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Il regno in cui si riscopre la voglia di artigianato, la soluzione alle noiose domeniche in casa di parenti, così come la speranza di un elogio dal coniuge distratto e perché no? Anche antichi sogni di artisti sconfitti dalla routine della vita.
Creatività per esterni: trasformare un metro di terra arida in fiorito giardino con dondolo, gazebo in legno, fontanella e tripudio di fiori odorosi.
Creatività per interni: cambiare la tua casa, ricostruirla, rinnovarla e ricostruirla daccapo, e riempirla di drappi e carta fiorita e oggetti d’arredamento di legno.
Le persone che si aggirano tra gli scaffali hanno tutte l’aria concentrata e perplessa allo stesso tempo.
Il reparto dei veri uomini è sempre pieno di coppiette che litigano sulla colla per la tappezzeria e di padri che spiegano al figlio annoiato la differenza tra cacciaviti.
L’ambiente ricorda quello dei grandi magazzini per il fai da te americani: come in quelli c’è un atrio principale, molto ampio, che ospita l’esposizione degli articoli principali e fa da accesso ai corridoi di scaffali a cui si accede solo per verificare la presenza della merce, o per cercare cose specifiche; qui di atri ce ne sono tanti, uno per ogni settore, e così di corridoi. Così il reparto è in pratica fatto di viali e viuzze fino allo spiazzo successivo. Gli articoli da esporre sono talmente tanti che in parte trovano posto al secondo o terzo livello, a cui si accede tramite rumorose scale in ferro.
Le strutture sono semplici e robuste, ma a dispetto della loro semplice solidità la tecnologia è presente più di quanto si immagini. Trovare la cosa che cercate all’interno del Brico può diventare un dilemma: per questa ragione i commessi, attraverso dei telecomandi appositi, possono trasmettere il codice del prodotto desiderato ad una centralina che provvederà a prelevarlo dallo scaffale in cui si trova e a trasportarlo alla zona d’acquisto. Per questo, tra un settore e l’altro, guardando in alto lungo i corridoi si può ammirare un sistema di binari che collega le pareti di scaffali tra di loro, e che crea un vero e proprio traffico di merce sopra le teste dei visitatori.
Questo è forse il settore che meglio comunica le dimensioni effettive dell’ipermercato, le pareti degli scaffali svettano verso la cupola altissima e i raggi del sole che entrano da essa hanno solo due modi per toccare terra: sottoforma di grossi parallelepipedi di luce tra le decine di monoliti di ferro o come piccolissimi fasci di diversa forma, a seconda del modo in cui riescono a farsi strada attraverso la fitta rete di scale e grate dei vari livelli.
Il cliente intraprendente non si avvede di ciò che accade sopra di lui e vaga con sguardo voglioso tra quegli scaffali, meditando su quello che deve o può essergli utile. Incerto si lascia convincere dalla lucentezza dell’immagine sulla latta dello smalto per interni, materiale resistente alle intemperie, al tempo, a tutto quello che può minacciare il suo capolavoro. Perché è questo lo scopo del reparto bricolage: convincere anche il più inetto di poter creare un capolavoro, migliore di qualsiasi bene prodotto in serie in una sperduta fabbrica di chissà quale paese. Ovviamente il reparto fornisce anche sottili spunti subliminali, alternando materiale grezzo con modelli già pronti, da poter acquistare nel caso in cui gli esperimenti di imitazione dell’originale non vadano a buon fine.
L’odore di legno, ferro e carta, stucco e polvere avvolge tutto il settore ferramenta.
Più delicato, il settore giardinaggio è un paradiso artificiale con la sua serra nella zona esterna, i modelli di giardini famosi in esposizione e giardinieri esperti a disposizione.
In una via scura popolata da pilastri di ghisa, pinze dalle diverse dimensioni, parascintille e soffietti a fisarmonica, giaceva, accoccolata una figura rannicchiata, vestita di una tuta blu. Marcello dormiva come un bimbo nel reparto bricolage.
La testa mal arrangiata su un sacco di carbonella, il corpo accovacciato sul parquet verde, le mani strette intorno al corpo in un abbraccio solitario. Intorno a lui il tetro silenzio della città Brico che respirava affannosamente, appesantita dall’odore acre delle vernici e del ferro. Il luogo delle mille soluzioni per la sete di attività riposava, abbandonando ogni pretesto di intuizione milagrosa.
Marcello amava e odiava quel reparto. Odiava quel clangore che inevitabilmente emanava dagli scaffali e da quei binari sospesi, simili com’erano ad un frastagliato ponteggio. Gli piaceva invece l’idea di poter costruire tutto con semplici gesti e molta inventiva, gli piacevano le lattine delle vernici e l’odore pungente che aleggiava nei vicoli dei colori. In quel momento, appoggiato al cartone di carbonella come fosse un soffice cuscino, sognava strane cose mentre respirava lentamente e in modo regolare, realizzando una melodiosa orchestrina ritmata.
Il bosco era verde smeraldo e il sole che filtrava tra i rami dei castagni sembra una cascata, Marcello alzava lo sguardo e sentiva gli occhi riempirsi di riflessi e di giochi di chiaroscuro. Amava il silenzio dei faggi e il profumo dell’erba bagnata dopo la pioggia. Adorava la risata di suo padre e la stretta forte delle sue mani quando se lo caricava per scherzo sulle spalle. Un attimo dopo, non capiva come, era arrivato in strada. A un tratto era riuscito a vedere sé stesso da davanti e alle sue spalle c’era la sfera dell’ipermercato. Immenso e imponente mentre lui si allontanava sul suo veicolo. Il cielo lo vedeva senza nuvole ma di un colore rosato innaturale. Quello aveva senso perché l’aveva visto nei quadri di sua madre, infatti ce n’era uno che lei gli mostrava sempre e tutte le volte glielo teneva davanti un po’ inclinato. Poco distante, la strada asfaltata terminava e cominciava una distesa di sabbia ma se lo aspettava dall’inizio. Poi con sé aveva anche una coperta di lana, ma non riusciva a ricordare chi gliel’avesse data.
Lì vicino cadde qualcosa e rimbalzò sulla sabbia. Dalla gola tentò di risalire un mugolio. Stava cercando di ascoltare meglio. Di nuovo cadde qualcosa e risuonò un timbro acuto, metallico. Il rumore gli metteva freddo addosso e tentò di avvolgersi nella coperta ma qualcosa stava andando storto, per quanti sforzi facesse per avvolgerla attorno a sé gli scivolava sempre via. Le corde vocali vibrarono incerte più volte finché il suono non prese forma e arrivò alle labbra e Marcello come un formicolio alle tempie. Poi si svegliò di soprassalto.
Dagli occhi spalancati passava l’immagine storta di mattonelle chiare e impalcature di ferro. Era ancora tutto contratto e rannicchiato, le mani tra le gambe. La luce era fortissima e gialla e ricopriva tutto in modo ingombrante mentre lui velocemente metteva a fuoco. Con uno scatto alzò la testa mentre sentiva il cuore battergli forte, e rimase immobile qualche secondo a cercare di ricordare dove fosse.
Il sacchetto di carbonella lì accanto con la forma della testa. Vasi marroni in mattone e arnesi da giardinaggio tutto intorno. La vetrata che dava sull’esterno. Sulla serra in penombra, dove ho fumato poco fa? – pensò confuso – quanto tempo fa?
L’orologio da polso segnava le tre e trentacinque. Cinque ore e mezza prima aveva attaccato il turno e due ore prima era uscito nel giardino esterno accanto alla serra. Quello se lo ricordava bene. Perché aveva pensato che fumava da quando aveva quindici anni e non aveva mai avuto voglia di smettere.
Annaspò nel vuoto cercando di rialzarsi e per un momento ebbe un leggero vortice alla testa, i palazzi intorno a lui sembrarono restringersi verso la via ondulando leggermente. Barcollò e si appoggiò alla parete dello scaffale per assicurarsi che ci fosse veramente e scosse la testa per svegliarsi dall’intontimento.
Ora ricordava meglio. Si era seduto per terra per riposarsi e aveva preso a pensare a questo e quest’altro, s’era incantato a guardare le luci giallognole basse dei lampioncini attraverso il vapore grigio e infine aveva notato il sacco di carbonella lasciato lì accanto da qualcuno. Dopo averlo afferrato doveva essersi addormentato di colpo. Adesso si accorgeva anche del rivoletto di saliva quasi secca all’angolo del labbro. Si chiese se avesse anche sognato.
Raccolse le sigarette, la giacca della divisa e la radio-trasmittente e si avviò a recuperare il veicolo parcheggiato all’imbocco del settore ferramenta. Le sigarette però ritornarono presto per terra e a lui venne la pelle d’oca quando, appena alzato lo sguardo, si accorse che il veicolo non c’era più.
“No, fermi tutti, dev’essere qui!”
Ricordava benissimo di aver lasciato il triciclo nell’atrio che dava sul settore giardinaggio. Faceva sempre così perché la macchina era troppo ingombrante per aggirarsi tra gli oggetti delicati e le piante da interno di quell’area. “Calma, ragiona tranquillo un attimo” – si ripeté cercando di non cedere al panico. Cosimo! – pensò – E’ stato per forza quel deficiente di Cosimo. E’ venuto qui, m’ha trovato a dormire e ha pensato bene di farmi uno scherzo. Pensò che il ragionamento filava, e che anche se il collega avrebbe dovuto essere da tutt’altra parte in quel momento - tra la fine del giro nel reparto sport e l’inizio del turno agli elettrodomestici - Cosimo non era mai stato onesto come lui riguardo ai programmi settimanali, e già due o tre volte era successo che avesse deviato per andare a fargli visita lì, portando in dono braciole per convincerlo ad accendere il barbecue.
Il fracasso infernale di una pila di lattine scagliate rovinosamente a terra gli empì la mente interrompendo i suoi pensieri.
“Cazzo – pensò Marcello – non dovevo addormentarmi, merda, lo sapevo”.
”Chi va là?” urlò con tutto il fiato che aveva in corpo ma gli rispose solo un‘eco lontana e il rotolare delle ultime lattine sul pavimento.
“Bravo Cosimo! M’hai fregato il triciclo e hai fatto il danno!” disse a voce alta battendo le mani lentamente per sfotterlo, però era nervoso. “M’hai spaventato dai, bravo! Vieni fuori adesso per cortesia?”. Silenzio.
Doveva essere Cosimo ma Marcello strinse comunque i pugni e, afferrata un’asta di compensato, si diresse con cautela verso il cumulo di lattine rovesciate.
I suoi occhi abituati al buio dell’ipermercato si affusolarono ancora di più, come quelli di un gatto. Sentì un brivido accarezzargli la schiena ma si impedì di avere paura.
“Sangue freddo, ci vuole sangue freddo” si ripeteva Marcello mentre il sudore gli faceva scivolare l’asta dalle mani.
Si avvicinò e nella penombra quasi inciampò su una lattina. “Che cazzo!” esclamò Marcello e addio ai propositi di segretezza.
In qualche punto lontano da lì qualcos’altro cadde a terra con un suono metallico.
Fin da piccolo a Marcello veniva istintivo associare immagini concrete ai suoi stati d’animo. Gli succedeva con oggetti d’arredamento. Con materiali da costruzione. Con alcune architetture o paesaggi cittadini particolarmente. E a volte con i suoni, come in quel momento. A Berlino, un ragazzo spagnolo che puliva i bagni del fast food in cui lavorava gli aveva dato la sua spiegazione del fenomeno. “In realtà è il contrario!” - gli aveva detto ispirato – “Non sono le cose che vedi o i suoni che senti a proporti le sensazioni che avverti. E’ la tua paura dei concetti astratti che costringe l’inconscio a produrre una rappresentazione concreta. Si chiama qualcosa-fobia, adesso non mi viene.. Qui pulisco cessi ma studio psicologia.” Qualunque fosse la ragione, quel rumore acuto lo portò a incrociare d’istinto le braccia sul petto.
“Ma si può sapere che cacchio combini?” – urlò poco convinto al nulla davanti a sé.
Il settore ferramenta era mastodontico e la tela di ferro delle innumerevoli scale e strutture creava un’acustica dalle regole oscure. Nel silenzio assoluto del luogo, anziché lontano in avanti, la sua voce venne spinta e amplificata verso l’alto. Fino ai binari del trasporto merci. Marcello alzò la testa e agghiacciato ascoltò le sue parole venire separate sopra di lui. Ricombinate. Per poi venir smistate orizzontalmente e amplificate in ogni direzione. Il risultato gli fece correre un brivido lungo tutta la schiena. Quello che Marcello si trovava di fronte a pochi metri era effettivamente una creatura inquietante. Pesante, opprimente, dall’interazione con la luce gialla artificiale del reparto scaturiva ogni notte qualcosa di nuovo e lontanissimo dall’originale diurno.
Di Cosimo non c’era traccia. A poca distanza da lui un oggetto cilindrico giaceva a terra. Era terrorizzato ma la presenza di un oggetto fuori posto in mezzo a quel quadro lo rassicurava. Si avvicinò tra l’eco delle sue parole e si chinò a raccogliere il barattolo di smalto. Osservò la scala lì accanto, realizzando che doveva essere caduto dal piano superiore, dove sapeva essere disposte vernici e tinture per la pittura. Si chiese però dove fossero tutte le altre cento lattine che aveva sentito cadere. Si fermò ad ascoltare. Non c’era più niente di suo in quei suoni ormai, ma a un certo punto ne riconobbe con certezza uno che conosceva bene. In fondo al corridoio vide il suo veicolo rosso passare lentamente e sparire dietro una delle stigliature. Quello che non si aspettava e che lo fece tremare fu che a guidarlo non era però Cosimo.
“Ehi!” – urlò, ma si pentì subito di averlo fatto perché si ritrovò in mezzo a un miscuglio di suoni distorti che gli rimbombavano in testa.
Iniziò ad inseguire il trabiccolo. Aveva visto solo la schiena di quel bastardo, portava una felpa nera, sembrava un ragazzino esile ma quel maledetto non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Marcello gettò la sbarra e accelerò.
Urtò più volte contro le stigliature che si trovava davanti all’improvviso quando girava gli angoli o imboccava diramazioni più strette e cercando di seguire le tracce acustiche lasciate dal motore si ritrovò più volte in vicoli ciechi.
Correva più veloce che poteva per non perdere di vista il ladro ma nel frattempo il quartiere si riempiva dei rumori di oggetti che cadevano. Il cuore gli batteva forte e nella pesantezza dell’aria aveva l’impressione che i suoi polmoni si comprimessero implodendo verso il centro.
I palazzi della città Brico sovrastavano la sua corsa, guardandolo dall’alto della loro ferrosa maestosità, inclinati verso il corridoio centrale, quasi a voler guardare più da vicino la sua folle corsa. Il tonfo degli oggetti scaraventati a terra dalla macchina che vagava placida nel corridoio parallelo rimbombava nel cielo chiuso come una minaccia e un monito: la voce dell’ipermercato si ripeteva cupa come un eco in un labirinto di lamiere arrugginite.
In certi punti gli sembrava di sentire il veicolo vicinissimo mentre pochi metri oltre i suoni sparivano del tutto e Marcello era costretto a sospendere l’inseguimento per tendere le orecchie. In queste zone il silenzio era altrettanto insopportabile. Era in uno di questi buchi che si trovava quando vide nuovamente l’intruso sul suo veicolo. Comparve all’improvviso in uno dei vialetti paralleli a quello in cui era lui. Stavolta gli era anche molto più vicino e avrebbe potuto vederlo bene ma i capelli lunghi gli ricadevano sul lato del volto rivolto a lui. Andava pianissimo. Marcello non riusciva a sentirlo muoversi. Non sentiva più il motore elettrico. Non riusciva nemmeno a sentire i suoi stessi passi. Esterrefatto di fronte a quella scena al rallentatore, rimase bloccato e lo vide girare a destra. Quando ne ebbe la forza, raggiunse di corsa il corridoio che aveva imboccato l’altro ma era già sparito.
Marcello sentiva il fiato spezzarsi ma non poteva fermarsi, quel lavoro era la sua ancora di salvezza, faceva schifo certo, ma era di sicuro meno degradante e faticoso che starsene a respirare la merda di un fast food o imbottigliato nel traffico perenne della città dentro ad un taxi sudicio.
”Fermati!” urlò con l’ultimo respiro rimastogli. Ma dove voleva andare quel ragazzino? Come aveva fatto ad entrare? Sembrava che non avesse rubato niente poi.
E soprattutto: dove cazzo era Cosimo quando c’era bisogno di lui? Probabilmente a dare fondo alla sua finta bottiglia di Ferrarelle, a scolare quel vino da quattro soldi come l’ultimo dei barboni.
Fece per riprendere l’inseguimento, non importava verso quale direzione, ma sentì le lacrime pungergli gli occhi. Non poteva più correre e quello stronzo continuava a portarlo a spasso per tutti i corridoi del reparto, senza nemmeno voltarsi indietro.
Scorse il ladro un’ultima volta, era dietro di lui, in fondo alla stessa corsia. Gli aveva girato intorno senza che lui se ne fosse accorto. Marcello allungò la mano, prese un martello e lo strinse.
“Crepa!” urlò alla figura che si allontanava sempre di più sul suo trabiccolo e facendo leva sulle gambe scagliò il martello il più lontano che poteva.
Per un attimo pensò che l’avrebbe raggiunto. Sì, contro ogni legge di gravità l’avrebbe colpito alla schiena e avrebbe acciuffato il ladro. Così pensava mentre il martello percorreva la sua inutile parabola. Lo vide invece crollare miseramente per terra mentre il ladro si allontanava indisturbato.
Marcello era come in uno sotto stato allucinogeno, non era più sicuro se stesse sognando o meno. Non era più sicuro di essere li, al supermercato, nel reparto brico, non era più sicuro di nulla.
Nervosissimo, anche se sapeva di non poterlo fare, si accese una sigaretta e cercò di essere lucido per pensare a quanto era accaduto. Si inoltrò allora senza speranza nei vicoli più piccoli degli oggetti per la casa, fermandosi ogni tanto per ascoltare tracce del veicolo elettrico, ma ormai nessun motore rompeva il vuoto silenzio e le cupe e sussurrate voci di rimprovero della città.

