(S5) Reparto elettrodomestici 1

Scheda Stesura

Scheda Stesura Definitiva
Note di Produzione: 

n/a

Svolgimento: 

Già dagli altri reparti, avvicinandosi si nota qualcosa di particolare.
Un parco giochi surreale. Questo è il reparto elettrodomestici. Suddiviso in piani, ma in modo per niente regolare, perché contraddistinto da “isole” di varie dimensioni, alcune di pochi gradini più in basso rispetto al livello principale, altre più giù ancora e altre rialzate, cosicché la sensazione è quella di trovarsi in un enorme campo coperto di crateri e montarozzi colorati.
Musica e immagini unificano un ambiente ma gli oggetti ne indicano due: elettrodomestici di piccole dimensioni, elettrodomestici di grandi dimensioni.
Isole chiuse, isole coperte da teli. Isole nascoste e isole accecanti. Atolli per l’home theater, per dimostrazioni, per esposizioni di nuovo e usato. Oasi interrate che custodiscono improbabili cittadine fatte di torrette e grattacieli in miniatura per la musica ad altissima definizione, di scheletrici giacigli d’acciaio con le ultime tecnologie ancorate. Centinaia di specialisti.
Alcune isole, evidenziate da una vernice blu che ricopre sia la gradinata d’accesso che il pavimento, hanno le dimensioni e le caratteristiche di un salotto di piccola o media grandezza, alcune di una camera da letto, con finti mobili e arredamento, e un singolo televisore al plasma di ultima generazione a cui è collegato un impianto audio: anche se la musica è presente in quasi tutto il reparto, all’interno di un’isola TV o Hi-Fi non si sentono altro che i suoni provenienti dall’impianto dell’isola stessa, questo sia grazie alla sua posizione rispetto al piano principale che alla disposizione studiata dei diffusori.
Nel cratere infossato al centro del reparto le menti più tecnologizzate si perderanno definitivamente. Qui si estendono vetrine gigantesche con i-pod, lettori dvd e vhs, computer di ogni genere. Nella vetrina più grande, illuminata sempre da faretti, migliaia di telefonini appesi in aria su supporti di plastica trasparente come pesci di un bizzarro acquario.
Cenerentola dell’intero reparto con i suoi soli 400 metri quadri di estensione, l’isola per i piccoli elettrodomestici per la casa espone fiera frullatori, forni a microonde e diavolerie di ogni tipo, quasi buttati alla rinfusa. Lontani, come vecchi elefanti mandati a morire, i rasoi elettrici.
A chiudere il reparto, su un’enorme parete chiamata “Muro Meraviglioso”, si succedono senza interruzione i televisori al plasma che a gruppi trasmettono lo stesso programma muto, così che percorrendo il muro si ha l’impressione di camminare tra immagini viventi. Davanti ad ogni schermo un cartellino ne elogia le straordinarie potenzialità, incomparabilmente superiori al prezzo intero o diviso in comode rate, il trionfo del criptico: quello più semplice porta scritto: TV LCD SAMSUNG LE46F86BD 46" 16/9 - FULL HD- 100HZ. Ma una descrizione del tipo: ha tutti i programmi, televideo e potete vederci anche il satellite non ha lo stesso appeal di sigle che sembrano righe dei cartelloni dell’oculista.
Una fila di grandi cubi di cartone con le offerte del mese buttate alla rinfusa separa la prima zona da quella degli elettrodomestici di grandi dimensioni, dove lavatrici in fila composta al centro dello spazio danno le spalle a moderne stufe con grandi e comodi sportelli di vetro.
Accostati alla parete, in fila come robots addormentati, frigoriferi di tutte le dimensioni. I due più grandi, uno giallo e l’altro rosso, modello americano con vano tritaghiaccio e maniglie anni sessanta, sono posti ai lati di una enorme porta di sicurezza di ferro verde come mastodontici guardiani. Sopra la porta lampeggia una cassetta con un omino in fuga sovrastato dalla scritta “exit”.

Il vuoto silenzio della città ipermercato, rotto solo dal ronzio sottomesso dell’impianto di illuminazione, si riempiva di lampi intermittenti di luce colorata. In qualche via della metropoli un quartiere si era svegliato dal consueto sonno notturno.
Il muro meraviglioso era acceso, non tutto ovviamente. Solo l’angolo in basso a destra.
Il mento di Cosimo si colorava di rosso sbiadito a intervalli irregolari. Tutto il resto intorno a loro era completamente al buio e solo ogni tanto veniva fuori qualche contorno a seconda di quanta luce mandava il plasma. Un ginocchio. Il bracciolo di una poltrona. Le minuscole casse sparse ovunque nella stanza facevano in maniera impeccabile quello per cui erano state costruite.
Marcello era immobile, con lo sguardo fisso dritto sullo schermo. Con la coda dell’occhio, approfittando dei fasci più chiari che li colpivano in volto, si era accorto che Cosimo aveva la bocca piegata in un ghigno e si stava ripulendo diligentemente il naso con un dito. Pensò sorridendo che l’altro fosse davvero un coglione: non gli avrebbe mai dato soddisfazione, anche solo guardandolo. Spostò allora lo sguardo dal collega allo schermo 30 pollici di un televisore di nuova generazione che neanche unendo il loro stipendio mensile sarebbero riusciti a comprare. Non offriva di certo uno spettacolo migliore.
Cosimo aveva insistito per guardare un programma con una cartomante sdrucita che trasmettevano su un canale di periferia. Marcello quasi se li immaginava quegli studi tenuti su con lo sputo e tutta la sporcizia nascosta che faceva capolino nella ricrescita scura dei capelli di quella fattucchiera da quattro lire.
Per quanto riguardava Cosimo, in quell’istante Marcello era l’ultimo dei suoi pensieri. Al contrario del ragazzo, Cosimo non si poneva il problema di trattenersi in presenza di persone con cui aveva una certa confidenza: non era in grado di farsi distrarre se una cosa lo prendeva, non avrebbe mai perso tempo a pensare a Marcello mentre c’era di meglio con cui occupare il tempo.
Una luna piena ripresa chissà quanti anni prima tirò fuori dalla penombra, appoggiata al suo fianco, l’immancabile bottiglietta di plastica riempita del rosso sbiadito dagli additivi tipici della pessima qualità. 
“Non so tu” - aveva detto complice a Marcello la prima volta che avevano deciso di accendere una TV– “ma io venti minuti di pausa a tu per tu con quel diecimila o non so quanti pollici di televisore al plasma, me li faccio come si deve, quindi si porta qui un divano dai camerini del reparto abbigliamento, si spegne la luce e si accomodano le chiappette su quel divano, sei con me?”. Venti minuti a sera era quello che si concedevano come tempo massimo davanti al muro, un tempo che era venuto fuori dalla media tra l’assoluta tranquillità di Cosimo e l’ansia di essere beccati di Marcello.
“Dai Cosimo mi sono stufato, cambia canale, forza” sbottò infine Marcello, ma il suo compagno scoppiò a ridere.
“Che c’è di così eccezionale in questa pagliacciata?” chiese ancora.
“Mi sto divertendo troppo! Prendi ‘sta disgraziata che ha telefonato adesso: ha perso il lavoro e ha pure scoperto che il marito le mette le corna!”.
“Basta proprio poco a farti contento!” Esclamò Marcello stupefatto. “Ti facevo meno stronzo”.
 “Dai che scherzo! Aspetta un minuto e vedrai cosa c’è d’interessante”. Rispose Cosimo.
Il minuto bastò per far montare un silenzio freddo e cupo.
La cartomante si congedò facendo schioccare un gran bacione e lo schermo al plasma cambiò rapidamente argomento. La nuova donna aveva un body a balconcino che le teneva su un decolletè taglia quinta da paura - due seni falsi come Giuda - mentre il resto del corpo era  particolarmente normale. Le labbra sembravano due canotti pronti a prendere il largo. Si dimenava cercando di essere sensuale come gli riusciva.
Cosimo rise e fece un ampio sorso dalla bottiglia con quel suo peculiare modo arrotondare le labbra per farle aderire perfettamente al collo della bottiglia.
“Se aspetti un quarto d’ora finalmente vedrai come è fatta una donna nuda, testadigallina”.
Marcello era a disagio e Cosimo lo vide ritrarsi leggermente.
Sentiva troppo caldo ed era troppo imbarazzato dal dover condividere l’eccitazione con un’altra persona. E poi gli era venuta improvvisamente voglia di una sigaretta e di un po’ d’aria. Infine si alzò.
“Vado a farmi un cicchino” sussurrò con voce un po’ balbettante. L’altro alzò il pollice senza dire nulla continuando a guardare.
Con la sigaretta già tra le dita, Marcello indossò la giacca della tuta e si avviò verso l’uscita di sicurezza più vicina. La musica, che lo aveva circondato corposa fino a pochi secondi prima, diminuiva incredibilmente di volume ad ogni passo, ma non era la prima volta che l’acustica dell’ipermercato lo stupiva.
Passare per il muro dei televisori, giganteschi e morti di notte, lo incuriosiva. Ognuno gli rimandava la sua stessa figura in una versione più umbratile, più piccola e lontana, da qualche parte su uno dei crateri in fondo o su una torretta, e sentiva di non essere lui laggiù. Insieme alla faccia, via anche i pensieri, gli tornò in mente una cosa simile letta da qualche parte.
In quell’istante doveva essere arrivata la pubblicità perché Cosimo da dietro gli berciò: “Te sei proprio scemo, morirai assiderato con la sigaretta in mano, coglione”. Ma Marcello quella sera era stranamente di buon umore e aveva chiacchierato anche più del solito, quindi si limitò ad urlare bonariamente “Vado fuori a fumarmi una sigaretta solo perché così per cinque minuti non ti vedo!”.
La risposta arrivò mentre già entrava nel settore dei grandi elettrodomestici: lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi.
“Vai vai, così col freddo che fa là fuori ti si congela quella lingua biforcuta che ti ritrovi”.
Dietro di lui quel paesaggio lunare, visto tante volte da quando era lì, lo ispirava e gli infondeva tranquillità. Avrebbe voluto vivere in un posto modellato a quella maniera, con sua madre magari, e quelli che avrebbero voluto stare insieme a lui.
Ogni volta che camminava fra i grandi elettrodomestici, invece, Marcello aveva una strana sensazione di calma  e inquietudine allo stesso tempo. Quella zona del quartiere era diversa dagli altri reparti: qui non c’erano scaffali a creare un’angosciante moltitudine di viuzze, anzi, era completamente aperta per accogliere i grandi robot della casa e così dava l’impressione di trovarsi nell’inversa posizione di giganti in una città di lillipuziani, dove lavatrici, lavastoviglie e stufe erano bianchi palazzi squadrati, e i frigoriferi moderni grattacieli disposti ai lati come torrette difensive della cittadella. Ma essere un gigante in mezzo ad una minuscola città dava a Marcello anche la sgradevole sensazione di essere troppo esposto. L’ipermercato era un luogo in cui poteva trovare rifugio anche dai propri pensieri, per potersi perdere tranquillamente nei propri sogni, gli alti scaffali lo isolavano dal resto delle vie proteggendolo dalla visuale di chiunque. Quella metropoli in miniatura lo metteva quindi un po’ a disagio e l’attraversava sempre senza soffermarsi troppo ad osservare qua e là.
Anche quella sera camminò a testa bassa fino ad arrivare davanti ai due grandi frigoriferi americani che custodivano l’uscita di sicurezza.
I due frigoriferi erano gemelli ed erano talmente grandi che si vedevano da quasi ogni punto del reparto. Stessa marca, stessa stazza, stesso modello, li avevano piazzati alla fine dell’area grandi elettrodomestici come a dire “Basta, questo era davvero il massimo che potevamo fare!”.
Però a Marcello uno piaceva e l’altro angosciava. Lasciatosi sfuggire questa preferenza davanti a Cosimo durante i primi tempi insieme, si era ritrovato a giustificarla ingenuamente con un breve trattato sulla geometria rassicurante che veniva fuori dal frigo rosso a destra, dal maniglione antipanico e dalla testa dell’omino sotto la scritta uscita. Un “sei autistico?” aveva decretato l’inizio dello sbriciolamento del loro rapporto formale, che aveva sperato durasse il più a lungo possibile e che aveva invece portato rapidamente all’attuale “Testadigallina”.
Su questo rimuginava mentre a testa bassa evitava di guardare il frigo giallo e, spingendo la pesante porta di ferro verso l’esterno, usciva in fretta.
Aperte le porte della città, un nastro di vento gelido gli sferzò il viso.
Marcello era stupito, non aveva mai assistito a un tale spettacolo: il vento faceva roteare vorticosamente gli enormi fiocchi di neve che cadevano e al contempo una specie di vapore di neve si alzava da terra formando quasi una danza. Attorno, lontano dai lampioni, era il buio più totale; lo stesso muro sconfinato scompariva per lunghi tratti e riappariva solo in prossimità del faro successivo.
Rimase per un po’ incerto sul da farsi: aveva una voglia matta di fumare, ma si sarebbe congelato lì fuori. Si decise solo quando si ricordò dei rimproveri che si era preso la settimana prima per una cicca di sigaretta appena fuori del reparto libri, quindi si calò sulla testa un cappellino di lana pesante e dalla forma incerta che gli aveva fatto sua madre, si appoggiò al muro, recuperò il pacchetto di sigarette spiaccicato nella tasca e con le mani fece schermo alla sigaretta finchè non riuscì ad accenderla. “Meritavo qualcosa di meglio dalla vita” pensò, ma tirando la prima boccata gli occhi castani si alzarono al cielo e sembrarono ammorbidirsi di luce di fronte alla neve che cadeva ritmicamente.
I ricordi affioravano un po’ reticenti e Marcello ripensava a Caterina, una biondina che aveva conosciuto al mare e a cui, nonostante le promesse, non aveva mai scritto. Aveva occhi grigi grandi e un po’ umidi, una pelle d’avorio e la sua stessa sensibilità. Eppure non era riuscito a baciarla. Conservava ancora in tasca l’unica lettera che era stato in grado di mettere insieme ma non di imbucare. Era sgualcita a forza di stare nei jeans e aveva preso un colore azzurrognolo, malato.
Il solo pensiero di lei gli scucì di nuovo un sorriso, che stavolta gli si spezzò sulle labbra. Era notte ma la luce dei lampioni era talmente forte che neanche adesso poteva sbagliarsi. C’era tanta neve però, e il vento gli soffiava in faccia a tratti fortissimo, portandogli sugli occhi fiocchi morbidi, così si sporse un po’ in avanti per vedere meglio. Aveva sempre in mano la sigaretta che una folata di neve spense definitivamente. Nell’animo era stranamente tranquillo, completamente rapito dalla fortissima curiosità di capire cos’era quel corpo estraneo tra la candida neve. Una figura in fondo al vialetto, una macchia rosso fuoco stagliarsi in lontananza, una figura esile che avanzava lentamente verso di lui, lì fuori c’era qualcuno.
Chi diavolo poteva essere che se ne andava in giro in piena notte nel parcheggio di un ipermercato nel mezzo di una nevicata come quella? Marcello sentì l’acidità di stomaco salirgli alla gola e riempirgli la mente ma la scacciò via. Diamine era pure sempre il guardiano di quel bestione addormentato, doveva almeno accertarsi che non fosse un ladro ma magari solo una coppietta, un barbone o magari – perché no? - una maledetta allucinazione causata dallo stress. Non sarebbe stata né la prima né l’ultima. Marcello sentiva le gocce di sudore scivolargli lungo la schiena eppure doveva tenere duro, non era proprio il caso di spaventarsi per così poco.
“Chi va là?” urlò e sentì la sua voce rimbombare per un secondo nel niente per venire infine inghiottita dal silenzio di quella neve.
La sagoma si fermò in corrispondenza di un faro e Marcello vide una donna, vestita di un abito da sera rosso, scollato e senza maniche. Vide le braccia bianche quasi come la neve che le girava intorno avvolgendola in una nube polverosa, i lunghi capelli, anch’essi rossi, che si confondevano sulla stoffa del vestito, forse raso, che svolazzava nel vento. Era bellissima, immobile sotto la fioca luce del faro notturno dell’ipermercato.
Tutto galleggiava al di sopra di ogni suolo di cemento e lontano dalle mura di cinta della metropoli, lontano dalle vie di case alte dove Marcello aveva trovato la sua protezione. Ma non gli importava, perché quella donna era una dea materializzata dalla bufera di neve e lui era lì e non riusciva a parlare, muto e paralizzato in quella nuvola sospesa nel vuoto.
A Marcello vennero dei brividi fortissimi, non per il freddo. Si ritrasse un po’ ringraziando il cielo di poter nascondere il viso all’ombra della tettoia.
 “Oh cazzo” – sussurrò. “Oh cazzo” -ancora più piano di prima. Non guardava lui. La neve era tantissima nell’aria, e a tratti gli sembrava svanire, per poi riapparire subito dopo. Sempre lì. Era confuso, pensò che era soltanto una donna, per quanto fosse strano avrebbe dovuto tranquillizzarsi perché in fondo era solo una donna. Invece continuava ad avere i brividi. Adesso gli sembrava che stesse girando, girandosi intorno, con lo sguardo come a cercare qualcosa tra la neve, e ogni tanto sembrava anche guardare in alto. Ma non sembrava agitata, né gli pareva di sentirla parlare come per chiamare qualcuno.
“Sto sognando” pensò Marcello e scosse con violenza la testa ma quando aprì gli occhi lei era sempre lì, si era fermata adesso a circa 5 metri da lui e lo fissava immobile.
“Non può stare qui è proprietà privata!” provò a urlare. Ma la sconosciuta si limitò a scuotere i lunghi capelli rossi nel vento e con un gesto sensuale si porto un dito davanti alle labbra. “Shhh” gli parve di udire ed ebbe come un tremito, sapeva bene che da quella distanza non era possibile che avesse sentito un sibilo come quello. Si rese conto che in realtà quello che aveva sentito era lo scatto della porta. Una folata di vento doveva aver richiuso la porta che lui aveva lasciato accostata, in poche parole era chiuso fuori.
L’avvisaglia della paura in Marcello arrivava sempre dai muscoli del collo, che si tendevano fino a fargli male. Solo dopo partiva il brivido lungo la schiena. E tra l’ultimo muscolo alla base del collo che si rilassava e i primi peli che si drizzavano, si girò e vide che la ragazza era ancora lì, ma qualcosa era mutato sul suo volto: un ghigno perfido di beffa che la rendeva, se possibile ancora più bella.
Marcello fu improvvisamente colto da un terrore fuori misura. Gettandosi addosso alla porta, prese a battere coi pugni tanto forte quanto mai avrebbe creduto, mentre già gridava, dapprima facendo uscire dalla gola solo suoni inarticolati, poi componendo alla meno peggio parole con un qualche significato. Non sapeva che fare, pensò che Cosimo non lo avrebbe mai sentito, chiuso in quella specie di bunker di suoni e immagini per almeno altri dieci minuti interminabili. Non pensò nemmeno per un secondo di voltarsi di nuovo a controllare se la donna fosse ancora lì, ma era sicuro che lo avesse sentito e la percepiva, silenziosa, dietro di lui, che stava per toccarlo. Sentiva di essere completamente impazzito e si dimenava, si aggrappava alla maniglia, spingeva. Avvertì il calore delle lacrime che gli bagnavano il volto già umido, non sapeva se aveva cominciato a piangere per il dolore alle mani, che continuavano a picchiare il ferro ghiacciato, o per il panico che lo aveva colto nel giro di pochi secondi.
Parecchi metri più in là, Cosimo si godeva tranquillo gli ultimi minuti del suo cinema privato. Fu solo per una coincidenza fortuita che, nel momento in cui la musica si fece più bassa, riuscì a cogliere un rumore proveniente dalla radiotrasmittente. Era poco più di un fruscio, ma contrastava abbastanza con la colonna sonora del film da attirare la sua attenzione. Dopo qualche secondo, altri due o tre fruscii e quella che poteva essere una voce, ma era tutto ad intermittenza. “Oh”- disse al microfono spingendo il tasto – “Tutto bene? Sei tu che fai casino con la radio? Mi fai finire in pace il film?”
Al confine con la bufera che non dava segni di cedimento, la radio era qualcosa a cui Marcello non aveva pensato neanche per una frazione di secondo. Pensò che forse muovendosi aveva spinto il pulsante per la comunicazione. Sempre in preda all’ansia, si buttò a terra tra la neve che gli sporcava la tuta, e con le mani tremanti e scorticate riuscì ad afferrare l’antenna e tirò a sé la radio dalla cintura. “Sono fuori! So.. nofuo..ri ti prego vieni! C’è qual.. qualcuno c’è…”
Quello che accadde nei secondi o minuti successivi per Marcello fu poco chiaro, credette di aver perso conoscenza. Sentiva Cosimo che lo contattava per radio ma non capiva cosa gli stesse chiedendo, poi finalmente lo vide accovacciato accanto a lui, ma a quel punto neanche l’altro aveva molto da dire, lo aveva preso tra le braccia e gli diceva di stare calmo ma gli occhi erano spalancati sullo spettacolo bianco che gli si era presentato.
Immobile sotto la luce, scalza, i capelli che ricadevano sulle spalle scoperte sui cui si era posata della neve che sembrava un ornamento di pelliccia, le braccia nude senza alcun gioiello, un’espressione assente e irreale, gli occhi vuoti. Un rosso indistinto nel candore, un grumo di sangue coagulato sulla neve.
“C’è ancora? ” - singhiozzò Marcello che guardava ancora sconvolto verso il collega – “C’è? La vedi anche tu? Pensavo mi avrebbe sentito e.. girava e all’inizio non m’ha visto ma stava lì ti giuro e era bella ma avevo paura”. E fece per voltarsi di nuovo verso il punto in cui aveva visto la donna.
“Shh, non urlare”- Cosimo non rispose.
“Ohhh merda. Sta ancora lì. C’è ancora, la vedi?” – disse alzando di nuovo la voce. “Non s’è spostata di un centimetro. E fa come prima la vedi? La vedi dimmi che la vedi anche tu ti prego” disse e si voltò verso il muro, come uno struzzo metterebbe la testa sotto terra.
“La vedo, si! La vedo porca puttana!”.
La tormenta si era calmata per un momento e nel vialetto esterno alle mura di cinta della metropoli, i due guardiani notturni, immobili di fronte alla porta di emergenza, si sorreggevano e guardavano attoniti una figura esile, immobile sotto la neve che volteggiava avvolgendola in una nuvola di polvere bianca. Si alzò di nuovo il vento e riprese a nevicare con furia
“Andiamo testa di gallina, non c’è più niente laggiù” sussurrò Cosimo trascinandosi dietro Marcello che fece in tempo a scorgere il candore della neve ingoiare anche gli ultimi resti del parcheggio e di quella macchia di rosso.
“La neve si è divorata tutto, ci è rimasto solo l’ipermercato a fluttuare in un niente fatto di bianco”.