Il sopralluogo

Ida nessuno sa chi è. Ha i capelli corti e gli occhiali con le lenti graduate. Manca in paese da diciannove anni. Guarda attorno a sé e tutto le appare sconosciuto; esita, mentre le sue dita, le sue unghie, si tormentano tra loro. Poi lo sguardo si ferma, e ogni particolare della vallata sotto di lei torna evidente e noto. Si sposta in avanti di pochi centimetri e stringe gli spallacci della borsa; guarda alla propria sinistra, verso l’autostrada, come a sfuggire alla vista del paese.
“Tutti lo chiamavano semplicemente paese: «Dove vai? In paese». Noi però non ci andavamo mai.”
L’aria è fredda. Dal punto in cui si trova, Ida riesce a vedere quasi tutte le case; si sposta, passeggia sul ciglio del rittano, poi muove lo sguardo al centro del panorama. Si possono contare le abitazioni, e riconoscere la chiesa, il municipio, la fontana. L'attenzione di Ida, però, si fissa molto più vicino, al fondo del declivio.
“Eccola lì, casa mia. Gialla.”
I suoi occhi tornano alla striscia asfaltata dell’autostrada, ma solo per un attimo; sotto c’è un tratto diverso ma parallelo, un piccolo fiume. Fa un’ansa non troppo marcata, tra gli arbusti. Ida cerca un posto preciso, segreto, ma hanno spianato l’alveo con le ruspe e non ci sono più punti di riferimento. Si aggrappa ancora alla borsa. Il cielo d’ardesia minaccia pioggia.
Ida esce di casa, bambina. Corre a piedi nudi sul vialetto di pietrisco, verso il fiume. Supera la Ritmo grigia del babbo, ferma lì accanto.
“È ancora lì, quella carcassa arrugginita.”
Ida rovista nella borsa e si accende una sigaretta. L’altura poco scoscesa le offre un sentiero verso la casa; scende e la guarda, un blocco unico, due piani con tre ordini di finestre ciascuno, persiane verde scuro. Nessuna terrazza. Un intonaco di un giallo pesante, grave, granuloso. Le piaceva passare le dita sulle pareti e toccare la matrice di quella tinta, la sfiorava con delicatezza e attenzione; allora non c’era neanche una crepa o una scrostatura.
“Dovrei tornare a Parigi, subito.”
Gli occhi fuggono ancora all’ansa del fiume, di nuovo cercano una piccola distesa d’arenile e magari una tenda di assi e di teli, addossata all’argine rialzato, in una zona boscosa. Non c’è più niente. Ida guarda le nubi spesse, poi riprende la discesa.
“Da qui si vede bene anche l’orto del babbo. Chissà se la malattia gli aveva lasciato almeno il ricordo del suo orto. Dimenticare tutto, non era quello che volevo?”
Ida bambina si appoggia alla finestra minuscola della sua cameretta, una stanza piccola, buia, separata da camera dei suoi da una parete di cartongesso. Si affaccia per vedere quei pezzetti di terra curati da suo padre chino. A volte la mamma rimaneva ai margini del terreno, seduta su una sedia di paglia a osservare il marito. «Stai qui Ida, tieni, prendi la bambola». Una barbie di plastica, rosa, senza vestiti.
Un’altra camera, più grande ma sempre buia, a Monceau. Ida nuda, legata da più giri di corda, ripensa a quella bambola.
Da piccola Ida si chiedeva sempre se anche sua madre avesse un posto segreto. Un cassetto segreto, almeno. Prima di scoprire il suo posto, stava in giardino, sotto gli occhi dei genitori, e girava cercando chissà cosa. Poi cercò un po’ più in là. Prima nell’orto, poi oltre il vialetto. «Ida, perché non giochi in giardino?» Il babbo alza gli occhi dalla terra per un secondo, un lampo verso la donna che ha appena parlato: «E lasciala stare. Basta che non si allontani, e che quando viene buio sia già nella sua stanza.»
Quella di Ida era una camera finta, ricavata da quella dei suoi alzando una parete; niente di quello che accadeva di là le poteva sfuggire. Quando sua madre piangeva, Ida pensava che anche lei qualche volta a scuola aveva fatto a botte e quindi, sì, capitava a tutti di picchiarsi.
Suo padre apre la porta per vedere se dorme. Il lampadario dondola un po’ per il movimento d’aria. La mattina dopo, prima di uscire per andare a scuola, Ida lo guarda alla luce del sole, immobile.
Stringendo le palpebre Ida aguzza la vista, cerca il macigno con la linea rossa, un segno che qualcuno aveva fatto per indicare che l’albero secco lì accanto era pericolante. L'albero è ancora lì ma il macigno è scomparso.
Ogni pomeriggio Ida si allungava fino al ruscello ed entrava coi piedi nell’acqua. A volte si nascondeva tra gli alberi, ma tornava sempre all’ansa del fiume. Raccoglieva i sassi; ogni giorno si spingeva più avanti. Una volta trovò un braccialetto nero con un ciondolo arrugginito: decise che la ruggine dimostrava che era lì chissà da quanti anni, perché quel posto non conosceva altra presenza che la sua.
“Adesso si vede anche da qui, il posto. Aperto, spogliato della vegetazione che lo riparava.”
Le sembra ieri che si toglieva le scarpette e i calzini, lasciandoli sul prato. Il sole dietro di lei proiettava la sua piccola ombra in avanti, un’ombra che scappava.
Dopo la pensione, suo padre aveva allestito il box a laboratorio e si era dedicato alla preparazione di borse in pelle. All’orto lavorava il pomeriggio. «Non andarci, tuo padre ci tiene,» diceva sua madre dalla sedia, quasi a sottolineare che lei, invece, non ci teneva.
Lo sguardo di Ida risale dall’orto ai campi, ai primi condomini del paese, fino alle case del centro storico. Poi torna alla casa.
Nella luce gialla della lampadina Ida guarda la sua pelle chiara, con le dita si tocca i fianchi, ne misura la consistenza, segue la linea delle gambe fino ai piedi. I suoi dormono. Li sente respirare. Un mantice regolare e profondo il padre; secchi e frequenti i respiri della madre.
Ida raccoglie le dita dei piedi dentro i mezzi stivali, e porta il peso da una gamba all’altra. Guarda il fiume, ancora visibile, un ultimo riflesso nella sera.
“L’acqua con i miei piedi dentro. Erano come separati, in un altro elemento. L’acqua sono io, dicevo sempre. Se fossi rimasta, come sarei?”
Era lì, la roccia con la riga.
L'uomo la porta a casa sua, a Montparnasse, senza parlare tanto, senza bisogno di conoscersi troppo. Prende dall'armadio delle corde, spesse e nodose, lunghe. ruvide. E' legata in casa sua, nuda, il seno in una morsa di corde, i piedi sospesi in aria.
Invece una volta, allora, là al posto segreto, il cuore batteva forte. Lui si tirò su un attimo, sopra di lei; la luce a chiazze che filtrava nella tenda colpiva il suo torace esile e bianco. «Fai così...», ma le dita di quel ragazzo non avevano fatto altro che lasciarle un'impronta di colpa.
La voce della madre è quella di una vecchia; le dice che vuole vederla. «Non tornerò mai,» risponde Ida. La madre riattacca. Poco tempo più tardi arriva a Parigi una sua lettera. Ida se la gira tra le mani, si sofferma a guardare il timbro dell'ufficio postale del paese, poi la ripone in un cassetto. Ida per mesi non la apre.
Giù in basso, il campanile svetta con la sua doppia fila di bifore e lo stile vagamente gotico. Poco lontano le villette, i cubi e i tetti seghettati delle aziende, un multisala, riflessi di luci a intermittenza. Una sola via centrale, piena di avvallamenti nelle pietre e di sguardi appiccicosi. Sta calando la sera e i contorni sfumano. Ida rabbrividisce e si stringe nel cappotto.
“Scendere bisogna, e affrontare quello che c’è laggiù.”
Si raccoglie e fa un passo. Un altro passo, e poi un altro, lungo il sentiero in discesa; a ognuno la risolutezza cala, il quarto non è un passo, ma una battuta d’arresto. Il suo respiro si fa affannoso, come quando si sedeva di fianco al ruscello dopo aver corso e si lavava il viso, per cancellare le tracce di sudore o di lacrime. Sta quasi per risalire, schiacciata dai ricordi, ma lentamente riparte.
“Lui se li è mangiati con l’Alzheimer, i ricordi. Lei ci è affogata. Sono l’unica che sa cosa siamo stati.”
La memoria la assilla e la affligge, e non può evitare di pensare che suo padre sia morto senza più nemmeno sapere di aver avuto una figlia. Lei, che se ne era andata di casa senza versare lacrime, ora è devastata dall’idea della morte del padre, della sua malattia. La casa le si fa sempre più vicina, ingigantendo i ricordi. Tutti i lampioni di una via giù in basso si accendono, la luce bianca cattura per un attimo la sua attenzione. Si ferma ancora una volta e chiude gli occhi.
“Nessun altro sa della casa, dell'orto, del fiume.”
L’ultima volta che Ida aveva visto sua madre era estate, stava tendendo i panni. I lenzuoli erano bianchi e gonfi di vento. Faceva caldo e Ida si appoggiava al filo, come sempre, irritando la madre. Ma non era più una bambina, aveva diciotto anni.
«Smettila, così i lenzuoli toccano terra. Smettila, rompi il filo!»
«Mamma, volevo chiederti che farai domani.»
La madre la guardò con sopracciglia vicine: «Come sarebbe a dire cosa faccio domani? Cosa dovrei fare?»
«Niente, dicevo per dire.»
Il giorno dopo Ida sarebbe salita su un treno per Verona, senza rivederla mai più.
Ida percorre gli ultimi metri e inizia ad aggirare la casa, lentamente; passando una mano sul muro, con le dita gratta via qualche granulo d’intonaco, poi avvicina al viso le unghie. È un attimo e l’odore umido di polvere le richiama in testa un flusso di immagini. Tra tutte, spicca quella di suo padre, chino sull’orto.
“Era questo il suo regno. Ora c’è solo un quadrato di erba secca.”
Suo padre si prendeva cura delle verdure tutti i giorni, ossessivamente. Sempre lì curvo nonostante il mal di schiena. Non aveva mai chiesto aiuto, per l’orto. Per le borse sì, spesso Ida lo aiutava, nel garage, anche se alla fine faceva sempre tutto lui. Così guadagnava da vivere, per sé e per la famiglia, facendo lavori pesanti. Se non faticava tutto il giorno non era tranquillo: ogni giorno si uccideva di fatica per tornare in casa così stanco da non riuscire ad arrabbiarsi.
Ida cammina piano sulla terra grigia, con la punta del piede fa piccoli semicerchi. Vede suo padre lavorare l'orto in un pomeriggio caldo, la madre che lo osserva dalla finestra della cucina, vede se stessa uscire piano dalla casa.
Ida è davanti alla porta. La macchia di vernice sui due scalini dell'ingresso è ancora lì. Voleva dipingere, il colore gocciolava dal foglio; la mamma si arrabbiò così tanto. Erano scalini porosi, e la vernice non voleva venire via. «Incorporata» diceva la mamma, «incorporata dalla pietra».
“La casa ora è mia, con tutto quello che c’è dentro.”
Ida proietta nella sua mente tutta una galleria di immagini statiche: fotografie dolorose ma nitide di oggetti ormai senza un padrone. Non guarda la porta, adesso; non guarda l’orto né la casa; non fuma e neanche si tormenta le unghie. Guarda verso un punto imprecisato nel cielo nero.
“Era brutto anche là, all’inizio. Rinchiusi in una soffitta per studenti, nella periferia di Parigi, lavorando per pochi soldi, appena sufficienti per mantenersi.”
Ida mette finalmente a fuoco la casa nella sua interezza.
“Quanto potrà valere?”
Guarda l’ora.
“Non è il caso che entri per controllare. Domani chiamo l’agenzia, ci penseranno loro.”
Si volta e s'incammina su per il vialetto.
 

commenti

ritratto di SimonedeJenet

Molto bello, "oggettivamente

commento di SimonedeJenet (non verificato), 13/12/08 - 16:38

Molto bello, "oggettivamente stupendo" :)

ritratto di Alessandro74

Io sono disponibile.

commento di Alessandro74 (non verificato), 11/02/09 - 14:54

Io sono disponibile.

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