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New Italian EpicSegnalo per la lettura un saggio di Wu Ming 1 apparso oggi in forma ridotta su La Repubblica, e il cui testo completo è scaricabile dal sito della Wu Ming Foundation.

Wu Ming 1 propone un'originale denominazione per un particolare sottoinsieme della narrativa italiana degli ultimi quindici anni: "nuova narrazione epica italiana", o "New Italian Epic". Questo raggruppamento apparentemente eterogeneo di libri (che vanno dai romanzi degli stessi Wu Ming, a Gomorra di Roberto Saviano, a Hitler di Giuseppe Genna), sarebbe l'anticipazione (il "futuro anteriore") di una nuova narrativa italiana in via di maturazione.

I libri NIE condividerebbero "almeno la metà" di questa serie di caratteristiche:

  1. Rifiuto del tono ironico tipico della narrativa postmoderna degli anni Novanta, in favore di un etos accorato e partecipe.
  2. Particolarità e molteplicità dei punti di vista narrativi all'interno dell'opera, che giungono in molti casi ad adottare lo sguardo di oggetti inanimati e di entità immateriali.
  3. Ricerca di un connubio tra complessità narrativa e leggibilità.
  4. Frequente ricorso a una sorta di "ucronia potenziale", ossia alla narrazione di fatti e momenti storici in cui era presente il germe di un futuro alternativo.
  5. Una sperimentazione e stilistica "dissimulata", che si nasconde cioè sotto una superficie linguistica solo apparentemente "semplice", "chiara" e "diretta".
  6. "Oggetti narrativi non identificati" (UNO). Ossia, molti dei prodotti del NIE non sono romanzi, o meglio, non sono classificabili né come romanzo né come altro tipo di testo, perché sono composti in maniera inestricabile di troppi e troppo diversi tipi, dal saggio alla poesia, dall'inchiesta alla diaristica.
  7. Sono opere transmediali e in qualche modo "collettive". Danno infatti spesso avvio a una serie di spin-off e "riappropriazioni", in una modalità che i Wu Ming associano alla "natura 'disseminata'" dell'epica greca antica.

Il saggio prosegue con un capitolo in cui viene presentato il concetto curioso e interessante di "allegoritmo", che consiste, se ho ben capito, in un'allegoria le cui chiavi interpretative sono legate al contesto di lettura dell'opera, che è per definizione ipotetico e rinnovabile, per cui l'algoritmo allegorico rinnova nel tempo le possibilità interpretative dell'opera, rendendola - come dire - resistente alle intemperie, e quindi candidabile allo statuto di classico.

L'ultimo capitolo è un'invettiva contro l'antropocentrismo, in cui veniamo invitati a considerare il futuro come una catastrofe certa, un'estinzione inevitabile; e a lottare forti di questa consapevolezza contro quanti fanno "di tutto per accelerare il processo di estinzione e renderlo il più doloroso - e il meno dignitoso - possibile".

Scriverò (dopo di voi...) nei commenti delle considerazioni personali sul saggio. Mi limito qui a dire che il coraggio di tentare di mettere ordine nella narrativa contemporanea è di per sé ammirevole, in un periodo in cui lettori scrittori e critici sembrano brancolare in un cieco marasma interpretativo. Quanto poi l'etichetta New Italian Epic sia in grado di reggere alla prova dell'analisi e dell'approfondimento, è da vedere. Ma, per l'appunto, staremo a vedere, e soprattutto a scrivere.

commenti

ritratto di Anonimo

Mettere un importante lavoro

commento di Anonimo (non verificato), 25/04/08 - 02:01

Mettere un importante lavoro come Gomorra nello stessa categoria di hitler di genna è o una barzelletta o una marchetta

ritratto di peterpoe

Che c'entra? Non è mica

commento di peterpoe, 25/04/08 - 11:05

Che c'entra? Non è mica questione di qualità. Sarebbe come dire che non si può definire decadente Verlaine perché starebbe nella stessa categoria, che so, di Aleardo Aleardi...

ritratto di Wotan

A me Hitler di Genna piace

commento di Wotan (non verificato), 22/05/08 - 21:44

A me Hitler di Genna piace tantissimo!

ritratto di sarmigezetusa

hum

commento di sarmigezetusa, 25/04/08 - 13:59

1. Rifiuto del tono ironico tipico della narrativa postmoderna degli anni Novanta, in favore di un etos accorato e partecipe.

ok, ma non dimentichiamo che la narrativa postmoderna degli anni novanta, altrove si è già trasformata in qualcosa d'altro.

2. Particolarità e molteplicità dei punti di vista narrativi all'interno dell'opera, che giungono in molti casi ad adottare lo sguardo di oggetti inanimati e di entità immateriali.

questa mi pare assai pretestuosa, non è certo una novità e non è certo italiana.

3. Ricerca di un connubio tra complessità narrativa e leggibilità.

in altre parole: cercare di scrivere bene?

4. Frequente ricorso a una sorta di "ucronia potenziale", ossia alla narrazione di fatti e momenti storici in cui era presente il germe di un futuro alternativo.

Nel momento in cui si romanza un fatto storico (ossia: si esce dal seminato del testo di storia o del saggio) questo avviene in automatico (e da sempre).

5. Una sperimentazione e stilistica "dissimulata", che si nasconde cioè sotto una superficie linguistica solo apparentemente "semplice", "chiara" e "diretta".

Esistono modi più diretti per definire l'assenza di sperimentazione stilistica. ^_^

6. "Oggetti narrativi non identificati" (UNO). Ossia, molti dei prodotti del NIE non sono romanzi, o meglio, non sono classificabili né come romanzo né come altro tipo di testo, perché sono composti in maniera inestricabile di troppi e troppo e troppo diversi tipi, dal saggio alla poesia, dall'inchiesta alla diaristica.

questo è vero assaje

7. Sono opere transmediali e in qualche modo "collettive". Danno infatti spesso avvio a una serie di spin-off e "riappropriazioni", in una modalità che i Wu Ming associano alla "natura 'disseminata'" dell'epica greca antica.

L'affermazione in sé è (quasi) vera ma il paragone con l'epica greca antica (e col suo modo di disseminarsi) è del tutto fuori luogo.

ritratto di Fred Virdis

il senso?

commento di Fred Virdis (non verificato), 25/04/08 - 22:52

hum, ma invece di commentare e criticare il riassunto del saggio di Wu Ming 1 fatto da peterpoe, perché non leggere direttamente il saggio di Wu Ming 1 e poi commentare (o criticare) quello, cioè il vero oggetto del post? Magari, chissà, forse leggendo ti saresti accorto che contiene già una risposta alle tue domande e domandine...

ritratto di sarmigezetusa

scherzi?

commento di sarmigezetusa, 26/04/08 - 00:41

Io leggo solo i riassunti che mi fa peterpoe ^_^ dài su mea culpa è che non avevo tempo ^__^

ritratto di sarmigezetusa

chiamato in causa

commento di sarmigezetusa, 26/04/08 - 01:13

ho subito (subitissimo ^_^) letto il saggio e vengo a rispondere (si noti comunque che di "domande e domandine" non ne avevo fatta alcuna).

A proposito (a proposito, Virdis): chi sei?

-

1. Don't keep it cool-and-dry .

Qui il riassunto di peterpoe era perfetto, infatti commenterei: "ok, ma non dimentichiamo che la narrativa postmoderna degli anni novanta, altrove si è già trasformata in qualcosa d'altro."
Concordo poi sul discorso finale sull'etica interna.

2. "Sguardo obliquo", azzardo del punto di vista.

3. Complessità narrativa, attitudine popular.

4. Storie alternative, ucronie potenziali.

anche qui, qui e qui direi esattamente quanto detto a margine dell'evidentemente straordinario riassunto di peterpoe.

5. Sovversione "nascosta" di linguaggio e stile.

Personalmente non vedo grandi sperimentazioni nella narrativa italiana contemporanea. Quella dell'"esorbitare" la definirei piuttosto una buona soluzione, ma ripetuta troppe volte. Parlare di sovversione mi pare fuori luogo, non vedo sovvertitori di linguaggio in giro, proprio nissuni (qualche eversore, al massimo, e certo non è un'eversione voluta o cercata).

6. Oggetti narrativi non identificati.

Come si è d'accordo al 100% con il riassunto di peterpoe, lo si è con quanto scrive WM1.

7. Comunità e transmedialità.

Giuro che questo non è un commento provocatorio, ma anche qui resto sulla posizione espressa poco sopra (se non altro peterpoe si qualifica come miglior riassuntore di saggi d'Italia) :)
Non si può che essere d'accordo sul discorso degli spin-off (la loro esistenza è un fatto oggettivo) ma dall'altro lato bisogna pure ammettere che la loro rilevanza è di solito minima quando non nulla, più che caratteristiche delle opere mi paiono mera conseguenza dell'epoca in cui le opere sono state scritte. Dal momento poi che si tratta per lo più di spin-off o di appendici web o grafiche dei testi e che non c'è alcun caso di "diffusione" di qualcosa tra almeno due opere "importanti" della c.d. New Italian Epic, mi pare fuori luogo paragonare questo fenomeno di gemmazione con il "carattere plurale e policentrico" della mitologia greca (questo senza neanche entrare - a gamba tesa? - sul perché la mitologia greca è plurale e policentrica).

ritratto di peterpoe

Riassuntista

commento di peterpoe, 26/04/08 - 01:37

In effetti mi sono accorto di essere bravo a riassumere fin dalla seconda elementare. In vino brevitas direi.

Riflettevo or ora (scansando ubriachi in s. spirito per raggiungere casa) sul fatto che per discutere con efficacia sulla rete si deve imparare a scrivere brevissimamente e precisissimamente...

ritratto di Frank Mannari

bisogna dire che "alba di

commento di Frank Mannari (non verificato), 26/04/08 - 02:13

bisogna dire che "alba di piombo" rientra preciso nella categoria proposta da quel saggio

ritratto di pallido bolognese

So bene che sparare su wu

commento di pallido bolognese (non verificato), 27/04/08 - 22:19

So bene che sparare su wu ming in un sito di scrittura collettiva non é la cosa piú furba del mondo, ma...

1) Uno scrittore che si mette a fare anche il critico fa un pó ridere se al centro preciso della nuova categoria letteraria che va a proporre mette le PROPRIE OPERE.

2) L'intero "saggio" é una mega pubblicitá in favore di Giuseppe Genna (un signore con tante idee ma poco talento) e del resto dell'entourage di Carmilla, presentato come fosse l'unica cosa esistente nella narrativa italiana (con un tocco di Saviano per nobilitare l'operazione agli occhi delle masse).

3) Secondo il mio modesto parere, il punto 7 descrive semplicemente un diffuso fenomeno di leccaculismo 2.0 (fare una cosa simile al lavoro di x o a partire dal lavoro di x per catturarne l'attenzione e magari una citazione in un organo di stampa o presso un direttore di collana) che con il carattere diffuso della mitologia greca non c'entra una beneamata cippa.

Peace.

ritratto di Ariel

genna e spinoff

commento di Ariel (non verificato), 28/04/08 - 00:05

Genna ha le idee... ti pare poco? Lo stile, è vero, è spesso poco digeribile ma secondo me di talento ne ha parecchio. Casomai non ha disciplina...cmq dies irae anticipava cose poi fatte da Gomorra.
Gli spinoff e la fanart, poi, difficilmente sono interessati...casomai sono fatti per gioco.

ritratto di r.o.b.

Credo che il saggio dovrebbe

commento di r.o.b., 28/04/08 - 00:57

Credo che il saggio dovrebbe essere letto e analizzato per quello che è, e non partendo dal fatto che chi l'ha scritto è uno scrittore nè che includa nella categoria (anche se non è una categoria per quanto posso aver capito dalla lettura) anche suoi libri: perchè farebbe ridere? wm1 argomenta le sue considerazioni. Ovviamente si può essere d'accordo o meno. Ma il tuo punto 1 non mi sembra un granchè come partenza.
Sul punto 2 non sono d'accordo, anche se fosse come dici tu, la domanda è "Genna & co. hanno le caratteristiche analizzate nel testo?". Possono pure essere tutti imparentati tra loro, non mi deve interessare.
Il punto 3 si riferisce al paragrafo "comunità e transmedialità", giusto? Il leccaculismo forse non è alla versione 2.0 ma ben oltre secondo me. Anche questo per come la vedo io fa parte comunque della nascita dei fenomeni in qualsiasi campo, dove alcune opere resteranno e altre si riveleranno per quello che sono. D'altronde se non si tratta di un fenomeno si vedrà presto.

ritratto di Alessandro Raveggi

Urb.

commento di Alessandro Raveggi (non verificato), 28/04/08 - 00:54

A me pare che ci sia un unico problema: la proposta di Wu Ming rompe le palle a molti, ma manca di radicalità. Paradossalmente diventa una cosa tutta Italian senza essere una New Epic, e quindi impedendosi di valicare le Alpi (e ora Genna mi darà del pirla, dicendo che i suoi libri vendono forse più all'estero che in Italia, ma io sto parlando di un atteggiamento di fondo.)

Perché non è radicale? Per esempio perché non abbandona certi cliches dell'opinione critica in cerca del capro espiatorio: dire che ci si oppone all'ironia del post-modernismo è un po' una scemenza diffusa, proprio perché l'ironia del post-modernismo (ANNI 90? Okay che la datazione è difficile, ma negli anni '90 il post-moderno era bell'e che morto... o meglio era nato, sorto, esploso, aveva già annoiato molti, dagli anni '60 in poi) non era di proprietà del post-moderno ma affondava le sue radici nel romanzo settecentesco inglese o nella parodia dell'epica cavalleresca di Cervantes, ovvero nelle origini della letteratura moderna.

La letteratura è anche distanza, l'etos corale senza ironia non riesco a immaginarlo. Personalmente, tra "Ivanhoe" e "Tristram Shandy" preferisco di gran lunga il secondo.

Gli UNO, poi, sono una categoria emersa storicamente ma interessante da riaffermare. Un certo tipo di letteratura anfibia, decentrata, "irreprensibile" e mai rappresa in una forma non è però qualcosa che prevede nel midollo, anche (in minima parte) della sperimentazione? Poi non vorrei che fosse una categoria che solo certi addetti ai lavori riescono a centrare: "Gomorra" sarà di certo stato letto da milioni di italiani come un romanzo, perché per loro il romanzo è "qualcosa che dice qualcosa di interessante sulla realtà, per cui si può perderci un po' di tempo". Attenti a lettori!!! Meno abili, più beffardi...

Non conoscendo il contesto storico dell'epica antica, mi affascina il paragone, il ritorno, alla "questione omerica" (Omero come il primo gruppo di scrittura collettiva o meglio di performance aedica...), ma mi pare esagerato nella misura in cui c'è il dubbio che queste categorie si applichino solo al Wu Ming e non agli altri "scrittoi" menzionati.

Ritornerò a breve sull'argomento. Ora buonanotte!

ritratto di ciumeo

Che caspita state blaterando

commento di ciumeo, 28/04/08 - 12:25

Che caspita state blaterando tutti quanti?

ritratto di Anonimo

leggi e commenta o editore

commento di Anonimo (non verificato), 28/04/08 - 13:31

leggi e commenta o editore copyleft

ritratto di pina

qual'é la old italian epic?

commento di pina (non verificato), 28/04/08 - 14:11

qual'é la old italian epic?

ritratto di r.o.b.

La famosa OIE, no?

commento di r.o.b., 28/04/08 - 16:32

La famosa OIE, no?

ritratto di Wu Ming 1

Alcuni chiarimenti per discutere meglio

commento di Wu Ming 1 (non verificato), 28/04/08 - 21:34

Scusate, intervengo solo per chiarire qualche equivoco:
- nel saggio (e intendo proprio il saggio, il testo vero, non il falcidiato e strangolato articoletto di 6000 battute uscito su Repubblica) identifico in modo esplicito gli anni Novanta come *l'ultimo* decennio del postmoderno. L'ultimo, mica il primo. E' il periodo in cui il postmodernismo divenne definitivamente "maniera" (è la parola che uso). Nel testo situo la fine di quella lunga stagione all'altezza dell'11 Settembre 2001. All'inizio dico che quando cadde il muro (quindi 1989) la cultura era già salita da tempo su quel carrozzone, poi parlo de "Il nome della rosa" (quindi 1979), poi dico che la definizione più emblematica di postmodernismo è nelle Postille al nome della Rosa (quindi 1983). Sul pastiche cito Jameson (quindi 1989) e menziono la questione delle "grandi narrazioni" (quindi Lyotard 1977).

Sulla questione del "non valicare le Alpi", mah, mi sembra una critica strana rivolta a un saggio nato da confronti e momenti seminariali nordamericani, tra italiani e non, attingendo ad appunti scritti in inglese. E' chiaro che il testo affronta una peculiarità italiana: il tema è quello, dichiaratamente. Ma partendo da quella peculiarità, ne cerca il valore generale, e cerca di ragionare per tutto il tempo alla luce di un contesto globale, e alla fine addirittura cosmico. Se questo è provincialismo, allora non so proprio che dire.

Preciso anche per me il new italian epic non è un genere, ma una sensibilità figlia di quest'epoca, i cui prodromi si vedono nel nostro paese fin dai primi anni Novanta. Come potrebbe essere un genere, dal momento che le manifestazioni formali divergono in modo tanto radicale? Sì, in comune c'è il livello allegorico profondo, ma di solito i generi non si raggruppano e definiscono in base a questo.

Sull'essere o meno questa proposta "radicale", anche qui non saprei bene cosa dire. Credo che cercare con il linguaggio di "forzare" un punto di vista impossibile perché *ecocentrico* sia senz'altro un'operazione radicale. Lo è nell'accezione più pura del termine, perché va *alla radice* del nostro rapporto col mondo. E' di questo che parla il saggio. E certo che questa è sperimentazione, non vedo come la si potrebbe definire altrimenti. Non vorrei che, come accadeva un tempo, si stesse facendo confusione tra "sperimentalismo" e "avanguardia". Si sperimenta anche senza considerarsi avanguardia. Ogni opera importante nella storia delle arti è stata sperimentale. Su questo l'Umberto Eco dei primi Sixties ha scritto cose a mio giudizio definitive.

Invito tutti a non fidarsi dell'abstract che mi ha cucinato Repubblica, e ad andare direttamente al testo vero.
E sulla peculiarità italiana, cioè sulle differenze tra NIE e altre forme di narrativa metastorica, invito a leggere il testo di Claudia Boscolo appena pubblicato su Carmilla.
Grazie a tutti per l'attenzione che riservate al mio saggio, anche nel disaccordo.

ritratto di Alessandro Raveggi

Ciao a Wu Ming 1, necessario

commento di Alessandro Raveggi (non verificato), 28/04/08 - 22:48

Ciao a Wu Ming 1,
necessario e puntuale il tuo chiarimento.

Personalmente non credo si possa parlare di una maniera post-moderna, anche se si può benissimo parlare di una maniera sperimentalista (certo, da non confondere con l'avanguardia, con le due avanguardie, tanto diverse anche tra loro).

Anche nel caso del post-moderno, si può indicare la buona o la cattiva letteratura. Tralascio il fatto che il post-moderno non è per me la fine della modernità letteraria, ma un insieme di verità forse un po' periferiche (e scottanti) sul romanzo moderno da Cervantes al dopoguerra.

Non nego che mi piacerebbe confrontare la lezione di Wu Ming con le Norton Lectures di Italo Calvino, con le sue sei proposte per la letteratura del futuro. Sarebbe interessante perché entrambe fanno il punto e propongono una linea, una tendenza. Due tendenze che adesso mi appaiono come drammaticamente opposte. Per "drammaticamente" intendo che vedo una scissione netta tra quel tipo di letteratura frammentaria, metastorica, aperta, ma altrettanto corale, e la linea seguita dalla NIE; la quale, leggendo il saggio segnalato su Carmilla, pare non prendere troppo in considerazione l'aspetto parodico del cantastorie (che fine ha fatto?) a favore dell'aspetto moltitudinario ("un'epica della moltitudine" dice Petrella), da mantenere, a mio avviso, ma da affiancare - è un pleonasmo - alla parodia. Proprio perché "ogni rappresentazione del passato porta con sé un'ideologia" (L. Hutcheon), l'ideologia, le ideologie hanno bisogno di una maschera. Altrimenti promuovono il consenso uniforme.

Nella caso delle Lezioni Americane, Calvino aveva in mente una letteratura mondiale à la Goethe. E con questo intendevo "il varcare le Alpi",
una letteratura che poteva ben dirsi up-to-date perchè si proponeva come funzione della lingua anche al di là dell'oggetto libro, in cui non fosse tanto importante una traduzione (epica e conciliatoria - basti pensare all'epica mancata del romanzo moderno in Lukacs) tra significante e contesto territoriale (e quindi alla quale si potesse applicare un'etichetta di responsabile "rappresentanza") ma una sua circolazione tra contesti in cui alla soggettività corale di cui parlò Fuentes nel suo "Geografia de la novela" sia data "testimonianza" senza pretese di assoluto (nazionale o globale).

Per quanto riguarda il lettore, eccoci ad un punto dolente e cruciale: non credo che gli UNO siano così comprensibili per il lettore medio, o meglio, non credo che il mercato e l'editoria siano troppo benevoli nel confezionare un prodotto UNO. Sarà, ma credo che il lettore medio di "Gomorra" o "Manituana" non veda questi oggetti come così tanto non-identificabili.

Questo è un problema che pongo proprio alla luce del fatto che un'epica senza lettori mi pare la vecchia e cara epica, l'idea di una letteratura chiusa e coerente che non consente più alcuna comunicazione, tramite, intermediazione.
E questo mi sembra anche incoerente con le attitudini di quella scrittura molteplice promosso così egregiamente dal collettivo bolognese, che sa bene che si deve essere "sperimentali" con il lettore e non con se stessi (in questo sono in totale accordo con Wu Ming 1).

Ma allora, se la nuova epica riprende la vecchia cara epica, me ne posso tornare a leggere "Watchmen", no? ;-)

Scusate la fretta, il caos e l'approssimazione. Attendo vostre nuove.

alessandro

ritratto di Wu Ming 1

Calvino, ironia, oggetti narrativi

commento di Wu Ming 1 (non verificato), 28/04/08 - 23:23

Ben venga un confronto - si parva licet - ma quel che ho scritto e i "memos" di Calvino per le lezioni di Harvard. Hai la mia benedizione. Ma sei così certo che sia utile affrontare questa doppia lettura con uno schema dicotomico? Non sarebbe meglio partire da quel che può esserci in comune? Lo dico perché Calvino abita il mio saggio e vi è citato in due passaggi-chiave. E io non credo alle dicotomie.

Sulla questione della parodia del cantastorie: anche qui, non capisco dove e quando mai l'avrei buttata al mare o in discarica. Quella dimensione è ben presente, anche in molti dei libri che ho citato (quelli di Camilleri in primis, ma anche altri, e anche i nostri). Ma la parodia è una cosa, il pastiche postmoderno è un'altra. Il pastiche è già la parodia della parodia della parodia, con la valenza critica che si annacqua e sdilinquisce a ogni passaggio. Io me la sono presa con l'ironia fredda, "schermata" e anaffettiva, l'ironia che - parafrasando il Foster Wallace di una celebre intervista - è la forma che prende l'odio quando si spaccia per qualcos'altro. Non ce l'ho con l'ironia tout court. Non può esistere una comunicazione senza ironia.

Terzo punto: è un bel paradosso dire che i lettori non sono abbastanza avveduti da trovare un libro "indefinibile"! Rileggi la frase e pensaci su. Di solito si accusa la massa del contrario, di apprezzare o non apprezzare qualcosa senza saper minimamente spiegare il perché. Interessante questo nuovo "elitismo a piramide rovesciata"! :-) In realtà basta guardare i commenti su IBS per vedere che i lettori di "Gomorra" se lo pongono eccome, il problema dello statuto di quel libro. Si "esprimono con parole loro", certo, ma pongono il problema: è un reportage? E' un romanzo? E' finzione? E' realtà? Davvero Saviano ha visto questo? Davvero Saviano era in quel posto? Inoltre, dopo quasi 400 presentazioni pubbliche, ti posso assicurare che il problema della indecidibilità di cosa sia fiction e cosa no affiora in ogni discussione sui nostri libri. Ogni volta che un lettore, pur continuando a leggere e pure (talvolta) apprezzando quel che legge, mormora tra sé e sé: "Macheccazz...", siamo potenzialmente di fronte a un UNO.

ritratto di peterpoe

Definizione

commento di peterpoe, 29/04/08 - 00:08

Sei mesi dopo la lettura di Gomorra, sono giunto alla conclusione che è una raccolta di racconti con una spessa cornice di sofferto gonzo.

ritratto di Alessandro Raveggi

Ciao Roberto, mi scuso se

commento di Alessandro Raveggi (non verificato), 01/05/08 - 10:39

Ciao Roberto,
mi scuso se non ho risposto rapidamente, ma gli impegni mi hanno impedito di farlo.

In realtà credo che punti in comune con Calvino ci siano eccome, però, come notava giustamente Peterpoe (o Gregorio), il problema centrale - e di divisione - è quello dell'epica "rinnovata" della NIE.

Ben venga un dibattito in merito al confronto tra i sei (cinque) punti di Calvino - che considero la ultima vera proposta in fatto di letteratura in Italia - e le otto vostre caratteristiche - che considero un ottimo punto di inizio per riprendere in mano le fila di una letteratura italiana contemporanea fin troppo frammentaria e (a causa o in seguito a ciò, chi lo sa) a volte settaria.

Anche se non posso fare a meno di notare che l'intervento della Boscolo in alcuni frangenti non mi ha convinto proprio: mi pare che elimini la valenza straniante (de-doxizzante) e ideologicamente attiva del pastiche in cui credeva Linda Hutcheon a favore di quel "avoid of laughter" di Jameson, quella sua visione della fredda risata del pastiche post-moderno, che macina a suo favore stili e sensi, in un gratuito gioco di superficie.

Il pastiche post-moderno è un tema abbastanza delicato: il problema, a mio avviso, dell'analisi di Jameson è che si mostra più marxista di un marxista in fatto di "forma letteraria" (per esempio non mi pare che dia un'alternativa a "Ragtime" di Doctorow). Credo che un approccio marxistico - e quindi in parte hegeliano (!) - riguardo al rapporto tra arte letteraria e realtà sia fuoriviante, proprio perché a volte risulta incapace di scovare le nuove forme.

Ma la vostra proposta dice altro rispetto a Jameson (meno male) e sarebbe inaridita se corroborata dall'analisi suddetta. Non sono un grande esperto di epica, però credo che non ci possa essere più un'epica anche di quella rinnovata, perché l'umanità, almeno da quel Don Quijote de la Mancha in poi, è stata liberata dall'idea di un'unica centrale e ordinata rappresentazione della realtà. Proprio nel momento in cui si è dato alla letteratura la capacità di consentire una lettura (varie letture) di un libro come specchio ustorio della realtà, diceva Sartre. Ma qui si sta aprendo una voragine sotto i miei piedi...

Lancio dunque la proposta di discutere - lasciando da parte la questione di chi o meno inserire nel "canone" (ognuno ha la sua ghenga alla fine, volente o nolente...)-
sulle forme della New Italian Epic in confronto con i Memos calviniani più in profondità. E magari guardando con un occhio Calvino e con un altro un'intervista di Andrea Cortellessa a Nanni Balestrini apparsa su Tuttolibri e riportata in parte su Nazione Indiana qui: http://www.nazioneindiana.com/2008/04/23/quindici-colpisce-ancora/

Mi riprometto di scrivere qualcosa di più esteso e puntuale e di inviarvelo (rimando spammando di brutto anche al mio saggio sull'estetica post-moderna "Narcisolalia. Un approccio al postmodernismo letterarario" apparso in "Estetica", 1, luglio 2005, il Nuovo Melangolo) che affronti il tema degli UNO - c'era già qualcosa in Calvino anche se sotto la forma di una iperletteratura -, del lettore "comune" (mi dispiace essere apparso snobistico, non era affatto il mio intento, quando una mia preoccupazione per i cento - o mille "veri" lettori che non ripongono "Gomorra" sullo scaffale o non lo comprano in abbonamento) e di quant'altro riguardante la NIE.

Vorrei aggiungere un particolare: lo sterile sperimentalismo è insopportabile, però non sempre la cannibalizzazione-carnevalizzazione degli stili è un processo snobistico in cui l'autore mostra le proprie abilità, deresponsabilizzandosi rispetto al senso e alla direzione della sua parola scritta. Il post-moderno mette in questione la legittimità di una voce rispetto alle altre, esaltando la polifonia, anche se non proponendo una narrazione portante. E' sia un suo pregio che un suo difetto... perché, ripeto, il post-modernismo non è tanto per me un periodo della storia e dell'arte letteraria che è andato a finire malamente "sputtanato" in una logica culturale del tardo capitalismo (e in un certo tipo di letteratura americana da corso di scrittura creativa...), quanto un modello di lettura di quella storia della letteratura che si è contrapposta in parte a quella logica capitalistica, confondendosi a volte con e disinnescando in altre le sue forme di mercato, di diffusione e di espressione (e quindi di stile).

Basta ho già fatto abbastanza caos...

ritratto di Wu Ming 1

Vorrei chiarire, anche se mi

commento di Wu Ming 1 (non verificato), 01/05/08 - 23:42

Vorrei chiarire, anche se mi sembra che tu lo abbia capito, che io non sono per un "ritorno al modernismo". Io vorrei che si andasse definitivamente OLTRE il postmoderno, non ha senso fingere che non ci sia stato o che sia stato una mera parentesi chiusa la quale prosegue la frase di prima. Sgombrato il campo da questo equivoco, commento una tua frase:

"Il post-moderno mette in questione la legittimità di una voce rispetto alle altre, esaltando la polifonia, anche se non proponendo una narrazione portante. E' sia un suo pregio che un suo difetto..."

Certo, ERA un suo pregio quarant'anni fa, quando Pynchon era una giovane promessa e Valcareggi faceva giocare un tempo a Mazzola e uno a Rivera. Iniziò a essere un suo (grosso) difetto (del postmodernismo, non di Valcareggi) quando quella retorica divenne la stessa del potere (accademico, baronale, critico, mediatico, di lobbies culturali etc.), e in fondo accadde relativamente presto.
Si inizia con John Barth che la butta in vacca perché pensa sia *doveroso* buttarla in vacca, e si finisce con Sgarbi o Busi o chi per loro che la buttano in vacca perché *è obbligatorio* buttarla in vacca, e si torna a John Barth che oggi la butta in vacca perché *non riesce più a fare altro* che buttarla in vacca.
Buttarla in vacca è come farsi in vena. Diventi dipendente, non riesci più a finire un discorso, come Tom Cruise che scoppia a ridere al Tonight Show e per dieci minuti non è più in grado di articolare una frase di senso compiuto.
Siccome, per dirla con lo zio Carlo, "quando la rivoluzione ritarda tutta la merda ricomincia da capo", con la fine dei movimenti sociali e delle tendenze critiche di cui era una scaturigine, il postmodernismo da discorso di "opposizione" è diventato dispositivo di cooptazione di qualunque enunciato critico in un mondo dove il linguaggio rimanda sempre e ossessivamente a se stesso, i segni rimandano sempre e solo ad altri segni, le parodie sono parodie di parodie etc., fino all'apologia dell'incomprensibilità, dell'indecidibilità, dell'ineffabilità, dell'assenza di qualunque senso, dell'equivalenza di questo e quello.
Scusa se abbasso bruscamente il registro, ma a me di questa roba è da mo' che non me ne fotte più un cazzo. Ci giocavo a diciott'anni, ma oggi seguo altri sport :-)
Comunque, su queste questioni sarà molto utile un testo di Dimitri Chimenti, ricercatore all'Università di Siena, che sta per essere pubblicato su Carmilla.

ritratto di Wotan

ma tu sei veramente WU MING?

commento di Wotan (non verificato), 22/05/08 - 21:45

ma tu sei veramente WU MING?

ritratto di kalussi

secondo te uno si sbatte a

commento di kalussi (non verificato), 23/05/08 - 02:13

secondo te uno si sbatte a scrivere risposte così lunghe e circostanziate se è un fake?

ritratto di sarmigezetusa

um

commento di sarmigezetusa, 28/04/08 - 22:11

Personalmente avevo letto il riassunto di peterpoe e poi, dopo la reprimenda dell'anonimo Virdis, il saggio integrale.
-
Senza entrare nel merito di cosa è o non è avanguardia, a me pare che di sperimentalismo nella narrativa italiana contemporanea ce ne sia davvero poco (come dimostra il fatto che non ci siano in giro, oggi, quelle opere così importanti da essere automaticamente sperimentali che tu citi).
-
Sul saggio in sé, come detto sull'analoga discussione comparsa su anobii, e come dice il "pallido bolognese" lì sopra, a me pare che il principale difetto sia che tutti i parametri che hai fissato riconducano in primis alle opere degli stessi Wu Ming.
Da DA, mi piacerebbe sapere proprio da chi ha lanciato la bambola se "Alba di piombo," come dice l'anonimo Mannari, è effettivamente NIE (Gipo Acquachiara si è sempre sentito tale, mi dicono da dietro le quinte ^_^)
-
Sugli spin-off mi è venuto in mente che anche la SIC li ha fatti, internamente, in modo quasi naturale ("Un viaggio d'affari" è lo spin-off del Romanzo #1, non ancora concluso, infatti John Jerome Rose è il padre della Lindsay del romanzo), ma credo che il fenomeno si avvicini al massimo ai cross-over Marvel, piuttosto che alla mitologia greca.

ritratto di Alessandro Raveggi

Non avevo letto: il

commento di Alessandro Raveggi (non verificato), 28/04/08 - 22:49

Non avevo letto: il cross-over Marvel però mi stimola assai.

ritratto di sarmigezetusa

si ma

commento di sarmigezetusa, 28/04/08 - 23:09

Si ma il cross-over Marvel funziona così: Thor vende poco in questo momento? Spiderman vende molto? "Invitiamo" Spiderman su Thor così tutti i fissatoni dell'uomo ragno se lo comprano e magari qualcuno fidelizza.
Questo trucco fu portato alle estreme conseguenze dalla DC comics con Lobo: il personaggio (che nella versione Grant/Giffen/Bisley era eccezionale) andava benone sicché lo infilavano qua e là anche quando non c'era bisogno. Alla fine lo distrussero.
Ecco, a me pare che certi crossover, spin-off e "testi affini" di quelli a cui allude WM1 nel saggio assomiglino un po' a questi qua. Il tizio x (magari giovane o esordiente) decide di fare una cosa che riprende quanto fatto da un tizio y più famoso nella speranza di avere maggiore visibilità (no, non lanceremo un racconto SIC ambientato tra gli irochesi, anche se potrebbe venire fuori una figata ^__^).
La transmedialità, invece, per quanto con Manituana (e solo con Manituana) sia stato fatto un esperimento importante, non la vedo: mi pare che quello che (in alcuni casi) avviene su internet o altrove sia più una forma intelligente di promozione che una vera transmedialità.

ritratto di Wu Ming 1

Troppa fretta

commento di Wu Ming 1 (non verificato), 28/04/08 - 23:06

Tu scrivi: "come dimostra il fatto che non ci siano in giro, oggi, quelle opere così importanti da essere automaticamente sperimentali che tu citi"

Quanta fretta... Occorrono anni, lustri, decenni per valutare l'effettivo impatto di un'opera, la sua fondatività, l'influenza che ha avuto, le relazioni che intesse con altre opere precedenti, coeve e successive. Occorre la prospettiva. Il difetto della critica odierna, soprattutto in Italia, è proprio l'impazienza, che a sua volta deriva dall'assenza di prospettiva, dal restare schiacciati sul presente. Non si può pretendere di giudicare subito meriti e demeriti.
Questo è anche il motivo per cui sono andato indietro di 15 anni, è la distanza minima (e calco sull'aggettivo) per poter capire qualcosa e io penso che, appunto, a distanza di tre lustri certe forme comincino a emergere, certi contorni a precisarsi. E non dovrebbe sorprendere che se ne accorgano di più all'estero, dove hanno più prospettiva di noi che in certe situazioni siamo immersi.

Riscontro un'eccessiva fretta anche nell'approcciarsi a quel che ho scritto. Credo che un testo, qualunque testo a cui l'autore abbia lavorato molto, debba essere letto con calma e meditato, senza la foga che persuade di aver capito in men che non si dica tutte le implicazioni, senza la voglia di scriverne subito per poter dire: "Anche questa è fatta".

Poi scrivi: "a me pare che il principale difetto sia che tutti i parametri che hai fissato riconducano in primis alle opere degli stessi Wu Ming"

In realtà no, ho fatto anche diversi raffronti tra opere altrui senza passare per il "filtro" di nessun nostro titolo. Ad ogni modo, mi sembra di avere scritto in modo più che esplicito e trasparente che tutto è partito da letture comparate tra alcuni nostri libri e (tanti) libri di altri. E il fatto stesso che siano letture fatte da noi significa che andiamo a cercare le cose che corrispondono alla nostra sensibilità e a quello che ci piace nella letteratura.
Ma questa è solo la premessa.
Poi c'è lo sviluppo.
Troppo spesso nel dibattito intorno alla letteratura ci si ferma alla critica delle premesse, senza verificare lo sviluppo e gli esiti. L'intenzione non è il risultato. Nemmeno il ragionamento è il risultato. Guglielmo di Baskerville procede per letture sbagliate di ciascun indizio, eppure alla fine risolve il caso.

Il problema del cercare tratti comuni sorgerebbe se, dopo averle cercati, ci trovassimo con un pugno di mosche. Il problema sorgerebbe se, cercando, non avessimo trovato niente. E invece le caratteristiche comuni e le corrispondenze ci sono, le opere ci sono, gli autori ci sono, di esempi ne ho fatti svariati ma avrei potuto farne centinaia, e senza tirare in ballo noialtri. Ad esempio ci sono forti corrispondenze allegoriche tra "La presa di Macallè" di Camilleri e le opere del "Ciclo del metallo" di Evangelisti. Lì noi che c'entriamo?

E' chiaro che sono partito dal nostro lavoro, chiunque parte dal proprio lavoro e dal proprio modo di leggere. Ma poi, onestamente, credo di essere andato oltre, o di essermi spostato di lato. Basta il famoso mezzo passo di Steve Martin, per cambiare tutto.
Invece che inchiodare il confronto alla premessa, bisognerebbe vedere l'approdo del ragionamento. Gli esempi reggono? I tratti comuni, le sensibilità comuni, esistono o me li sono immaginati dal primo all'ultimo?

Insomma, questi rilievi non mi convincono, mi sembrano molto sfocati. Continua a convincermi di più l'approccio comparativo di quello disgiuntivo/pelonelluovesco :-)

Il discorso sugli spin-off non l'ho capito, mi sembra ci siano riferimenti a discussioni che non conosco quindi mi astengo dall'esprimere opinioni.
Io parlavo della vocazione alla trans-medialità e alla natura partecipativa della letteratura che ho esaminato.
Gli spin-off, in sé, sono un epifenomeno, un sottoprodotto di questa spinta. L'importante è il processo.
Comunque, in corrispondenza del passaggio sulle "sparse membra" del mito greco, c'è una nota con l'indicazione del testo che cito. Le note servono perché si possa risalire ai testi originali e integrali, quindi invito a farlo:
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/01/002124.html

E ri-invito a leggere il testo di Claudia Boscolo, e a seguire il dibattito che si avvierà su Carmilla.

Ora devo andare. E' stato un piacere. E' sempre un piacere.

ritratto di Alessandro Raveggi

Credo che il cross-over

commento di Alessandro Raveggi (non verificato), 28/04/08 - 23:10

Credo che il cross-over Marvel possa comunque avere degli spunti interessanti. Non solo di mercato.

ritratto di sarmigezetusa

Quanta fretta... Occorrono

commento di sarmigezetusa, 29/04/08 - 02:16

Quanta fretta... Occorrono anni, lustri, decenni per valutare l'effettivo impatto di un'opera, la sua fondatività, l'influenza che ha avuto, le relazioni che intesse con altre opere precedenti, coeve e successive. Occorre la prospettiva. Il difetto della critica odierna, soprattutto in Italia, è proprio l'impazienza, che a sua volta deriva dall'assenza di prospettiva, dal restare schiacciati sul presente. Non si può pretendere di giudicare subito meriti e demeriti.

E allora, anche facendo le ovvie e debite proporzioni, ancora più campato in aria è il parallelo della NIE (il nuovo meme wuminghiano, diciamolo ^_^) con il carattere diffuso della mitologia greca.

Riscontro un'eccessiva fretta anche nell'approcciarsi a quel che ho scritto. Credo che un testo, qualunque testo a cui l'autore abbia lavorato molto, debba essere letto con calma e meditato, senza la foga che persuade di aver capito in men che non si dica tutte le implicazioni, senza la voglia di scriverne subito per poter dire: "Anche questa è fatta".

Se riscontri tale fretta, dimmi dove. O meglio: dimmi dove la fretta (vera, infatti faccio tutto di corsa e in modo impulsivo, specie nei dibattiti fiume sui blog) inficia le mie valutazioni. Senza nulla togliere agli spunti di dibattito che lanci, mi pare un testo di cui si possa scrivere subito: le implicazioni profonde saranno messe in luce dal dibattito, se ci sono, oppure le capirò quando avrò letto i testi che mi "mancano".

Poi scrivi: "a me pare che il principale difetto sia che tutti i parametri che hai fissato riconducano in primis alle opere degli stessi Wu Ming"
[...]
tutto è partito da letture comparate tra alcuni nostri libri e (tanti) libri di altri. E il fatto stesso che siano letture fatte da noi significa che andiamo a cercare le cose che corrispondono alla nostra sensibilità e a quello che ci piace nella letteratura.

Francamente, mi pare che il principale limite che ti sei dato è quello del buon gusto (ovvero: dato che citare molto i vostri libri sarebbe stato poco bello a vedersi - è sempre durissimo fare il critico se sei anche autore - ne valorizzi altri, il grosso dei quali facenti comunque capo all'entourage carmilliano)

E invece le caratteristiche comuni e le corrispondenze ci sono, le opere ci sono, gli autori ci sono, di esempi ne ho fatti svariati ma avrei potuto farne centinaia, e senza tirare in ballo noialtri.

Falli! ^_^
Un centinaio di esempi diversi aiuterebbero a togliere dal saggio quell'aria - non voluta, ne sono certo - da "ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli". E aiuterebbero me che di letteratura italiana contemporanea so poco a trovare qualche lettura che vale la pena fare senza dover andare a tentoni.

Il discorso sugli spin-off non l'ho capito, mi sembra ci siano riferimenti a discussioni che non conosco quindi mi astengo dall'esprimere opinioni.
Io parlavo della vocazione alla trans-medialità e alla natura partecipativa della letteratura che ho esaminato. Gli spin-off, in sé, sono un epifenomeno, un sottoprodotto di questa spinta. L'importante è il processo.

Ho corretto il punto di cui sopra, e ho approfondito il discorso nel commento sugli spin-off Marvel. Rispondendoti, non credo che il processo sia importante, se questo produce fan-art, spin-off "interessati" o pubblicità multimediali sotto varie forme. Solo se ci fosse davvero una contaminazione - e tra pilastri, non tra pilastro e nanetti, o tra pilastro e sue gemmazioni dirette - il discorso, e il paragone, avrebbero senso.

e a seguire il dibattito che si avvierà su Carmilla.

Lo seguiremo senz'altro. Anche se è difficile appassionarsi ai dibattiti su Carmilla non essendoci i commentini ^_^.

(Piacere nostro)

ritratto di Wu Ming 1

purtroppo il livello è molto basso

commento di Wu Ming 1 (non verificato), 29/04/08 - 02:39

Purtroppo il livello è molto basso.

Alla fine tutto si riduce all'irritazione per il fatto che uno scrittore "faccia il critico". Anche la notazione - inesatta - sulla "ghenga di Carmilla" in fondo punta in quella direzione.

Se può uno scrittore "fare il critico"?
Ma uno scrittore *è già* anche un critico.
Il problema va rovesciato: sono i critici che non sempre sanno essere scrittori.
Non c'è quasi autore del "canone occidentale" (chiamiamolo così per comodità) che non sia stato anche un critico. Ignorarlo è magna prova d'ignorantia.
Il Dante del "De vulgari eloquentia" non è un teorico della letteratura? E Poe? Thomas Mann? Proust? Vittorini? Il Pasolini di "Empirismo eretico"? Fortini? Sanguineti? Eco? Il Calvino delle succitate "Lezioni americane"?

Ma torniamo alla "ghenga" di Carmilla, perché mi sembra un'altra prova della fretta e della superficialità con cui hai letto il mio testo, se l'hai letto.
Ben pochi degli autori citati e in alcuni casi analizzati ha a che fare con Carmilla.
Ok, noi WM, Genna, Evangelisti e De Michele scriviamo su Carmilla. Ma De Cataldo? Carlotto? Bellu? Muratori? Scurati? Saviano? Tassinari? Biondillo? Arpaia? Scapagnini? Guarnieri? Balocchi? Parazzolo?, Zaccuri? Philopat? Janeczek? Flavio Santi?
E' ben difficile che costoro compongano con me o tra di loro qualsivoglia "ghenga", dal momento che molti sono *perfetti estranei*.

Questo riflesso condizionato del gridare alle "mafiette" ogni volta che si muove qualcosa è precisamente una delle "malattie dello sguardo" che la letteratura sarebbe in grado di curare, se si decidesse una buona volta di frequentarla per davvero.
Purtroppo il livello è molto basso.

Sulla questione del "processo" che non conterebbe, mi permetto di giudicare quest'opinione cacciata lì un po' a caso.
Ciao e grazie,

WM1

ritratto di sarmigezetusa

low level techniques

commento di sarmigezetusa, 29/04/08 - 03:01

Alla fine tutto si riduce all'irritazione per il fatto che uno scrittore "faccia il critico". Anche la notazione - inesatta - sulla "ghenga di Carmilla" in fondo punta in quella direzione.

Nessuna irritazione. Il discorso è molto più semplicemente: può uno scrittore fare il critico senza innescare - suo malgrado - retropensieri?

Ma torniamo alla "ghenga" di Carmilla
[...]
Ok, noi WM, Genna, Evangelisti e De Michele scriviamo su Carmilla. Ma De Cataldo? Carlotto? Bellu? Muratori? Scurati? Saviano? Tassinari? Biondillo? Arpaia? Scapagnini? Guarnieri? Balocchi? Parazzolo?, Zaccuri? Philopat?
E' ben difficile che costoro compongano con me o tra di loro qualsivoglia "ghenga", dal momento che molti sono *perfetti estranei*.

Riconosco che "ghenga" non è una bella parola (infatti stavo editando proprio mentre tu scrivevi questa risposta ^_^) ma davvero dalla lettura (e dalla rilettura) del tuo saggio, Evangelisti/Genna spiccano parecchio sugli altri (Saviano escluso). E se la cosa la noto io che di critica letteraria non so niente, non frequento circoli a parte il barrino all'Incisa e non ho mai seguito il c.d. dibattito letterario contemporaneo, evidentemente dà nell'occhio.

Questo riflesso condizionato del gridare alle "mafiette" ogni volta che si muove qualcosa è precisamente una delle "malattie dello sguardo" che la letteratura sarebbe in grado di curare, se si decidesse una buona volta di frequentarla per davvero.

Nessuno ha gridato alle mafiette. Il punto è piuttosto che la scelta dei testi (e ripeto: parlo solo per quella percentuale minoritaria di testi che ho letto) mi pare essere fatta in funzione della dimostrazione della premessa (l'esistenza del NIE).

Sulla questione del "processo" che non conterebbe, mi permetto di giudicare quest'opinione cacciata lì un po' a caso.

Io credo che il processo conti davvero se produce degli effetti.
Tu dici giustamente che gli effetti veri li vedremo tra chissà quanti anni. Ok. Allora aspettiamo a considerare qualche spin-off e qualche esperimento su internet e altrove come caratteristica distintiva del NIE.

ritratto di Wu Ming 1

Non è il colore della coperta, sono le mani di chi l'ha tessuta

commento di Wu Ming 1 (non verificato), 30/04/08 - 14:07

Per completezza e necessità di trasparenza, posto qui la mia risposta alla tua mail. Aggiungo anche qualche riga in calce.

---------inizio citazione----

Vedrai che gli esempi verranno fuori.

Sai, mi sono rotto le corna su quel saggio per molte settimane, dormendo 4 ore per notte, leggendo, studiando, cercando di fare ordine in chili di fogli pieni di appunti.

E' chiaro che non è perfetto, ma vuole essere uno spunto perché altri riempiano i buchi che ci sono ancora.

Invece di cogliere questo spunto, e quindi partecipare a uno sforzo che deve essere comunitario, uno non è che può cavarsela con poche righe scritte *appena terminata* la lettura, e poi chiedere *a me* di scrivere subito altro.
Questa è una forma di delega all'intellettuale che de-responsabilizza tutti gli altri.

Io ho esposto un metodo di lettura comparata in base all'intersecazione di otto caratteristiche ricorrenti. Se la cosa non convince, mi si dimostri che quelle otto caratteristiche non si intersecano, o che il loro intersecarsi non è una peculiarità, o che gli esempi che ho fatto sono sbagliati.

Non si chieda a me di fare altri esempi.

Quanto alla fretta, era più che evidente. La fretta di non voler fare il lavoro che ho appena detto. La fretta di liquidare a poche ore di distanza uno sforzo teorico che si basa su circa quindici anni di lavoro. La fretta di etichettare il mio testo come una manovretta da ghenga. La fretta che porta a "selezionare" le informazioni in base a pregiudizi (c'è Genna, c'è Evangelisti, quindi è un'operazione di Carmilla).

Non credo sia così che ci si confronta.

Per questo ho detto che il livello era basso. A te rialzarlo, se ti va.
--------------fine citazione---------

Aggiunte:

1. Mah, i retropensieri. I retropensieri sono affari di chi ce li ha, non di chi non ce li ha, quindi non vedo perché dovrei occuparmene. Honny soit qui mal y pense.

2. Sugli autori che "spiccano": De Cataldo ha tanto spazio quanto quelli che citi tu. Camilleri, con "Maruzza Musumeci", è preso a esempio di riutilizzo di materiali popolari senza distacco snob. Nella parte sulla transmedialità l'autore che ha più spazio è Stefano Tassinari. Nella parte sulla sperimentazione discreta parlo di "Nelle mani giuste" e "La vita in comune".

3. Sul processo: "il movimento è tutto", diceva quel tale. Non si può giudicare la qualità dell'interazione e collaborazione tra membri di una comunità soltanto in base alla qualità dei risultati (che tra l'altro è pure questione di gusti). Virtus ipsa praemium est, o no? E' già importante che si collabori e comunichi. Altrimenti perché tutte le analisi sulla tessitura comunitaria dei "quilt" (coperte di lana a patchwork) nella cultura rurale americana come momenti importantissimi di socializzazione e riproduzione di una soggettività femminile autonoma? Fosse per te, per negare questa realtà basterebbe rispondere: "Sì, ma il colore di quella coperta fa vomitare". Mi dispiace, ma non può funzionare così e, ribadisco, è un modo frettoloso e superficiale di porre le questioni e rispondere a un problema.

ritratto di redazione

NIE a fumetti

commento di redazione, 29/04/08 - 04:56

cambiamo gioco (cambio anche nick all'uopo): ammettiamo che il NIE esista; segnalo una grande opera NIE: "Appunti per una storia di guerra" di Gipi.
Questo straordinario fumetto ha caratteristiche proprie dei punti 1, 3, 4 (anzi, è proprio e specificamente un'ucronia), 5 (anzi, rispetto ai libri citati mi pare che sperimenti molto di più) del saggio di WM1.

ritratto di peterpoe

SIC Spam!

commento di peterpoe, 29/04/08 - 05:02

(Scusate l'ondata di email di notifica. Sono state momentaneamente disattivate finché non catturo e uccido il bug che le provoca)

ritratto di Naso

Dico la mia> 2.

commento di Naso (non verificato), 29/04/08 - 14:26

Dico la mia>

2. Particolarità e molteplicità dei punti di vista narrativi all'interno dell'opera, che giungono in molti casi ad adottare lo sguardo di oggetti inanimati e di entità immateriali.

non rilevante

3. Ricerca di un connubio tra complessità narrativa e leggibilità.

non significa niente

4. Frequente ricorso a una sorta di "ucronia potenziale", ossia alla narrazione di fatti e momenti storici in cui era presente il germe di un futuro alternativo.

non rilevante e in parte falso

5. Una sperimentazione e stilistica "dissimulata", che si nasconde cioè sotto una superficie linguistica solo apparentemente "semplice", "chiara" e "diretta".

falsissimo

7. Sono opere transmediali e in qualche modo "collettive". Danno infatti spesso avvio a una serie di spin-off e "riappropriazioni", in una modalità che i Wu Ming associano alla "natura 'disseminata'" dell'epica greca antica.

falso

---------------------------------------------

1. Rifiuto del tono ironico tipico della narrativa postmoderna degli anni Novanta, in favore di un etos accorato e partecipe.

6. "Oggetti narrativi non identificati" (UNO). Ossia, molti dei prodotti del NIE non sono romanzi, o meglio, non sono classificabili né come romanzo né come altro tipo di testo, perché sono composti in maniera inestricabile di troppi e troppo e troppo diversi tipi, dal saggio alla poesia, dall'inchiesta alla diaristica.

vero. Sono in realtá due macrocategorie che bastano a definire il NIE (aggiungerei: il rapporto dialogato con la realtá) come cosa effettivamente esistente.

ritratto di peterpoe

A me nessuno mi prende per il naso

commento di peterpoe, 29/04/08 - 14:46

Ma che senso ha esprimere la propria opinione su un argomento del genere in forma anonima? Chi se ne frega se un "Naso" la pensa così o colà?

ritratto di Wu Ming 1

Per fortuna c'è gente come

commento di Wu Ming 1 (non verificato), 30/04/08 - 14:15

Per fortuna c'è gente come te che non ha bisogno di ragionare sulle cose ma sa subito "a naso" cosa è "falsissimo" o "non rilevante". E non ha nemmeno bisogno di spiegare, tanto sono autoevidenti e dense di significato le sue sentenze! Grazie del contributo. Utilissimo. :-)

ritratto di peterpoe

N.A.S.O.

commento di peterpoe, 30/04/08 - 16:53

Però Naso mi ha fatto ripensare a una vecchia piazzata che si faceva a Firenze verso il 2000 (di nome N.A.S.O. – Novità Artistiche Sparse Ovunque), in cui promuovevamo petizioni per l'abolizione di San Valentino, morivamo in massa nei supermercati, e cose del genere...

E a certi recenti assalti ai Disneytrenini...

ritratto di peterpoe

Il punto è l'epica

commento di peterpoe, 29/04/08 - 16:42

Insomma! Mi avete scocciato. (E quando mi scoccio io...) Ma è così difficile, di fronte a una dannata lista, resistere alla tentazione di reagire spulciandone i punti uno per uno? Non è forse più utile risalire ai principi generatori, e su questi concentrarsi?

I criteri che sostengono i punti del New Italian Epic sono chiari, evidenti, e sono tre:
1) Punti che descrivono le caratteristiche di una narrativa “epica” (1, 2, 4, 7)
2) Punti che descrivono la vocazione popolare di tale narrativa (3, 5, di nuovo 7)
3) Punti (apparentemente?) fuori luogo (che comunque ci devono sempre essere), cioè il 6, “Oggetti narrativi non identificati”.

Si può affermare con una certa tranquillità che la tensione verso una scrittura che abbia presa sulle masse sia figlia o almeno sorella di una tensione verso la narrativa epica. Perciò, i punti cardinali del dibattito, qualora lo si voglia far proseguire e non demolire, si riducono a due: l’analisi di questo nuovo concetto di epica, e l’analisi di questi nuovi oggetti-libro, gli UNO.

WM1, essendo l’autore del saggio, questo lo sa bene, ed è per questo che anche lui si è scocciato di fronte alla vostra reazione (di fronte a quella di Raveggi si è scocciato per altri motivi, che non ho ben compreso, forse perché non ho ben compreso la reazione di Raveggi, nemmeno dopo tre o quattro riletture).

Mi limito qui a parlare di epica, rimandando gli UNO ad altro momento. Non essendo minimamente esperto dell'argomento, ho un certo timore di fare affermazioni avventate. Ma il rischio è il sale della vita, perciò:

Quando ho letto il titolo del saggio, la prima cosa che mi è venuta in mente è stato l’Epic Metal. Poi per fortuna la mia cultura pop si è fatta più robusta, e mi sono venuti in mente Pulp Fiction e 300. Dopodiché, ho messo come sfondo del desktop Leonida che grida “Tonight we dine in hell”. Dopodiché ho riletto l’articolo di WM1 e WM2 “Mitologia, epica e creazione pop al tempo della Rete”, e ho letto quello di Claudia Boscolo “Scardinare il postmoderno: etica e metastoria nel New Italian Epic”. Dopodiché sono andato a dormire e ci ho pensato su.

Figlia della mia ignoranza in materia, e certo anche del mio passato di scrittore di racconti fantastici (un saluto al caro vecchio Mostro), l’idea provvisoria che, nella chiarezza del risveglio, mi sono fatto di questa epicità è che essa sia un tentativo di affrontare l’impossibilità di approcciarsi alla realtà che sfida e affligge la letteratura contemporanea.

Tale realtà, alimentata da due vortici generatori di caos, uno che si chiama Media, l’altro che si chiama Individuo, è talmente grande e complessa e feroce, che lo scrittore ne è quasi invariabilmente scacciato. O schiacchiato.

L’epicità (nell’accezione NIE) è una forma di fuga dalla realtà in cui si cerca di continuare di rivolgersi ad essa osservandola da lontano. O meglio, è una forma di fuga percettiva in cui si cerca di osservare la realtà da vicino con un cannocchiale rovesciato.

Può certo avere un valore, se si tiene conto del fatto che il substrato culturale da cui si attinge non è e non può più essere quello della spontaneità dell’invenzione orale – che i fantomatici popoli da cui questa sarebbe germinata sono da tempo estinti –, ma quello dell’invenzione soprattutto visiva e in parte testuale dei miliardi di individui e di organizzazioni che incessantemente riversano prodotti e idee dal vortice della propria individualità nel vortice della medialità.

L’epicità è una fuga certo più vicina alla realtà e alla sua violenza di quanto lo sia la fuga totale, sia essa nella capanna sul monte o nella biblioteca delle parole adorne, ma rimane una fuga.

Mi vengono in mente solo due tipi di reazione al problema che non implicano una fuga:
1) L’approccio collettivo alla produzione. Ossia: poiché la realtà è grossa e cattiva, anche l’autore deve farsi grosso e cattivo, perdendo in ciò la propria individualità, ma guadagnandone in conoscenza, ampiezza di vedute, risorse stilistiche ma anche materiali. Che è ciò che in SIC stiamo cercando di sistematizzare.
2) L’approccio sacrificale, che è stato proposto in questa forma rinnovata da Pasolini, e che si ritrova per esempio in Saviano. Ossia: poiché la realtà è grossa e cattiva, io mi ci schianto contro tutto quello che ho, col rischio di consumarmi interamente, ma col risultato di potermi porre come faro, come esempio, come guida per le masse.

Mi sono già fin troppo dilungato. Chiudo, odiando internet.

ritratto di Wu Ming 1

Ti ringrazio, questa è

commento di Wu Ming 1 (non verificato), 30/04/08 - 14:13

Ti ringrazio, questa è un'impostazione stimolante e che aiuta anche me.
Solo un piccolo chiarimento: sono ben lungi dall'essere "scocciato" con Raveggi. Il suo primo commento era fuori fuoco, ma il secondo era molto utile e spero davvero che voglia fare una lettura comparata - ripeto: sempre che sia concesso paragonare i piccoli come me ai grandi come Calvino - tra quello che ho scritto e le "Lezioni americane".

ritratto di peterpoe

Macerie VS Campi profughi

commento di peterpoe, 02/05/08 - 18:58

I miei due centesimi per cominciare:
Calvino nei Memo guardava al futuro come un sopravvissuto dei bombardamenti può immaginare gli edifici che saranno ricostruiti sopra le macerie del presente; mentre lo spirito di NIE mi pare piuttosto quello di un profugo che dopo aver vissuto 15 anni in una baracca vede con soddisfazione che stanno finalmente sorgendo alcuni edifici in muratura.
Per questo lo sguardo di Calvino è insieme più ristretto (i Memo non sono in fondo che una dissertazione su 5 aggettivi, mentre i punti del NIE sono delle proposizioni), e più ampio (il suo panorama è così sgombro che lo sguardo può spaziare fino all'orizzonte) di quello del NIE.

ritratto di Wu Ming 1

Beh, cazzo, non è per dire,

commento di Wu Ming 1 (non verificato), 02/05/08 - 22:06

Beh, cazzo, non è per dire, eh... ma tieni conto che io mi proietto sette miliardi (7.000.000.000) di anni nel futuro... E lo sguardo è alquanto "sgombro", è addirittura extra-umano... :-)

ritratto di peterpoe

W l'extra-umano!

commento di peterpoe, 05/05/08 - 15:06

Certo, è che io mi riferivo in maniera spicciolamente allegorica al panorama culturale dell'epoca.
Mi è piaciuto molto l'ultimo capitolo di NIE, proprio per la visione ultra-dilatata che vi si ritrova: trovo che il viaggio a ritroso dal futuro remoto sia una via efficace per connettere un'idea realistica del mondo e dell'uomo alle problematiche presenti della cultura e della politica (avviene ad esempio in modo non disprezzabile in La possibilità di un'isola di Houellebecq.)

ritratto di sergio

A me è piaciuto (il saggio di Wu Ming)

commento di sergio (non verificato), 30/04/08 - 13:28

Non entro nel dibattito precedente per insufficienza di argomenti. Certe cose, giuro, non ho la profondità culturale per commentarle. Per dirle con parole mie, ho ritrovato in quello che ha scritto Wu Ming, e ripensando a quei (pochi) autori citati nel saggio, che leggo (Camilleri, Carlotto, De Cataldo, Lucarelli), il tratto del calore, della presa di posizione e dell'assunzione di responsabilità. E la faccenda della sovversione "nascosta" di linguaggio e stile. Ci ho pensato scrivendo le mie robe. Perchè gli aggettivi in -mente mi danno fastidio da sempre, ma ce ne ficco sempre qualcuno in mezzo (cazzo cazzo io direbbe albanese) e gli aggettivi indefiniti e i mi-ti-ci-vi vorrei tanto non scriverli. Così quando correggo un mio testo, ora, mi sento rincuorato, un po' meno solo. E scusate se è poco. Anche il punto sugli UNO e sulla comunità e transamedialità mi trova molto concorde. Ho avuto occasione di fare due chiacchere con Carlotto (mica siamo amici eh, siamo due perfetti sconosciuti) ed ho sentito quanto lui era orgoglioso della musica abbinata al testo. E a me è parsa un gran bella idea. Ho fatto un po' più di fatica a capire fino in fondo i punti su sguardo obliquo, complessità narrativa e attitudine popular, e sulle ucronie potenziali. Se Wu Ming ripassasse di qua gli sarei grato se ci potesse tornare su, o se volesse farsi intervistare sul tema. La conclusione poi, il tentativo di trovare allegoritmi del NIE, la trovo interessante: la letteratura deve aiutarci a trovare vie d'uscita, perchè "il pianeta sta bene. è la gente che è fottuta". grazie del saggio e del tentativo. e dello spazio qui, ciao. sergio.

ritratto di Simone Sarasso

Parlo per me

commento di Simone Sarasso (non verificato), 03/05/08 - 11:25

Come ho già scritto altrove, reputo il saggio di WM1 fondamentale. Ce n'era un gran bisogno; c'era la necessità, dopo un decennio, di tirare le fila di ciò che è stato fatto, di mettere dei punti fissi nel lavoro della generazione di scrittori che ha insegnato il mestiere alla generazione che è venuta dopo.
Siccome faccio parte della "seconda ondata" (ringrazio pubblicamente WM1 per avermi inserito), mi pare onesto fare le pulci al mio al mio lavoro per vedere cosa c'è di NIE in ciò che ho scritto (parlo di CONFINE DI STATO e UNITED WE STAND, tanto per essere chiari).
Anadiamo con ordine:

1. Rifiuto del tono ironico tipico della narrativa postmoderna degli anni Novanta, in favore di un etos accorato e partecipe.

Sì e no. Più si che no, a dire il vero. Ma, come i fratelli KAI ZEN, anch'io spesso cedo alla lusinga del cazzeggio. E il tono si fa meno serio di quanto vorrebbe essere.

2. Particolarità e molteplicità dei punti di vista narrativi all'interno dell'opera, che giungono in molti casi ad adottare lo sguardo di oggetti inanimati e di entità immateriali.

Sì alla coralità. Anche nella sua accezione "inanimata". Talvolta lasciò parlare più i luoghi delle persone. Luoghi evocativi, come PIAZZA FONTANA o PIAZZA SANTI APOSTOLI.

3. Ricerca di un connubio tra complessità narrativa e leggibilità.

Assolutamente sì. In questo senso il racconto di Ennis sull'America e su Superman, che ho inserito nel mio romanzo d'esordio, mi pare poeticamente centrale in questo senso.

4. Frequente ricorso a una sorta di "ucronia potenziale", ossia alla narrazione di fatti e momenti storici in cui era presente il germe di un futuro alternativo.

Di brutto. Ho immaginato il colpo di Stato in UWS partendo dalla vittoria prodiana di due anni fa.

5. Una sperimentazione e stilistica "dissimulata", che si nasconde cioè sotto una superficie linguistica solo apparentemente "semplice", "chiara" e "diretta".

Sai che non lo so? Non credo che la mia scrittura sia ancora così matura per operazioni del genere. De Cataldo lo fa da Dio, a me piacerebbe un sacco farlo, ma mi sa che ho ancora da mangiare un sacco di pane duro.

6. "Oggetti narrativi non identificati" (UNO). Ossia, molti dei prodotti del NIE non sono romanzi, o meglio, non sono classificabili né come romanzo né come altro tipo di testo, perché sono composti in maniera inestricabile di troppi e troppo e troppo diversi tipi, dal saggio alla poesia, dall'inchiesta alla diaristica.

Decisamente sì. E' la lezione ellroyana: il romanzo è troppo stretto per tutto quello che c'è da dire.

7. Sono opere transmediali e in qualche modo "collettive". Danno infatti spesso avvio a una serie di spin-off e "riappropriazioni", in una modalità che i Wu Ming associano alla "natura 'disseminata'" dell'epica greca antica.

Il carattere "totale" delle opere credo che sia la parte più forte dell'intero progetto. La paura ottantina del plagio e l'ossessione della proprietà intellettuale, finalmente, ce le siamo lasciate alle spalle. Tutti possono riappropriarsi della dimensione "orale" delle storie. Implementarle, trasformarle in qualcosa d'altro, permettere che le storie evolvano.

ritratto di redazione

sarasso

commento di redazione, 14/05/08 - 00:33

segnaliamo anche un intervista a Simone, qui: http://www.blackmailmag.com/Intervista_a_Simone_Sarasso.htm

ritratto di redazione

lucarelli (via lipperatura)

commento di redazione, 04/05/08 - 15:27

Su Repubblica di oggi, l'intervento di Carlo Lucarelli sul NIE.

Un giorno ho visto una fotografia d´epoca coloniale che raffigurava insieme soldati italiani e abissini e mi sono accorto che dovevo tenere a freno il mio immaginario perché non li trasfigurasse e reinterpretasse istintivamente in Apache di Toro Seduto e giacche blu del 7º Cavalleria. Poi mi sono accorto che ne sapevo molto di più della battaglia di Little Big Horn che di quella di Adua e che avrei saputo declinare tutte le trasformazioni del generale Custer – dall´eroe con i capelli biondi di quando ero piccolo all´assassino di bambini di Piccolo Grande Uomo – ma che Vittorio Bottego – con una biografia degna di un Kurtz conradiano – restava solo una statua che dominava il piazzale in cui sono nato, a Parma. E allora mi sono chiesto perché rinunciare a tutto questo, ad un patrimonio di narrazione proiettato nel passato, nel futuro e anche in un presente da perforare con un carotaggio narrativo da pozzo petrolifero.
Per questo raccolgo con entusiasmo ed enorme interesse le riflessioni dei Wu Ming sulla Nuova Epica Italiana, riconoscendomi praticamente in molte delle loro considerazioni. Praticamente, dico, nel senso di una prassi letteraria, di una ricerca fatta di libri e di romanzi che da parte mia e da quella di altri colleghi cerca di raccogliere il fascino della frontiera, della sfida con un nuovo far west.
Una nuova frontiera che non è soltanto fisica (nuove ambientazioni, nuovi mondi da creare ed esplorare), e non è soltanto narrativa (nuove trame, nuove avventure, diverse tecniche di montaggio, temi ed emozioni estreme) ma è anche stilistica (parole nuove, nuove costruzioni, nuove costruzioni in quelli che i Wu Ming chiamano i romanzi mutanti).
Una narrativa di ampio respiro per raccontare e interpretare il mondo, con un linguaggio nuovo e concreto, come a suo tempo fecero gli scrittori del Grande Romanzo Americano per raccontare le contraddizioni e le trasformazioni del loro paese.
Anche attraverso la storia, che per noi italiani non essendo mai passata è sempre attuale e presente (mi autocito anche io con falsa modestia con la mia Ottava Vibrazione), anche attraverso la narrazione della quotidianità nascosta della Camorra di Saviano, o degli italian tabloid di De Cataldo, o l´epica mutante di Wu Ming, solo per citare qualcuno.
La cosa bella è che, come dice Wu Ming, tutto questo sta già accadendo da un pezzo, con tanti autori e con tanti libri che tutto questo già lo fanno in una ricerca che non si ferma a contemplarsi l´ombelico dei risultati raggiunti ma si mette in gioco ogni volta in un modo più alto e più impegnativo. Per questo, anche se le definizioni critiche non sono così importanti, quella di New Italian Epic non è un´etichetta inventata a tavolino.
E´ una sfida che personalmente ho raccolto con passione. Una corsa nella prateria di un nuovo far west che si apre con possibilità entusiasmanti ed infinite. Chiamatela Nuova Epica Italiana, narrativa di ampio respiro, grande romanzo italiano, chiamatela come volete, i nomi – ripeto – non sono importanti. L´importante è proprio la sfida, il desiderio, per chi se la sente e ne ha voglia, di mettersi a correre verso una nuova frontiera.
Concludo con una considerazione di cui magari non c´è affatto bisogno ma che io faccio lo stesso.
In ogni caso chiunque è libero di scrivere quello che gli pare. Sembra una cosa ovvia, ma dal punto di vista letterario noi siamo il paese dei manifesti, del romanzo è morto, delle etichette programmatiche che spesso nascono sul nulla dalla fantasia delle redazioni culturali dei giornali o degli uffici stampa delle case editrici. Le etichette si conquistano sul campo, arrivano dopo a spiegare quello che già esiste e diventano parte integrante del suo movimento. E chiunque, dal più intimo minimalista al giallista più classico, se scrive con sincerità, è altrettanto utile e importante.

ritratto di peterpoe

Evangelisti sul NIE

commento di peterpoe, 06/05/08 - 14:26

È uscito sull'Unità e su Carmilla (http://www.carmillaonline.com/archives/2008/05/002632.html) un articolo di Evangelisti sul NIE, il cui punto di interesse, mi sembra, è che contrappone specificatamente il NIE alla fu "gioventù cannibale" di "Niccolò Ammaniti, Tiziano Scarpa, Isabella Santacroce, Aldo Nove ecc", definiti come "i veri post-moderni, allievi di Arbasino e di Tondelli".

ritratto di sarmigezetusa

...

commento di sarmigezetusa, 11/05/08 - 23:08

La gioventù cannibale esisteva veramente? E se si, che categorie aveva?
Non ne ho letti abbastanza per saperlo. certo è che Aldo Nove è postmoderno. Però lui e Ammanniti (gli unici che ho letto oltre a Scarpa) mi paiono parecchio (anzi: del tutto) diversi da Tondelli.

ritratto di Alessandro Raveggi

Mi pare che Evangelisti

commento di Alessandro Raveggi (non verificato), 11/05/08 - 13:52

Mi pare che Evangelisti abbia preso un abbagglio.
Non basta il contenuto - le marche, le mode, la televisione, un'estetica splatter, etc. tipica dei, e forse solo di alcuni, "Cannibali" - per definire un autore come post-moderno, in quanto quest'ultimo è uno stile e un modello di ricezione.

Tondelli poi, nonostante abbia scritto "Un weekend post-moderno", mi pare il meno post-moderno degli scrittori italiani.

Per questo NIE e post-modernisti sono più vicini di quanto sembri.

ritratto di sarmigezetusa

um

commento di sarmigezetusa, 13/05/08 - 23:55

A me Tondelli non pare post-moderno.

In ogni caso prenderei come metro di paragone il post-moderno italiano&recente.

Mi è piaciuto molto, nell'intervento di Alessandro Bertante (qui: http://www.carmillaonline.com/archives/2008/05/002643.html) questa frase: "mostrati i limiti di una produzione letteraria piaciona e superficiale che faceva del consumo e della spettacolarizzazione della gioventù la principale chiave interpretativa dei cambiamenti sociali."

Grossa verità.
Quelli erano anni edonisti e vacui, spettacolarizzare l'edonismo e il vuoto veniva facile.
Ora c'è crisi e - forse - la crisi responsabilizza.
Grossa verità, però attenzione: tra le ipotetiche opere NIE proposte da WM1 sono poche, forse nessuna, le opere che si calano davvero nel reale e quotidiano, quello vissuto e non "specchio della società", un territorio dove 'essere NIE' è difficile comunque, negli anni '90 come oggi.

ritratto di Wu Ming 1

Ma anche tu, minchia, quanta fretta! :-))))

commento di Wu Ming 1 (non verificato), 11/05/08 - 15:44

"Per questo NIE e post-modernisti sono più vicini di quanto sembri."

Scusa, Alessandro, ma "di quanto sembri"... a chi? Stai già contestando, come se si fosse affermato chissà da quanto, un cambiamento di percezione e di paradigma che invece non c'è ancora stato. Ci stiamo sforzando di determinarlo soltanto da una ventina di giorni! Il mio saggio sul NIE è on line appena dal 23 aprile scorso, è ben lungi dal diventare il nuovo discorso da mettere in questione, un po' di pazienza. Capisco che il ritmo della retee e la natura effimera di molto di quanto vi accade dentro possa far sembrare una giornata un tempo lunghissimo, ma venti giorni non sono nulla. A leggere certi blog, pare che si discuta di NIE da vent'anni :-)
A fronte di anni trascorsi a sentirci dire, con varie accentazioni, che siamo "postmoderni", che scriviamo libri postmoderni, che siamo le versioni italiane degli scrittori postmodernisti americani e altre assurdità, noi stiamo cercando di far notare che noi e i postmodernisti siamo *molto meno* vicini di quanto sembri e di quanto si ripeta a ogni pie' sospinto. Perché è stata questa la tendenza dominante, quella all'assimilazione forzata, al paragone pigro, alla cecità di fronte a determinate peculiarità. Quindi, perché non discutiamo delle peculiarità che abbiamo appena evidenziato, anziché (o almeno prima di) riannegarle nell'assimilazione che è andata avanti per fin troppo tempo?

ritratto di Alessandro Raveggi

Caro Roberto, non volevo

commento di Alessandro Raveggi (non verificato), 15/05/08 - 00:38

Caro Roberto,
non volevo frettolosamente avvicinare NIE ai "cosiddetti" post-moderni. Mi pareva solo che l'intervento di Evangelisti non avesse colto nel segno additando come post-moderni scrittori come Antonello Centanin (quanto di più vicino a Cechov e quanto di più lontano da Barthelme) o addirittura Tondelli...

Per quanto riguarda la vicinanza NIE-PoMo (al che sarebbe divertente riprendere lo slogan degli avant-popster: NoMo PoMo, no more postmodernism!), per me può essere approcciata dal lato dell'historical metaficton - un modello che recupera la storia come ideologia, superando a suo modo la struttura epica del romanzo proposta dalla critica marxista-hegeliana - e da quello della vostra proposta di Oggetto Letterario Non Identificato, che, come ho forse già detto, mi sembra una proposta la quale, dalle avanguardie, sia stata presa in considerazione da quella generazione che giustamente adesso ripudiamo perché trasformatasi in moda e sterile testualismo.

Credo che un certo recupero del lavoro di scavo sul mito, sulla possibilità dell'ucronia, nonché di una sperimentazione sottile e sottopelle, avvicini ciò che intendiamo come post-moderno alle vostre proposte. Perché entrambe sono niente di più lontano dall'edonismo: il post-moderno "freddo" non c'entra niente, mi pare, col cinismo di "Woobinda" congiunto allo stile cristallino di Aldo Nove.

Spero di essermi chiarito. Prometto, come già detto, di ritornare diffusamente sul tema, quando il periodo lavorativo me lo permetterà.

ritratto di Anonimo

Ho letto nel blog Cazzeggi

commento di Anonimo (non verificato), 14/05/08 - 07:37

Ho letto nel blog Cazzeggi Letterari:
http://lucioangelini.splinder.com/post/16883086/SMASCHERATA+LA+NUOVA+BEF...

che da quando Wu Ming 1 ha visto il film "300" adesso si crede Leonida... (alla testa di una grottesca armata abbrancaleoni)

ritratto di sarmigezetusa

Ho letto il saggio di

commento di sarmigezetusa, 14/05/08 - 14:52

Ho letto il saggio di Angelini...
(forse che sei tu, o anonimo, Angelini?)

Premessa #1: casomai è una ghenga brancaleone ^_^
Premessa #2: se io venissi rappresentato come un Cavaliere dello Zodiaco mi gaserei moltissimo ^__^
Premessa #3: il saggio di WM1 su "300" è una figata e mi ha addirittura fatto riconsiderare Miller (Frank, non Henry), che adoro ma del quale ho dovuto ammettere con me stesso l'occulto fascismo.

Detto questo,
benché il saggio di Angelini sia piuttosto carico di livore antiwuminghiano, come alcuni commenti apparsi qua, devo ammettere che quando è uscito il saggio anch'io ho pensato all'ennesima beffa di Luther Blissett... Anche perché, come Angelini, mi è parso che fossero davvero troppo predominanti i carmilliani rispetto ai non carmilliani.
Tuttavia, considerato che l'era Blissett è finita da un pezzo, che lo stesso WM1 è venuto qui e altrove a precisare e chiarire (sempre con ethos accorato e partecipe), e visto anche lo sbattimento che comporta scrivere un saggio come quello, direi che possiamo reputarlo in buona fede.
Ma anche se non lo fosse, e avesse scritto esattamente per scatenare il dibattito e far si che tutti ci "cascassimo", nel momento in cui il dibattito nasce e genera contenuto, il risultato è comunque valido.
Come ho già scritto qui, anche a me paiono pretestuosi alcuni dei parametri fissati da WM1, tuttavia il suo saggio mi ha fatto pensare, e molto, sulla natura di quello che scrivo oggi, sul perché lo scrivo, e soprattutto sul rapporto tra quello che scrivo e il reale.

ritratto di Anonimo

Angelini... poveraccio...

commento di Anonimo (non verificato), 14/05/08 - 10:21

Angelini... poveraccio... ridotto così a sessant'anni...

ritratto di sarmigezetusa

a entrambi

commento di sarmigezetusa, 14/05/08 - 14:21

Basta con questi commenti anonimi, specie se vertono sull'insultare questo o quell'autore.

ritratto di Anonimo

Anonimo pure io! Attento

commento di Anonimo (non verificato), 14/05/08 - 15:04

Anonimo pure io!
Attento sarmige, che quando c'e' in giro Wm1, attorno a lui ci sono molti anonimi e meno anonimi..Luter Blissett gli e' rimasto nel sangue

ritratto di KZJ

300

commento di KZJ (non verificato), 14/05/08 - 16:41

L'occulto fascismo di Frank Miller?
Non credo fosse mai stato occulto. Miller è un conservatore fatto e finito. Non c'è nulla da riconsiderare però. 300 è meraviglioso. Sport, fascismo e sodomia!
Va be' torno a meditare sugli scritti di Davila.

ritratto di sarmigezetusa

beh insomma

commento di sarmigezetusa, 14/05/08 - 17:20

Che il progressismo di Martha Washington fosse peloso me n'ero accorto anch'io (sebbene sia semplicemente realistico che un vice-ministro dell'ambiente messo a governare l'America in tempo di crisi faccia solo troiai ^_^), ma il Cavaliere Oscuro presenta un Superman, quello si, ottusamente conservatore e un Batman che di fatto danza tra il ribelle e il vigilante. Anche in Sin City, per quanto grottesco e amorale, il male vero è sempre tra i potenti... Marv della primissima miniserie è un personaggio tra Steinbeck e Pasolini.

ritratto di KZJ

Marv è il tipico esempio

commento di KZJ (non verificato), 14/05/08 - 18:05

Marv è il tipico esempio dell'eroe solitario che combatte una società marcia, priva di ordine. Gigantismo romantico, superomismo, individualismo, il male vero è sì tra i potenti ma i potenti sono "i deboli" in senso nicciano. Nessuna compassione, la legge del più forte è la sola che conti qualcosa e Marv, è il più forte.
Miller mi piace sempre di più. E 300 lo ripeto è meraviglioso.
E poi in fondo chi se ne fotte. Perché bisonga sempre buttarla in politica spiccia. 300 è fascista? Secondo me non è la risposta a essere sbagliata, è proprio la domanda che non ha alcun senso.