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Della Memoria (Storia)

Brothers.

Stiamo da tempo lavorando all'enorme tema del recupero della memoria, particolarmente della storia dell'anarchia, specie di quella dei paesi di lingua spagnola, scegliendo fatti e avvenimenti di cui non è stato pubblicato nulla , per quanto ne sappiamo noi in italiano. Qui sotto ne potete trovare un microscopico frammento che riguarda un avventuriero della specie più nobile: Louis Chabas detto Lulù.

Lulù uscì dal nulla nell' estate del 1943, nessuno seppe mai da dove fosse arrivato. L'unica immagine che ci rimane di lui è una fotografia, dove è ritratto sopra una motocicletta, con il casco di cuoio e una sciarpa di seta bianca al collo, quasi fosse il pilota di un 'Blériot' della prima guerra mondiale. Praticò per nove mesi una vera e propria guerra di 'corsa' in quel mare di colline argillose rappresentato dalle Langhe. Ubiquo, beffardo, irriverente, in tanti erano pronti a giurare di averlo visto  nello stesso momento in paesi distanti tra di loro decine di chilometri o di averlo riconosciuto  vestito ta SS, da prete o da commerciante di bestiame Un giorno, i fascisti scrissero su un muro di Dogliani 'Lulù ti aspettiamo' e lui, di suo pugno vi aggiunse la frase 'Anch'io vi aspetto' e questa fu l'unica bugia che mai disse, perchè lui i fascisti li andava a prendere fin dentro la piazzaforte di Alba. Fu ucciso per sbaglio da una pattuglia di 'giellisti' e riposa in un cimiterino perso tra i boschi di noccioli e le vigne del Barolo, uno di quei cimiteri da dove si entra da un basso cancelletto in ferro battuto e i nomi sulle lapidi sono sempre gli stessi.

Tutto il materiale lo trovate su : www.acracia.splinder.com 'Di anarchici e di anarchia'

A me interessa aprire un dibattito sulla memoria, ragionando su quei fatti e su quelle persone che la storiografia ufficiale ha cancellato, questo perchè, anche se le frasi sono abusate ,' senza comprendere il passato, non puoi capire il presente nè tantomeno cercare di cambiare il futuro' ' un popolo che non conosce il passato è costretto a rivivere sempre la stessa storia,

 

 

"Prime Stesure", rubrica di scrittura

Ciao a tutti,

siamo la redazione di Locals Magazine, una rivista web nata nel nord-est italiano per portare alla luce tutte le piccole realtà creative della "provincia". Ogni primo del mese pubblichiamo una rubrica chiamata "Prime Stesure", dove diamo spazio a racconti brevi di scrittori alle prime armi e non, che vogliano condividere i propri lavori e confrontarsi con la comunità di Locals Magazine, per ricevere consigli e critiche.

http://www.localsmagazine.it/articoli.php?sezione=2

Questo è il link della rubrica. Per chiunque fosse interessato a pubblicare, o semplicemente abbia qualche domanda, scrivete a localsmagazine@gmail.com.

A presto

Redazione di Locals Magazine

Piccolo dettaglio scheda definitiva di Adele Curti

Segnalo un piccolo dettaglio relativo alla scheda di Adele (biografia) che solo adesso ho notato.

Durante il periodo catanese, si fa riferimento alla festa di S.Agata. Questa si svolge ogni anno il tra il 4 e il 5 febbraio. Non a Marzo.

Evidentemente, il passaggio

Verso la fine di marzo del 1943 il padre improvvisamente si aggrava.Durante la Festa di Sant’Agata, rimane colpito da un altro ictus, stavolta assai grave. Dopo un ricovero ospedaliero, viene portato a casa, dove Adele lo assiste e lo accudisce fino alla morte, che avviene in maggio.

non è verosimile.Una possibilità sarebbe:

Nei primi giorni di febbraio del 1943 il padre improvvisamente si aggrava. Durante la Festa di Sant’Agata, rimane colpito da un altro ictus, stavolta assai grave. Dopo un ricovero ospedaliero, viene portato a casa, dove Adele lo assiste e lo accudisce fino alla morte, che avviene in maggio.

oppure:

Verso la fine di gennaio del 1943 il padre improvvisamente si aggrava. Durante la Festa di Sant’Agata, rimane colpito da un altro ictus, stavolta assai grave. Dopo un ricovero ospedaliero, viene portato a casa, dove Adele lo assiste e lo accudisce fino alla morte, che avviene in maggio.

Ciao

screenplay

Problema sulla scheda definitiva L-19

Carissimi,
un piccolo problema: nella scheda L-19 (Monferrato: luogo recupero lanci), cui ho personalmente contribuito, il penultimo capoverso recita:
Aggirato San Pancrazio, senza grandi difficoltà, ma con una certa lentezza, ci si addentra nelle vigne di Barbera che rimangono a sud del paesino onde sdraiarsi in un campo col riparo delle tenebre, aspettando il lancio.
Ebbene, io che pure sono cresciuto in campagna, mi rendo conto di aver scritto una stronzata piuttosto grossa. I filari di viti sono tenuti insieme con il filo di ferro, e così era già ben prima degli anni '40: quindi, fare un recupero lanci in una vigna sarebbe da perfetti imbecilli. Detto questo, siccome la mia ricostruzione dell'area era basata principalmente sull'osservazione morfologica del terreno (il recupero lanci veniva fatto principalmente sugli altipiani, o in alternativa, ove non ce ne fossero stati di liberi e aperti, in valli protette dagli sguardi; e in questo senso la mia scelta era caduta su quella che poi è stata usata per la scheda definitiva), l'indicazione della coltivazione di Barbera era basata semplicemente sulla verosimiglianza, ovvero sul fatto che si tratta di una delle coltivazioni più diffuse in Monferrato, e non su una conoscenza diretta di quell'appezzamento; anche perché, immagino, stiamo puntando sulla verosimiglianza più che sul censimento esatto del territorio italiano (del resto il territorio trattato nel romanzo è talmente ampio, che non possiamo fare un censimento diretto).
Senza stravolgere la scheda direi, quindi, che potremmo modificarla così, facendo riferimento ad altre colture tipiche del Monferrato:
Aggirato San Pancrazio, senza grandi difficoltà, ma con una certa lentezza, ci si addentra negli orti di cardi che rimangono a sud del paesino onde sdraiarsi in un campo col riparo delle tenebre, aspettando il lancio.
Altre coltivazioni tipiche del Monferrato riguardano le nocciole (ma gli alberi in questione hanno chiome molto larghe e quindi lasciano poco spazio per un atterraggio, nonostante le piante siano piantate a una certa distanza) e gli asparagi (ma mi risulta che sia una coltura nata solo in tempi recenti).
Scusate l'errore e buon lavoro.
Ciao,
Giulio

caro straniero...

 

Caro straniero…sconosciuto poi scoperto.
 
Ecco il nuovo protagonista del Festival delle Lettere 2009.
Estraneo alla mia realtà, diverso dagli abitanti della mia terra, lontano dalla mia mente e dal mio cuore: tu, straniero nel mio mondo, ed io straniero nel tuo.
Il diverso ha sempre affascinato l’uomo in quanto nuova realtà da scoprire, ignota e per questo spaventosa ma al tempo stesso profondamente curiosa.
La mente non pone limiti al desiderio di conoscere ma è spesso offuscata, in ogni uomo, dall’idea di essere il parametro di riferimento: Io normale e tu strano, io il bene, il giusto e tu? Straniero da accettare o da combattere?
La storia ha vissuto infinite persecuzioni nate da pregiudizi sui cosiddetti “stranieri”…ma oggi chi può dire di essere straniero in terra altrui?
Il mondo è ormai uno, multietnico e multirazziale: le barriere dello spazio e del tempo sono state abbattute. Viaggiamo ovunque e incontriamo persone nuove ogni giorno, chiacchieriamo via Internet con amici lontani o sconosciuti, studiamo lingue e culture diverse e facciamo cronaca su tutto ciò che accade nell’universo. Tuttavia è necessario domandarsi se ci sentiamo davvero parte di un unico mondo.
Straniero fu, un tempo, il forestiero di altra nazione o paese appartenente ad un popolo nemico, invasore. Oggi lo straniero abita nella nostra terra, nelle nostre scuole, nei nostri uffici, nella nostra stessa casa. Non è più la provenienza a dividerci, ma l’estraneità. 
Donne e uomini, da sempre, si sentono abitanti stranieri di uno stessa terra: venusiane e marziani insieme sullo stesso pianeta. A questo millenario confronto si sommano le innumerevoli diversità che ci rendono unici, ma al tempo stesso ci allontanano: colore della pelle, religione, provenienza, cultura, valori, stato sociale, idee e preferenze… Tutto questo è messo oggi a stretto confronto: vicini di banco, colleghi di lavoro, concittadini, vicini di casa, amici, familiari che sentiamo “diversi da noi”.  
È finito il tempo di salpare in compagnia dei più stretti compagni alla conquista di nuovi mondi: ogni stranezza è stata scoperta ed è ogni giorno più vicina.
Fine della ricerca e inizio del confronto.
È questo il momento di dar spazio alle domande che ci poniamo da tempo, di lasciare che inchiostro e penna diano voce ai nostri pensieri: siamo davvero tutti uguali? Se anche lo siamo, spesso non ci sentiamo forse nemmeno simili.
Ognuno di noi ha uno straniero al quale domandare della sua realtà, al quale spiegare perché lo sentiamo diverso o che siamo finalmente pronti ad accoglierlo nel nostro mondo e ad aprirci al suo.
Battisti cantava: “Dimmi tu chi sei? Di che paese sei? Quanto hai camminato? E cosa hai fatto? Straniero, dove sei arrivato?”…
”Il fumo di quel treno, che era il tuo passato, ora all’orizzonte è già svanito. Resta qui straniero che mi hai trovato…”
I confini che un tempo ci divisero sono ancora visibili all’orizzonte, in un cielo a noi straniero che non riusciamo ancora a guardare con gli stessi occhi.
Un pizzico di paura di scriverti, caro straniero? È il timore di ammettere di esserci sbagliati, di scoprire di essere noi stranieri per gli altri.
Sono questi, tra tanti, gli ingredienti della nuova edizione del Festival delle Lettere: popolo di scrittori, uniti dalla passione per carta e penna, lasciate che i vostri fogli bianchi, i vostri piccoli mondi sotto lo stesso cielo, si trasformino in un'unica realtà, in lettere scritte a stranieri vicini o lontani per capire, spiegare e finalmente provare a superare la diversità.
Anche quest’anno ogni busta racchiuderà nuove storie, esperienze di vita vissuta, confidenze e forti emozioni che solo una lettera può riuscire a contenere.
Caro straniero, chiunque tu sia, preparati a ricevere posta che non ti aspettavi, che potrà emozionarti o indignarti; preparati a leggere parole che hai sempre desiderato o che nessuno ha avuto mai il coraggio di scriverti… 
Per informazioni visita il sito www.festivaledellelettere.it

FESTIVAL DELLE LETTERE-SCRITTURA E TRADIZIONE

Cari amanti della scrittura,

vi annuncio che il 12 ottobre al teatro dal verme di Milano alle h.16 avverrà la premiazione della lettera migliore tra quelle che hanno partecipato alla selezione del Festival delle lettere. Si tratta di un evento unico al quale vi assicuro non si può mancare se si ammette di amare la scrittura! la partecipazione è gratuita e durante l'evento si potrà assistere anche a interventi di artisti del calibro di Vergassola!!! Mi raccomando venite perchè merita! e chissà,l'anno prossimo potreste avere voglia di partecipare in prima persona!

Buon divertimento a tutti!

Antesignani SIC

Per quanto io e sarmigezetusa si vada molto fieri dell'originialità del metodo SIC, dobbiamo riconoscere che qualcuno in passato si era avvicinato a un'idea di scrittura collaborativa simile alla nostra – senza peraltro (per quanto ne so) mai tradurla in pratica.

Ho trovato oggi questo articolo del 2005 (in inglese) in cui si descrive qualcosa di simile alla SIC:

http://www.gearbits.com/archives/2005/10/the_open_source.html

Anche questo, in italiano, è considerabile un "precursore":

http://westwood.fortunecity.com/susileib/148/kung/miki05.htm

Ampliamo la lista via via che ne troviamo. Se ne troviamo.

Poesia Industriale Collettiva

Salve. Mi piacerebbe iniziare un progetto di poesia collettiva. Se poi è davvero il caso di definirlo "Poesia Industriale Collettiva" lo lascio agli esiti di una eventuale discussione. Non stiamo inventando niente di nuovo; i giapponesi del medioevo, con i loro renga (??, Cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Renga), ci avevano già pensato. E come primo tentativo lascerei la cosa in un'ovattata anarchia, senza limiti stilistici, metrici e meno che mai semantici. Solo, proporrei di non caricare troppo sulla lunghezza delle forme poetiche (le poesie lunghe mi stancano... cosa ci sarà mai di così complicato ed enorme, che non possa dirsi in 3 versi?). Forme brevi, allora, non esageriamo, e per ora procediamo - se vi va, se c'è qualcuno a cui interessa - senza neanche ruoli né Direttori artistici. Unica regola che mi sentirei di proporre è quella del salto di paragrafo dopo l'ultimo verso di ogni intervento individuale. Sulle technicalities, su come fare, dove scrivere, vorrei che anche questo emergesse dalla discussione. Ciao mb www.system-error.splinder.com

Scrittura collaborativa

http://www.writeboard.com/

Molto, molto interessante.

da ogon bat

ogon bat del gruppo 4 invia questo testo che può interessare tutti:

13 writing tips

I 13 consigli per scrivere di mister Chuck Palahniuk

Venti anni fa, una mia amica e io camminavamo per Portland a natale. I grandi negozi con tanti reparti: Meier and Frank… Fredrick and Nelson… Nordstroms… in tutte le loro vetrine sempre la stessa semplice, graziosa scena: un manichino abbigliato o una bottiglia di profumo sulla neve finta. Invece le vetrine di J.J. Newberry, diavolo, erano stracolme di bambole e decorazioni e spatole e set di cacciaviti e cuscini, aspirapolveri, grucce di plastica, criceti, fiori di seta, caramelle – credo che ormai abbiate capito che cosa intendo. Ogni singolo oggetto di quella massa era prezzato con un cartellino rotondo di un rosso sfumato. E oltrepassando la vetrina, la mia amica, Laurie, lanciò una lunga occhiata e disse: "la loro filosofia di allestimento delle vetrine deve essere: 'Se la vetrina non sembra uscita bene – mettici altra roba." Disse il commento perfetto al momento perfetto, e lo ricordo due decenni dopo perchè mi fece ridere. Quelle altre, eleganti vetrine… sono sicuro che fossero curate e piacevoli, ma non m’è rimasta in mente una vera immagine di come fossero. Per questo saggio, il mio obiettivo è ‘metterci altra roba’. Mettere insieme una sorta di calza natalizia delle idee, sperando che qualcosa sia utile. Come se facendo i pacchetti regalo per i lettori, infilandoci caramelle e uno scoiattolo e un libro e qualche gioco e una collana, io sperassi che una varietà sufficiente garantisca che qualcosa di tutto ciò risulti totalmente asinino, ma qualcos’altro si riveli perfetto.

Numero Uno:

Due anni fa, quando scrissi il primo di questi saggi fu a proposito del mio metodo di scrittura “con timer da cucina”. Non avete mai visto quel saggio, ma eccovi il metodo: Quando non avete voglia di scrivere, programmate un timer da cucina su un’ora (o mezz’ora) e sedetevi a scrivere finché suona il timer. Se ancora odiate scrivere, siete liberi dopo un’ora. Ma normalmente, giunti al momento in cui suona il timer, sarete così coinvolti dal vostro lavoro, vi piacerà così tanto che continuerete. Invece di un timer da cucina, potete fare un carico di vestiti nella lavatrice o nell’asciugatrice e usare quello per dare un tempo al vostro lavoro. Alternare il compito cerebrale della scrittura con il lavoro meccanico della lavanderia o del lavaggio dei piatti vi darà le pause necessarie perchè giungano nuove idee e ispirazioni. Se non sapete cosa seguirà nella storia… pulite il bagno. Cambiate le lenzuola. Cristo Santo, fate le polveri al computer. Un’idea migliore arriverà.

Numero Due:

Il vostro pubblico è più intelligente di quanto crediate. Non abbiate paura di sperimentare con strutture narrative o salti temporali. La mia personale teoria è che le giovani generazioni di lettori si tengano a distanza dalla maggior parte dei libri – non perché questi lettori siano più stupidi di quelli delle generazioni passate, ma perché il lettore di oggi è più intelligente. Il cinema ci ha reso molto sofisticati in merito alla narrazione di storie. E il vostro pubblico è più difficile da colpire di quanto possiate immaginare.

Numero Tre:

Prima di sedervi a scrivere una scena, rimuginatela nella vostra mente e chiarite a voi stessi lo scopo di quella scena. Quali eventi precedentemente iniziati saranno interessati da questa scena? Quali basi saranno poste per scene successive? Come potrà questa scena contribuire allo sviluppo della vostra trama? Mentre lavorate, guidate, fate ginnastica, mantenente questo solo problema nella vostra mente. Prendete qualche appunto quando vi vengono delle idee. E solo quando avete stabilito l’ossatura della scena – allora, sedetevi e scrivetela. Non mettetevi a quel noioso, polveroso computer senza aver qualcosa in mente. Non affaticate il vostro lettore con una scena in cui poco o niente accade.

Numero Quattro:

Sorprendete voi stessi. Se riuscite a portare la storia – o a far sì che la storia porti voi - a un punto tale da sconvolgere voi stessi, allora potrete sorprendere il vostro lettore. Laddove voi vedrete delle sorprese ben pianificate, è molto probabile che anche il vostro sofisticato lettore le vedrà.

Numero Cinque:

Quando arrivate a un punto morto, tornate indietro e leggete le vostre scene precedenti, cercando personaggi abbandonati o dettagli che potete resuscitare come “pistole sepolte”. Quando stavo scrivendo il finale di Fight Club, non avevo idea di che cosa fare con il palazzo di uffici. Ma rileggendo la prima scena, ho trovato il commento che avevo lasciato cadere a proposito di combinare nitroglicerina e paraffina e di come fosse un metodo dall’esito incerto per fabbricare esplosivo plastico. Quella frasettina stupida (… la paraffina non ha mai funzionato per me…) fece risorgere la perfetta “pistola sepolta” alla fine e salvò il mio culo di raccontastorie.

Numero Sei:

Usate la scrittura come la vostra scusa per indire un party alla settimana – anche se chiamerete quel party “workshop”. Ogni istante che passate con altre persone che stimano e supportano la scrittura, quegli istanti controbilanceranno tutte le ore che passate da solo, scrivendo. Persino se un giorno venderete il vostro lavoro, nessuna cifra di denaro vi ricompenserà per il tempo che avete speso in solitudine. Perciò, prendetevi subito la vostra “ricompensa”, fate della scrittura una scusa per stare fra la gente. Quando raggiungerete la fine della vostra vita – credetemi, non vi guarderete indietro per assaporare i momenti che avete passato da soli.

Numero Sette:

Imparate a convivere con il Non Conoscere. Questo piccolo consiglio è giunto passando per un centinaio di personaggi famosi, attraverso Tom Spanbauer fino a me e ora, a voi. Più a lungo permettete a una storia di prendere forma, migliore sarà la sua forma finale. Non affrettate o forzate il finale di una storia o di un libro. Tutto ciò che dovete conoscere è la prossima scena, o le prossime scene. Non dovete conoscere ogni momento dal principio alla fine, infatti, altrimenti sarà noioso come l’inferno da realizzare.

Numero Otto:

Se avete bisogno di maggiore libertà nel muovervi nella storia, di revisione in revisione cambiate i nomi dei personaggi. I personaggi non sono veri, e non sono voi. Cambiandone arbitrariamente i nomi, prenderete la distanza necessaria per poter veramente torturare un personaggio. O peggio, eliminate un personaggio, se è quello che la storia richiede.

Numero Nove:

Ci sono tre tipi di discorso – non so se sia VERO, ma l’ho sentito a un seminario e mi è sembrato sensato. I tre tipi sono: Descrittivo, Istruttivo, ed Espressivo. Descrittivo: “Il sole si era alzato…” Istruttivo: "Cammina, non correre…" Espressivo: "Ahi!" la maggior parte degli scrittori di narrativa usano solo una – al massimo, due – di queste forme. Quindi usatele tutte e tre. Mischiatele fra loro. La gente parla così.

Numero Dieci:

Scrivete il libro che vorreste leggere.

Numero Undici:

Fatevi scattare adesso le fotografie da mettere sulle sovracopertine, finché siete giovani. E procuratevi i negativi e i diritti su quelle fotografie.

Numero Dodici:

Scrivete delle questioni che vi toccano. Sono le sole cose di cui vale la pena scrivere. Nel suo corso, intitolato "Scrittura Pericolosa," Tom Spanbauer insiste sul fatto che la vita è troppo preziosa per spenderla scrivendo piatte, convenzionali storie nei confronti delle quali non provi nessun attaccamento. Ci sono così tante che di cui Tom ha parlato ma che ricordo solo per metà: l’arte della “manomissione”, che non saprei ripetere con precisione, ma che ho capito riferirsi all’attenzione da prestare nello spostare il lettore attraverso i vari momenti della storia. E "sous conversation," che ho capito intendere il messaggio nascosto, sepolto al di sotto della storia ovvia. Poichè non mi sento a mio agio a descrivere argomenti che ho capito solo a metà, Tom ha accettato di scrivere un libro sul suo workshop e sulle idee che insegna. Il titolo temporaneo è "A Hole In The Heart," e [Tom] pensa di averne una bozza pronta per Giugno 2006, con una data di pubblicazione definita per l’inizio del 2007.

Numero Tredici:

Un’altra storia su una vetrata natalizia. All’incirca tutte le mattine, faccio colazione nello stesso locale, e questa mattina un uomo stava dipingendo la vetrata con decorazioni natalizie. Pupazzi di neve. Palle di neve. Campanelli. Babbo Natale. Se ne stava sul marciapiedi, dipingendo nel freddo assiderante, il suo fiato fumante, alternando pennelli e rulli con vari colori di vernice. Dentro il bar, clienti e camerieri lo guardavano stendere vernice rossa e bianca e blu sul lato esterno della vetrata. Dietro di lui, la pioggia divenne neve, che cadeva di traverso spinta dal vento. I capelli del pittore erano di tutte le sfumature di grigio, e la sua faccia era cadente e rugosa come il sedere vuoto dei suoi jeans. Tra un colore e l’altro, si fermava per bere qualcosa da un bicchiere di carta. Guardandolo dall’interno, mangiando uova e pane tostato, qualcuno disse che era triste. Questo cliente disse che l’uomo era probabilmente un artista fallito. C’era probabilmente whiskey nel bicchiere. Probabilmente aveva uno studio colmo di dipinti che nessuno ha voluto e ora si guadagna da vivere decorando le vetrine di ristoranti che puzzano di formaggio e di negozi di alimentari. Proprio triste, triste, triste. Questo pittore continuava a stendere il colore. Tutta la bianca “neve”, prima. Poi qualche macchia di rosso e di verde. Poi qualche contorno che ha trasformato le chiazze di colore in calze e alberi di Natale. Un cameriere si aggirava, versando caffè alla gente, e dicendo, “E’ così pulito. Mi piacerebbe saperlo fare io…” E sia che invidiassimo o compatissimo questo tipo al freddo, lui continuava a dipingere. A aggiungere dettagli e strati di colore. E non sono sicuro di quando accadde, ma a un certo momento non era più lì. I disegni erano in sé così ricchi, si adattavano alle vetrine così bene, i colori erano così luminosi, che il pittore se n’era andato. Sia che fosse un fallito o un eroe. Era scomparso, andato chissà dove, e tutto ciò che noi vedevamo era il suo lavoro. (un grazie speciale, e lui sa immaginare cosa intendo, a Dottor Gonzo di villa invy)

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