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L’ipermercato dormiva nel suo sonno vigile. I due guardiani si muovevano lungo il corridoio dei grandi frigoriferi, una fila interminabile che si concludeva con i due giganti posti a guardia dell’uscita di sicurezza. Marcello rigirava tra le mani il suo zippo, senza trovare pace. C’era qualcosa che gli ronzava nella testa, come un’ape rimasta intrappolata, come un pensiero molesto. I suoi occhi fissavano da un po’ un punto tra la parete arancione in fondo e l’apertura a sinistra, come se provando e riprovando sarebbero riusciti a girare l’angolo e vedere cosa ci fosse dietro. Il collega non diceva niente. L’unico suono, lungo il corridoio fiancheggiato dai piccoli frigo-bar, veniva da sotto i loro piedi: partiti con lo stesso passo, camminando avevano preso a seguire via via ritmi diversi, che dopo un certo numero di passi tornavano a coincidere e poi si allontanavano di nuovo.
Cosimo osservava la camminata del ragazzo. Le gambe, un po’ incurvate verso l’esterno, gli davano un’andatura che normalmente trovava buffa ma che ora guardava con atona curiosità. Gli occhi nocciola di Marcello si liberarono dalla traiettoria frustrante e scattarono altrove. Dietro le tre file alla sua destra. Dietro schiere di pedoni bianchi su una scacchiera riveduta, corretta e ampliata, lontani forse chilometri dal pezzo da proteggere a ogni costo. Lui però era interessato alle torri, e guardava quelle.
Le torri erano quattro. Alte, massicce. Disposte apparentemente a caso, a Marcello non era sfuggito come disegnassero un rombo in mezzo alla sala. Anche i colori secondo lui non erano stati scelti in maniera casuale: la torre bianca sorgeva tra frigoriferi scuri, per lo più grigi e marroni, e così via, seguendo una sorta di legge dei contrasti. Ai piedi della torre verde, un mare di surgelatori a pozzetto color pastello. Non era soddisfatto di quello che vedeva.
Anche Cosimo, da parte sua, sentiva una strana agitazione: gli si appiccicava addosso come un’idea che stenta a prendere una forma definita, e l’irrequietezza del suo compagno, che percepiva perfettamente, lo metteva ancora di più a disagio.
“Ehi Testina, come mai sei così taciturno? Non che di solito tu sia questo grande oratore, però ti vedo strano..”
“E’ solo che non ho voglia di parlare."
Questo lo zittì e si limitò a camminare, le orecchie tese a quel silenzio. Per un attimo sembrò quasi un vero guardiano notturno, una figura romantica, incisa sui bordi della notte. Poi tossì, la schiena si piegò e il profilo appesantito tornò quello di sempre.
Si sentiva elettrico, come se lo avessero caricato con una molla. Aveva anche preso due volte la scossa attivando il trabiccolo, e non era una cosa normale.
“Puzza di guai” pensò passandosi una mano sulla fronte. Ogni volta che sentiva quel formicolio sulla punta delle dita, c’era poco da stare tranquilli. I reparti scorrevano davanti ai loro occhi silenziosi e scuri. Tutto come doveva essere, al suo posto. Non c’era niente che non andava. Niente rumori insoliti, niente luccicare di occhi dietro pile di stoviglie, niente ladri nascosti dietro le televisioni, eppure non poteva fare a meno di guardare con sospetto lo spazio tra un frigo e l’altro, come se effettivamente dovesse spuntarne fuori qualcosa da un momento all’altro: l’ombra nelle intercapedini sembrava sempre troppo scura per essere solo il frutto di quel metro di ferro e plastica.
Respirava rumorosamente e sentiva il sudore avanzare tra le scapole. Quasi non si accorse che Marcello si era fermato.
“Allora? Perché ti sei fermato? Stai male?” domandò, asciugandosi il sudore delle mani sulla divisa.
"Ma no, nulla. Ho solo voglia di fumarmi un cicchino."
“Davanti ai frigo?”
“Dove mi pare! Lo sai, una sola sigaretta non basta per attivare l’allarme antincendio…”
“Via, se proprio non ne puoi fare a meno fuma. Poi non rompermi le balle quando mi faccio un goccetto però!”
“Non è la stessa cosa” sottolineò, sfilando una sigaretta dalla taschina della divisa ed accendendola con un colpo preciso.
Aspirò e sentì quel ben noto benessere diffondersi ma non c’era verso: quel ronzio nella testa non se ne andava. Tirando ampie boccate si allontanò dal collega, passando in mezzo ai frigo-bar e muovendosi come se cercasse di ritrovare qualcosa. Passò accanto al frigo verde che aveva visto prima. Camminando cercava di stare alla larga dai pozzetti. Sulla torre verde, in rilievo, una figura stilizzata dello stesso colore appariva al centro del pannello superiore.
Passò distrattamente le mani sulle grandi maniglie in acciaio dei frigoriferi più bassi, sulle superfici laccate dei vani superiori. Sui display spenti.
Tornò indietro, a guardare il simbolo più da vicino. Pensò che poteva essere uno di quei cani da guardia, un pitbull o qualcosa del genere. Anche se stilizzata, la figura lasciava intuire la muscolatura asciutta dell’animale.
Cosimo non capiva se avesse di nuovo bisogno di andare in bagno, o se fosse stufo di stare in quel reparto o chissà cosa, ma si sentiva sempre più a inquieto. Vedeva Marcello aggirarsi lentamente tra i frigoriferi e si chiedeva cosa stesse facendo. Allo stesso tempo però, sembrava cercare lui stesso qualcosa con lo sguardo. Lo vide camminare occhi a terra, un mezzo busto che si aggirava tra aggeggi colorati. Ricominciò a bofonchiare il testo di una vecchia canzone. Poco davanti a lui, una serie di frigoriferi da campeggio faceva da anticamera a esemplari un po’ più grandi in bianco classico. Lì in mezzo, come un intruso, un enorme frigo nero. Cosimo si fermò a guardare. La musica che gli ronzava in testa si era fatta più insistente e cominciava a dargli fastidio. Smise di canticchiare, e forse per questo Marcello alzò la testa. Invece di posarsi sul compagno lo sguardo si puntò dritto sulla torre che aveva davanti a qualche passo. Poi guardò Cosimo, che già stava fissandola.
Entrambi si mossero nella stessa direzione, e si ritrovarono accanto al frigo nero.
"Guarda che la sigaretta è finita." A Cosimo tremava un po' la voce.
"Cazzo, mi sono bruciato."
“Che ti piglia?”
Marcello lo fissò e solo allora si accorse che il suo compagno stava sudando copiosamente e continuava a passarsi la manica della divisa sulla fronte.
“Hai caldo?”
“Sono nervoso, c’è qualcosa che non va stanotte.”
Marcello soffiò sul dito bruciato e crucciato guardò Cosimo di sbieco. Possibile che condividessero la stessa inquietudine? Scosse la testa e si riappiccicò con gli occhi al frigorifero nero.
“Lo sai? Gli elettrodomestici sono i monoliti del nostro secolo, i nostri menhir, quelli che sopravvivranno all’umanità e ci consegneranno alla storia..” Temporeggiò.
“Bella roba passare alla storia per aver costruito frigoriferi e lavatrici!” Rispose distrattamente il collega. Anche lui fissava la torre.
Quasi senza accorgersene, i due guardiani studiavano in silenzio l'elettrodomestico.
Cosimo aveva l’aria di un meccanico davanti a un cofano aperto, mani sui fianchi e occhi che indagano. Non sapeva cosa cercare e da dove partire, non sapeva neanche di stare cercando.
Marcello, da parte sua, si era spostato ed aveva preso a guardare la parte posteriore della torre senza mai toccarla. Niente. Avvertì che l’altro stava già rovistando l’interno del frigo, come se ciò fosse la cosa più naturale del mondo.
Si ritrovarono in piedi dopo qualche minuto, faccia a faccia.
Marcello accarezzò finalmente il frigo e sentì quel ronzio che aveva in testa diluirsi. Qualcosa galleggiava nella sua mente, doveva solo allungare la mano e pescarlo.. Ebbe un brivido che gli partì dall’inguine e gli arrivò alla punta dei capelli. C’era qualcosa sotto il frigo. Di sicuro.
“Alza il frigo Cosimo” sussurrò.
“Cosa?” Rispose Cosimo, ma la voce era spezzata.
“Alza questo cazzo di frigo e smettila di sudare, cristo!”
“E’ impazzito, sapevo che sarebbe successo.” Pensò Cosimo, eppure sentì attenuarsi quel tenace prurito interno che lo tormentava. E per un attimo ebbe la certezza che dopotutto alzare il frigo era la cosa migliore da fare, l’unica plausibile. Non aveva mai avuto una sensazione di quel tipo: la certezza di dover compiere un’azione precisa, semplice, pulita. La certezza assoluta. “Non ce la farò mai da solo!” fu l’unica protesta che espresse.
“Prendiamolo insieme allora” rispose Marcello e solo dopo qualche istante registrò l’arrendevolezza di Cosimo, e la propria. Ne rimase allibito.
"Anche tu…come…?”
“Senti lascia stare.. non so che dirti. Facciamolo prima che mi senta un coglione.”
“Allora dai. Io tiro su di qua.”
“Conto fino a tre allora. Dopo che l’abbiamo alzato io cerco di fare resistenza dietro per tenerlo un po’. Tu infili la mano sotto, ok?”
“Ok. Aspetta, ecco ci sono.”
“Uno, due..”
“Cazzo peserà un quintale!”
“Esagerato! Prendilo per bene però, dai, fa come faccio io!”
Le vene del collo pulsanti, le mani già doloranti, Marcello sentiva il frigorifero alzarsi lentamente. Cosimo stringeva gli occhi e non mollava la presa. Quel cazzo di frigo pesava più di quanto si fosse immaginato e Marcello con quelle braccia da donna non lo aiutava più di tanto.
Con un ultimo sforzo alzarono il frigorifero quel tanto che bastava per guardarci sotto.
“Marcè guarda là! Che cos’è?”
“Sembra un pezzo di carta” ansimò il ragazzo
“Allunga la gamba e tiralo verso di te, dai! Io sono troppo lontano”
Marcello cominciò a scaricare tutto il peso sulla gamba destra che cominciò a tremare e per qualche istante lottò con il terrore di rimanere schiacciato, ma alla fine si decise a rischiare. Allungò il piede e con un colpo secco gettò il foglietto oltre il frigo.
“Vai appoggiamolo!” comandò Cosimo e lentamente lo rimisero al suolo.
“Sono morto!” esclamò Marcello crollando a terra mentre Cosimo ansimava con le mani sporche di polvere appoggiate sulle ginocchia.
“Porca puttana.”
“E’ fatta dai. Che pappamolle che sei Testadigallina..”
Marcello lo ignorò e si allungò verso il foglietto.
“Cosimo guarda! Sembra una banconota!”
“Fà vedere.”
“E’ tutta impolverata. E c’è anche qualcosa tipo grasso sopra, sta attento.”
Tra pollice e indice, Marcello scosse un po’ il foglio sottile, poi lo tenne in verticale, penzolante, mentre con la testa inclinata cercava di leggere.
“C’è scritto un numero impressionante.”
“Lo so. Ma di dov’è?”
“Non saprei. Le scritte sono strane. Sembra greco.”
“No, non è mica greco quello lì. Direi forse più arabo. O qualcosa del genere.”
“Ma perché un numero così grande? Mai sentito niente del genere.”
“No, neanch’io.”
“Sempre che siano soldi.”
“Beh.. non era proprio quello che mi aspettavo.”
“Beh.. invece potrebbe esserlo, che ne sai?”
“Era quello che ti aspettavi tu?”
“…”
“Ma come c’è finita lì sotto?”
“Boh. Dici che dovremmo tenerla?”
Rimasero in silenzio a fissare quel pezzo di carta e lo rigirarono in tutti i versi.
“Senti Cosimo… e se fosse un segnale in codice? Una specie di messaggio lasciato da chissà chi? Se noi ce la prendiamo chi ce l’ha messa lo verrà a sapere e ci cercherà..”
“Non dire stronzate, potrebbe essere una svolta.”
“O una fregatura. Potremmo ficcarci nei guai.”
“O diventari ricchi sfondati.”
“Si? Dove? In un posto che non sai neanche dov’è? Non saprei nemmeno cercarlo..”
Adesso erano gli occhi di Cosimo a guardare altrove, mentre si mordeva il labbro inferiore.
La città brontolava sommessa, incomprensibile, senza offrire alcun appiglio per fare la propria scelta.
Marcello aveva disteso la banconota a terra, in mezzo a loro due. Anche il colore scuro era inusuale per una banconota. La filigrana era color pervinca, annerita da uno strato untuoso di sporco c’era il disegno di un uomo dai tratti asiatici che indossava uno strano copricapo. Le scritte erano leggermente in rilievo, forse dorate, pensò.
“Ragiona Cosimo: non può esserci finita per caso, hai visto quanto pesa quel dannato frigo? Dai retta, deve essere un segnale. Sarebbe meglio non interferire.. E poi mi inquieta il modo in cui l’abbiamo trovata.. Non è normale.”
Cosimo avrebbe voluto ribellarsi, tenersi quella banconota e diventare ricco, si guardava intorno e cercava qualcosa che lo aiutasse. In quell’assenza di segni, in quella quiete indecifrabile, ebbe paura.
“Rimettiamo tutto com’era prima allora. E facciamo finta di nulla..”
I due guardiani si fissarono negli occhi e senza dire una parola rimisero la banconota sotto il frigorifero.
Alla fine sedettero davanti a quel bestione, Marcello si accese una sigaretta.
“Fumi ancora? Dai, basta.. Farai scattare l’allarme”
“Niente di quello che è qui è nostro Cosimo, neppure quello che troviamo. E forse neppure noi ci apparteniamo più qui dentro. Siamo irreali come latte in polvere, inconsistenti come la carne dentro i freezer.”
“Mi fai paura quando fai così…” sussurrò Cosimo e si attaccò alla sua bottiglia di plastica mentre il buio li assediava da ogni lato, stretti tra il frigo ed altri mille apparecchi elettrici.
Marcello era stanco dell’ipermercato, stanco dei pensieri che lo aggredivano all’improvviso in mezzo a quel silenzio, in quel semibuio troppo simile al dormiveglia per rimanere lucidi fino in fondo. Chiuse gli occhi e ricominciò a sognare.

