quelli blu elettrico - gli piaceva guardarsi allo specchio di un bagno e scoprirsi la lingua blu, gli ricordava le caramelle di quand’era bambino, piene di coloranti. Dal piano terra, era poi salito a visitare gli altri piani.
Come al solito, prima di tutto era andato a contemplare le biciclette: quelle da donna, che gli ricordavano, per una volta con nostalgia, sua madre. Poi, finito il Powerade, si era avvicinato ai manichini dell’abbigliamento sportivo. Ce n’era uno con una tuta rosa da sci e un pacco enorme. Aveva dunque deciso di passare avanti, ad un ciclista con tuta a tre colori, ad una golfista con un maglioncino di lana aderente e pantaloni a scacchi e delle scarpette che forse servivano per ballare il tip-tap. Alla fine aveva deciso di avere bisogno di un amico e non di una compagna.
Marcello aveva marcato visita all’ultimo momento e il capo gli aveva detto che di non essere riuscito a trovare un sostituto. Tutto l’ipermercato per lui, niente testedigallina tra i piedi, ma un filo di solitudine.
E quel filo di solitudine lo faceva incazzare, mentre si montava in spalla uno stupido manichino con il completo bianco, le scarpe di tela firmate e la racchetta da tennis in mano.
Scese gli ultimi gradini che portavano al piano terra e tirò a sé il pezzo di plastica mettendolo in piedi. Piegando un po’ le gambe gli cinse la vita con un braccio e lo sollevò da terra. Con l’altro frugò nel vano portaoggetti del veicolo e tirò fuori una busta di plastica e un pacchetto di sigarette. Camminando sbilanciato su un lato, si diresse alla pista da bowling numero cinque. “Oh.. Così stiamo vicini vicini al bar, eh? Che ne dici?”- disse e sistemò il manichino accanto ad uno dei sedili. Mezz’ora prima aveva acceso le luci della pista e azionato sia il meccanismo di posizionamento dei birilli che la macchina per la raccolta delle bocce.
“Allora, tu stai buono qui, che io adesso devo trovare la mia boccia preferita.”- disse distrattamente, concentrandosi sul contenuto della busta. Ne estrasse una bottiglia di plastica e bevve un gran sorso di vino che, mescolandosi al gusto della bibita energetica, lo disgustò non poco.
Del bowling a Cosimo piaceva il rumore che le palle fanno sul pavimento, per queste sceglieva sempre la palla più pesante. Non gli fregava di buttare giù i birilli, era il casino che gli piaceva.
Cosimo sceglieva sempre la palla più pesante e ormai la conosceva. Era nera come la pece.
Era quasi innamorato di quella palla.
Il primo tiro. Il rumore: un gorgoglio, come quello del mare in tempesta, di una cascata impetuosa, di un temporale sulle tegole.
“Cazzo” urlò. “Guarda, ho fatto strike”
Il meccanismo riposizionò i birilli mentre Cosimo beveva un’altra gran sorsata.
“Il segreto è la forza. Quanta più forza ci metti e più la palla va dritta. Ho visto una volta uno di quei ragazzini che veniva qui. Ci metteva l’effetto, lui, nei tiri. Ma vorrei provare a vedere una volta se me lo trovo davanti. Che ci fa con l’effetto?”
Cosimo partì con il secondo tiro. Urlò per lo sforzo.
Il rumore fu ancora più forte che nel primo tiro.
Due birilli andarono giù. E basta.
“Cazzo”
Fece una quindicina di tiri, senza mai fare strike. Intanto parlava e beveva.
“Sai, a volte chi mi preoccupa?” chiese, senza dubbio, al manichino. “Michela. Sì lo so: non la vedo quasi mai. Quella scema della mamma e quel suo nuovo marito fighetto la tengono sotto una campana di vetro ma ha quasi venticinque anni e all’università avrà fatto tre esami. La fabbrica del nonno poi non va più bene come quando c’ero io, il nonno è rincoglionito ormai e quel deficiente del marito nuovo non capisce niente. Tranne che di Mercedes, di quelle gippone capisce eccome. Michela.. Michela forse la dovrei presentare a Marcello. Del resto sono uguali; Michela non ha mai avuto un cazzo di fidanzato e Marcello, penso che non abbia mai visto una donna nuda in vita sua”.
Proprio non riusciva a capirlo quel ragazzo, mai che parlasse di una donna o qualcosa che le somigliasse.
Ogni volta che pensava a quella cosa l’angolo sinistro del labbro si contorceva in un ghigno beffardo e poi le labbra si aprivano distrattamente a formare una “o” in perfetta congiunzione con il tappo aperto della sua bottiglietta di vino.
Qualche volta Cosimo aveva addirittura buttato là qualche parola di elogio nei confronti di sua figlia, trentenne non ancora “sistemata”. Certo non lo faceva impazzire l’idea di avere quel Testadigallina come genero, ma in fondo gli era anche affezionato. Nella loro diversità c’era un destino in comune: la disillusione e l’accettazione rassegnata della realtà.
“Hai capito Johnny? Tu che faresti al posto mio? Daresti la tua unica figlia in sposa ad un deficiente come quello?” Cosimo ridacchiò. “Certo è un bravo ragazzo, ma porca zozza se è fesso!”
“E’ strano, sai?” Cosimo si fermò.
“E’ strano che mi preoccupo per Michela. Quando era bambina non me n’è mai fregato niente. Avrei voluto un maschio. Avrei potuto portarlo a vedere le partite, avremmo potuto andare a caccia insieme, su in montagna, l’avrei pure portato a puttane. Invece quando era piccola Michela era biondina, esilina, sempre malata.. Col naso che le gocciolava, piangeva per qualsiasi cazzata. Non la sopportavo, non sopportavo più niente. La mamma non ne parliamo. Negli ultimi due anni - prima che mi cacciasse di casa - quando mi avvicinavo, sembrava che vedesse un mostro. Ora.. Ora mi preoccupo. Penso che di lei non freghi niente a nessuno. Forse un po’ al nonno, ma quello ormai sta piedi e mani nella tomba. Penso che sia sola, esattamente come me”.
“Devo trovarle qualcuno. Domani, se quella testadigallina guarisce, gliene parlo. Sembrano fatti per stare insieme, quei due. Forse..”.
Ancora pensieroso si avvicinò alla panchina e crollò a sedere, accese una sigaretta e si attaccò alla sua bottiglia di Ferrarelle. Il vino da quattro soldi lo riscaldò un poco e così riaffiorò l’abituale sorriso. Che sarebbe stato anche un bell’ uomo Cosimo, non fosse stato per quella patina di rovina che non riesciva proprio a staccarsi di dosso e che si manifestava nei piccoli dettagli: i lacci delle scarpe rotti, il collo della camicia sporco, le chiazze acquose in fondo agli occhi, le mani.
Le mani di Cosimo erano grandi davvero, ma quello che avrebbe colpito guardandole, era come il tempo avesse deciso di concentrarsi su di loro e lasciar perdere il resto del corpo.
“Vedi come sono le mie mani? Troppo grandi, troppo rovinate perché lavoro da quando sono piccolo. Pensa te, mi tocca portarmi dietro il passato appiccicato addosso, così non rischio di scordarmelo, capito? Bell’affare! Ogni volta che me le guardo me le vorrei staccare ‘ste mani del cavolo.”
“Però piacevano tanto, e piacciono ancora eh! Le donne impazziscono quando vedono le mie mani!”
Si era voltato per riprendere la cicca e si era trovato di nuovo faccia a faccia col finto amico. Guardandolo con una smorfia sulla bocca, disse gesticolando: “Chissà, magari gli danno un senso di sicurezza, che ne so io.”
Aspirò, raccolse la boccia e tornò alla pista.
“Bello comunque son sempre stato, ancora me la cavo direi.”
Si piegò e lanciò.
“E tanto anche! Ma le mani secondo me m’hanno dato una marcia in più sai? Ho avuto tutte le donne che volevo, ho fatto la bella vita, altro che questo cesso di ipermercato e questo lavoro di merda!”
“Ad Angela le mie mani piacevano tantissimo”- sospirò sconsolato.
Cosimo sentì un indizio di sbronza triste salirgli nella gola. Diamine, quella Testadigallina non avrebbe dovuto lasciarlo solo con i suoi pensieri. Anche lui aveva i suoi problemi e i suoi rimorsi, altrochè se ce li aveva.
Si rialzò tentando di recuperare una parvenza di buonumore e di giovialità, prese la rincorsa e tirò.
“Allora ti dico che Angela è l’unica donna che abbia mai amato, ecco chi è. Capito adesso?”.
Un birillo solo in piedi. Col secondo tiro Cosimo buttò giù anche l’ultimo birillo.
“Yeee. Spare! Cominciamo a ragionare ciccio!” E diede uno schiaffetto sul viso del tizio muto.
“Avevo 19 anni quando l’ho conosciuta alla festa di paese. Lei si era appena trasferita da un paese vicino. Era bellissima quando ballava. Beh insomma.. Iniziammo a frequentarci sotto la stretta sorveglianza di megera di sua nonna, ovviamente! Donna malefica e furba più di cento diavoli! Si sedeva sempre su una poltrona più vecchia di lei davanti al camino e faceva finta di dormire, ma appena si accorgeva che non parlavamo, apriva quel suo occhio spione per controllare che non stessimo facendo nulla di sconvenevole..”
Nuovo lancio e la boccia finì nel canale di sinistra. Cosimo fece una smorfia e si avvicinò al tavolino dove aveva appoggiato il vino e ne mandò giù un sorso. Si pulì con la manica della maglia, si avvicinò al manichino e lo guardò dritto nei suoi occhi immobili.
“Visto? Appena l’ho nominata.. Mi porta sfiga anche dopo tutti questi anni! Strega!”
Fece un paio di goffi piegamenti sulle gambe, si stiracchiò un po’ le braccia e la schiena e prese di nuovo la sua boccia per un nuovo tiro. Cinque stavolta. Fece spallucce e si rivolse di nuovo al suo compagno muto.
“Volevamo sposarci ma io venivo da una famiglia di contadini e non avevo un soldo, quindi decisi di partire per la città, in cerca di lavoro. Volevo trovarmi una sistemazione e poi sposarmi e avere una famiglia numerosa..”
“Il fatto è che sono stato un gran coglione, caro mio. È questa la verità.” Si accarezzò la pancia morbida mentre finiva la sigaretta. “Proprio grande. È bene che tu sappia ciccio-plastica, che l’ho lasciata lì così che aspettava. Aspettava me. No, dico. Perché io le avevo chiesto di aspettarmi eh! E lei giustamente l’ha fatto, era innamorata.” Rise.
Spense la cicca e tornò in posizione.
“Io intanto scopavo in giro. Avevo scoperto il mondo ormai.”- disse serio.
Strike.
Rimase immobile. Guardando in basso disse al manichino: “Ma l’amavo ancora, davvero. Solo lei amavo.”
“Ma poi mi sono fregato da solo. Ho conosciuto una ragazza molto carina, di buona famiglia. Mi invitava sempre al cinema e un giorno si è presentata con quella sua faccina da ragazza snob e mi ha detto che era incinta».
Boccia di nuovo in canale.
“L’ho sposata per dovere e poi ho iniziato a tradirla. Tutte le sere, a volte anche quando non ne avevo voglia. Cosa? Faccio schifo dici? Sì faccio schifo lo so, ma io la odiavo e odiavo me stesso perché avevo rovinato tutto.  Stronzo farabutto di un ubriacone. Angela, era lei che avrei dovuto sposare”.
Cosimo si avvicinò barcollando alla macchina e prese il cartoccio con il panino alla frittata, lo aprì e fece un enorme morso. Poi, con la bocca piena bofonchiò le lodi delle uova e della frittata agitando in aria la mano libera e facendo ondeggiare il panino sotto il naso del povero, impassibile manichino. Mangiando, faceva ogni tanto un sorso del suo vino, controllando ad ogni ingoio il rimanente contenuto della bottiglia, quasi a volerlo equamente distribuire per ogni morso.
«Mi ha trovato a letto con un’altra sai? Mia moglie intendo. E’ corsa piangendo da paparino che mi ha buttato fuori di casa e dall’azienda e mi sono ritrovato in strada senza un soldo. Per un mese ho dormito e mangiato la sbobba della Caritas, ho fatto qualche lavoretto a ora e poi sono riuscito a trovare questo posto di guardiano.. E ho incontrato te Johnny!!” Rise di gusto, ormai ubriaco.
“Merda, menomale che ci sei tu! Sai, sei un grande ascoltatore e soprattutto non mi interrompi mai!”
Poi ebbe come un singulto, un gonfiore si fece strada dal ventre alla faccia e così ruttò. Si abbandonò sul sedile e la sua espressione si fece torva e maligna. Quello che ora gli rodeva era il pensiero dei soldi di quella strega della ex moglie, di aver perso anche il premio di consolazione.
“Ti giri un attimo e hai perso tutto, ti rendi conto? Volevi fare tante cose e invece non hai realizzato niente!”
Si rialzò quindi all’improvviso e, dopo aver tracannato le ultime gocce di vino, ricominciò a scaraventare le palle contro i birilli, sbagliando spesso mira. Si fermò solo quando si rese conto che stava per distruggere il parquet. 
“Ci manca solo che mi licenziano! Quel cretino di Marcello pensa di essere l’unico ad aver bisogno di lavorare, ma che si crede? Ho anche una figlia a cui pensare io! Che rifiuti che siamo, eh bello?”. Chiese ancora al manichino. “Questo è proprio il buco di culo del mondo, dove mandano i disgraziati come noi a morire di tristezza”.
Si sedette infine sfinito e si chinò su se stesso prendendosi la testa tra le mani, pesante come un macigno. Non ci sarebbe voluto molto per scivolare più in basso di così, d’altronde era la forza di gravità che tirava giù le cose e forse trascinava con sé anche la coscienza degli ubriachi, eppure lui volle resistere.
Chiuse gli occhi per un attimo e ricordò la limpidezza dei monti dove era nato, l’acqua fredda sul viso la mattina, l’odore pungente dei pascoli dopo la pioggia, il sapore del pane.
La dolcezza dei ricordi si mischiava con la pesantezza di quel vino scadente e lo portò sull’orlo del sonno. Cosimo già sentiva il caldo abbraccio del dormiveglia accoglierlo quando un rumore lo richiamò alla realtà. Scattò in piedi e si accorse che il manichino era caduto dal piedistallo dove l’aveva appoggiato.
“Volevi farti una partita a bowling anche tu?”
“Allora Johnny, è ora che io ti insegni la nobile arte del BOWLING! E vedi di stare attento e non fare domande cretine, per quelle abbiamo già Mr Gallina.”
Guardò un attimo il manichino come in attesa di un cenno di assenso e poi iniziò
“Il gioco del bowling consiste nel colpire con una boccia come questa il maggior numero di birilli..”.